Economia

I miliardari europei lasciano ai figli, gli americani no

Il rapporto di Ubs e Pwc fotografa l'evoluzione della ricchezza: il 25% dei nuovi ricchi asiatici è cresciuto in povertà. Negli Stati Uniti i profitti maggiori arrivano dal settore della finanza, in Europa dai consumi

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MILANO - In America vincono gli imprenditori. In Europa e in Asia a fare la voce grossa sono, soprattutto, le dinastie, a dimostrazione che la terra delle opportunità è ancora al di là dell'Atlantico. Almeno secondo il Billionaires Report di Ubs e Pwc dal quale emerge come i miliardari americani siano coetanei dei colleghi europei (67 anni), ma più anziani degli asiatici (57 anni) e siano dediti soprattutto alla finanza, mentre nel Vecchio continente a vincere sono ancora i consumi. A fare la differenza sono piuttosto le condizioni nelle quali si arriva alla ricchezza: il 25% dei miliardari asiatici è cresciuto in povertà, come loro l'8% degli americani e il 6% degli europei.

"Viviamo in un'epoca di opportunità, nella quale la creazione di ricchezza è accelerata, molto simile all'Età dell'Oro a cavallo tra la fine dell'800 e l'inizio del 900, quando l'imprenditorialità negli Stati Uniti e in Europa ha portato alla prima ondata di innovazione nella storia moderna," dice Josef Stadler, Responsabile Ubs del Global Ultra High Net Worth secondo cui "la generazione di ricchezza è ciclica, e negli ultimi decenni abbiamo tratto beneficio dall'essere sulla parte alta dell'onda."

In particolare lo studio ha rilevato che 917 miliardari venuti dal niente hanno generato più di 3,6 trilioni di dollari di patrimonio globale. Molti di loro hanno iniziato da giovani il proprio viaggio verso la ricchezza, con il 23% che ha stabilito la prima attività imprenditoriale prima dei 30 anni, mentre nel complesso il 68% l'ha fatto prima di compierne 40. Negli Stati Uniti, ad esempio, il settore dei servizi finanziari è stato il principale creatore di miliardari venuti dal nulla, con una quota del 30% e patrimoni che nella media sfiorano i 4,5 miliardi di dollari. Per contro, i miliardari che si sono fatti da soli nell'ultimo ventennio in Europa (il 49,5%) e in Asia (il 20%) sono un prodotto dell'industria dei consumi. Con un patrimonio medio di 5,7 miliardi di dollari, gli imprenditori europei sono significativamente più ricchi degli asiatici (3,2 miliardi di dollari).

Più di due terzi dei miliardari globali ha compiuto 60 anni e ha più di un figlio. "Questo - si legge nello studio - rende prioritarie le questioni relative alla preservazione e al trasferimento del patrimonio e ai lasciti". Le ricchezze si diluiscono con l'andare del tempo, specialmente con la crescita delle famiglie, e quando invecchiano i miliardari devono affrontare l'ardua decisione di cosa fare delle aziende che li hanno fatti diventare ricchi: mantenerle, oppure venderle nella loro interezza o per singoli pezzi.

"La creazione di patrimoni miliardari nell'ultimo ventennio è stata ampiamente correlata ai mercati finanziari, che hanno la capacità di rallentare, o peggio, di capovolgersi, in un istante. Per questo motivo la pianificazione strategica è essenziale per mantenere il patrimonio, attraverso family office, investimenti personali o altri strumenti," sostiene Michael Spellacy, Global Wealth Leader presso PwC.

Secondo il Billionaire Report, tra i miliardari che si sono fatti da soli negli Usa e in Europa, la maggioranza sceglie di mantenere le attività che li hanno resi ricchi (il 60%), un terzo cede quote della società in Borsa, mentre il 10% vende l'intera azienda. La maggior parte dei miliardari self-made che decide di vendere l'intera società diventa un investitore finanziario. In Europa e in Asia, invece, molto probabile che i miliardari creino una dinastia economica, con il 57% delle famiglie miliardarie europee e il 56% di quelle asiatiche che subentrano nell'azienda di famiglia quando il patriarca/fondatore si ritira. Questo scenario è di gran lunga meno comune negli Stati Uniti (il 36%).

Una cosa che accomuna i miliardari del mondo è l'aumento delle donazioni, soprattutto a supporto dell'istruzione, della salute e delle cause umanitarie. In particolare - rileva il report - tendono a concentrarsi su iniziative che offrano dei risultati tangibili e misurabili: sapere quante vite siano state influenzate dalle loro donazioni, vedere migliorare le condizioni di salute o di vita, oppure finanziare cause diverse attraverso il micro-credito. Negli Usa, dal 2010, anno del suo avvio, più di 100 miliardari statunitensi hanno aderito alla campagna "The Giving Pledge" di Bill Gates, accettando di donare in beneficenza più del 50% del loro patrimonio.