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Grecia, cronaca di una bancarotta annunciata

Il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis (ansa)
L'analisi. Il silenzio delle cancellerie nasconde la sfiducia nella Commissione Juncker
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BRUXELLES - Non una riga, neanche una parola. Un ministro greco annuncia pubblicamente in televisione che il suo Paese farà default a giugno senza essere smentito dal governo. E da Bruxelles non arriva alcun commento. Un silenzio assordante, reso ancora più esplicito dal fatto che nessuna delle altre diciotto capitali della zona euro ha sentito il bisogno di reagire ad una notizia che, se fosse vera, cambierebbe il destino dell'Ue.

Ormai l'Europa non prende più sul serio Atene neppure quando annuncia la propria bancarotta. Anche perché quest'ultima sparata greca non è certo arrivata come una sorpresa. Dietro il silenzio ufficiale, però, la diplomazia monetaria è febbrilmente al lavoro su molti fronti per cercare di chiudere un accordo e di evitare così il default della Grecia. Un evento che, annunciato o meno, sarà comunque inevitabile senza lo sblocco dell'ultima tranche del prestito europeo. Da una …
BRUXELLES - Non una riga, neanche una parola. Un ministro greco annuncia pubblicamente in televisione che il suo Paese farà default a giugno senza essere smentito dal governo. E da Bruxelles non arriva alcun commento. Un silenzio assordante, reso ancora più esplicito dal fatto che nessuna delle altre diciotto capitali della zona euro ha sentito il bisogno di reagire ad una notizia che, se fosse vera, cambierebbe il destino dell'Ue.

Ormai l'Europa non prende più sul serio Atene neppure quando annuncia la propria bancarotta. Anche perché quest'ultima sparata greca non è certo arrivata come una sorpresa. Dietro il silenzio ufficiale, però, la diplomazia monetaria è febbrilmente al lavoro su molti fronti per cercare di chiudere un accordo e di evitare così il default della Grecia. Un evento che, annunciato o meno, sarà comunque inevitabile senza lo sblocco dell'ultima tranche del prestito europeo. Da una parte continuano i negoziati in corso tra i funzionari di Atene e quelli di Commissione, Fmi e Banca centrale europea. Dopo che Tsipras ha cambiato la composizione della delegazione greca, le trattative sul piano tecnico hanno fatto registrare notevoli progressi. Ora finalmente è abbastanza chiaro quali sono i passi da compiere e la decisione se andare avanti o meno è tornata in mano ai politici.

Ma c'è anche un'altra partita che si gioca questa volta sotto il tavolo del negoziato. E riguarda il ruolo della Commissione e del suo presidente Jean Claude Juncker. All'ultimo vertice di Riga, Tsipras ha avuto un incontro con Merkel e Hollande al quale Juncker non è stato invitato. L'incontro è andato malissimo e il premier greco si è visto di fatto consegnare un ultimatum che gli impone di accettare tutte le condizioni dei creditori entro la fine di maggio. L'assenza di Juncker al colloquio è stata interpretata dai più come un gesto di sfiducia di Berlino e Parigi nei confronti della Commissione, considerata troppo morbida e conciliante nei confronti di Atene. Altri, invece, vi hanno ravvisato una tattica negoziale concordata, con Merkel e Hollande che indossano i panni del poliziotto cattivo per lasciare a Juncker, nei panni del poliziotto buono, un sia pur ridotto margine per lavorare ad un compromesso dell'ultima ora.

Come che sia, la doccia fredda di Riga ha prodotto un risultato ampiamente atteso: l'irrigidimento della Grecia e il ricorso all'"arma atomica" della minaccia esplicita di default. Prima Tsipras e poi Varoufakis hanno fatto sapere che Atene ritiene di aver concesso tutto quello che era possibile e che tocca ormai ai creditori fare qualche passo avanti. Una mossa che potrebbe avere come effetto quello di rimettere in gioco Juncker nel ruolo di mediatore in extremis, ruolo che gli si addice e che il presidente della Commissione ha già svolto molte volte in passato con grande abilità. Nella lunga storia dei default sovrani un default annunciato, come quello che sta mettendo in scena Atene, non si era ancora visto. Il motivo è semplice. Normalmente i governi non pubblicizzano la loro impossibilità di pagare i debiti per non spaventare ulteriormente i mercati che li finanziano a tassi sempre più alti. Ma, nel caso della Grecia, questo rischio non esiste perché praticamente tutto il debito greco è nelle mani degli europei e del Fondo monetario che da tempo hanno bloccato i finanziamenti in attesa che Tsipras mantenga gli impegni di riforme assunti dai suoi predecessori (e da lui confermati in febbraio).

La partita si gioca dunque a carte scoperte. In questo senso, l'annuncio del ministro degli interni Nikos Voutsis, secondo cui le quattro scadenze di rimborso al Fmi previste per giugno non verranno rispettate, non è arrivato come una sorpresa per nessuno. Si sa da tempo che le casse greche sono vuote e già qualcuno si era stupito che a maggio Atene fosse riuscita a rimborsare 750 milioni al Fmi. Ora i pochi soldi rimasti in cassa possono appena bastare per coprire il pagamento di stipendi e pensioni a fine mese. E forse una prima tranche di 300 milioni da versare il 5 giugno. Poi, se non arriveranno i sette miliardi dell'ultima tranche del prestito europeo congelata a fine dell'anno scorso per l'inadempienza greca, la bancarotta sarà inevitabile. Annunciarla pubblicamente, come ha fatto ieri il governo, non l'avvicina. Ma di certo non l'allontana neppure.