I mercati riaprono con lo spettro della Grexit e il pericolo di uno shock. A preoccupare non è l'effetto-contagio diretto, per limitare il quale esistono solidi strumenti in mano a Draghi, ma la rottura del fragile equilibrio fra riforme fatte e prospettate, fiducia che si sta riaffacciando e condizioni oggettive favorevoli (bassi tassi, cambi), che stanno riportando il Paese sulla via della crescita. Come nel caso Lehman per l'America, lo shock greco rischia di avere conseguenze a catena.
1) I TITOLI DI STATO.
Allarme speculazione, interessi più elevati.
Nessuno si aspetta di rivedere lo spread a quota 500, ma con ogni probabilità l'ulteriore aggravamento della crisi non passerà indolore sul mercato dei titoli di Stato italiani. «Una volta messa in dubbio l'irreversibilità dell'euro, e direi che a questo punto ci siamo, il contagio è probabile, anche se, come ha promesso, Draghi accentuerà gli acquisti dei titoli nei Paesi "periferici"», spiega Angelo Baglioni, economista della Cattolica. Venerdì lo spread era a 140, cosa dobbiamo aspettarci? «Tutto è possibile. Ovviamente se la conclusione sarà la Grexit, le conseguenze saranno più pesanti. Un aumento di 100 punti base, in un Paese che ha 2000 miliardi di debito, vale 20 miliardi. Visto che ogni anno vengono rinnovati 3-400 miliardi di debito, fanno 3-4 miliardi in più di interessi. Poi però la crescita è esponenziale perché i titoli si accumulano e l'onere già dal secondo anno è di 5-6 miliardi. In cinque-sei anni si arriva appunto a 20, ovviamente sempre che non si sia riusciti ad abbattere nuovamente gli interessi». Sul debito pubblico pesa anche l'incognita della restituzione dei crediti alla Grecia: 48 miliardi fra diretti (10 miliardi prestati da Roma ad Atene all'inizio della crisi) e quelli indiretti, veicolati tramite il Fondo salvastati, tutti in scadenza fra il 2022 e il 2029. Ma si superano i 60 miliardi considerando le partite di giro che ruotano intorno alla Bce per il meccanismo del "target 2". L'unica certezza è che non rientreranno tutti.
2) I MERCATI AZIONARI
A Piazza Affari temono l'alt alla luna di miele
C'è il rischio che s'infranga, con il ritorno dell'Italia fra i Paesi front line nella crisi greca, quella che Francesco Daveri, docente alla Bocconi School of Management, chiama «la luna di miele» degli investitori internazionali nei confronti della Borsa di Milano. E' quella che è cresciuto di più dall'inizio dell'anno: l'indice Ftse-Mib è infatti in salita del 25% (più del 18,4% che è la media dell'Euro Stoxx) contro il 20,1 di Francoforte, il 17,4 di Parigi, il 14% di Madrid. Per i dodici mesi che finiscono domani, peraltro, il guadagno di Piazza Affari è più contenuto (11,6%), anche se ci sono stati balzi notevoli, primo di tutti il titolo Fca (+83,2%). Quello che ha circondato fino a venerdì la Borsa, abbastanza sorprendente visto che le contrattazioni avvengono da mesi col fiato della trattativa greca sul collo, è un clima di fiducia e tranquillità: «I mercati vedono con favore la volontà riformatrice del governo Renzi», spiega Daveri. «Delle riforme che ha messo in campo ha realizzato solo il Jobs Act, però il pacchetto delle "promesse", dalla pubblica amministrazione alla giustizia, risponde a quello che chiedono gli investitori internazionali». Ora tutto questo torna a rischio e si farà più stretto il sentiero per la politica e la finanza. L'occhio attento e la volontà di arricchirsi degli speculatori, guarderanno con maggior attenzione all'Italia e non perdoneranno il benché minimo passo falso.
3) LA CRESCITA
La ripresa, già fragile, di nuovo in pericolo
Il precipitare della crisi greca coglie l'Italia all'alba di una soffertissima ripresa: +0,7% il Pil nel 2015 secondo il Documento economico-finanziario del 10 aprile scorso, poi +1,4 nel 2016 e ancora di più nel 2017. Che ne sarà di queste previsioni? «E' una ripresa così fragile che rischia seriamente di venir compromessa», puntualizza Brunello Rosa, capo economista del Roubini Global Economy con base a Londra. «Manca ancora il fattore fiducia dei consumatori. Senza una sostenuta domanda interna non c'è ripresa solida. E ora con questa situazione, l'incertezza che torna a dominare e la speculazione probabilmente all'attacco, chi avvierà importanti programmi di consumi e investimenti?» L'impatto negativo più immediato sulla crescita sarà probabilmente l'aumento dell'intera struttura dei tassi come conseguenza dell'aumento di quelli dei Btp. E quindi l'ennesima difficoltà per le imprese a finanziarsi, proprio mentre si stava uscendo dagli anni della stretta creditizia grazie al quantitative easing e alle misure collaterali della Bce. La stessa Bce dispone, oltre al Qe, degli Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici annunciati da Draghi nel luglio 2012. Ma per accedervi un Paese deve fare richiesta al Fondo salvastati e sottoscrivere un memorandum di impegni che può essere pesante e comportare una anche massiccia cessione di sovranità. E a Palazzo Chigi non vogliono neanche sentirne parlare.
4) LE BANCHE
Niente contagio diretto. Affari misti al minimo
Sulle banche italiane non ci sarà un contagio diretto, nel senso che ormai più nessuna fa affari con la Grecia (a differenza di quelle tedesche e francesi) e le posizioni sono state praticamente tutte chiuse. Le uniche misure amministrative che la Banca d'Italia potrebbe prendere in caso di Grexit sarebbero i controlli sui capitali o il bank holiday forzato come quello in corso in Grecia, «ma non siamo assolutamente a quel livello», dice Brunello Rosa dell'Rge. «Però è importante tener presente che per le banche l'uscita della Grecia dall'euro non sarebbe una passeggiata, come in tanti fanno intendere, ma un Vietnam». Dal punto di vista strettamente finanziario preoccupa innanzitutto l'effetto dell'attuale tensione sullo spread, con la conseguente caduta dei valori dei buoni in bilancio. «Ancora non si è sciolto il vincolo perverso fra salute delle banche, tuttora sovraccariche di Bot e Btp, e titoli di Stato», osserva Paolo Guerrieri, economista della Sapienza nonché senatore Pd. «E' questo uno degli scopi dell'Unione bancaria, la cui implementazione però procede a rilento. Il meccanismo di vigilanza, che entrerà in vigore solo nel gennaio prossimo, e soprattutto quelli di risoluzione della crisi con un fondo comune che andrà a regime fra dieci anni, sono stati per ora solo varati, e neanche in tutti i Paesi. In Grecia, per quello che può servire, non sono stati neanche approvati».
1) I TITOLI DI STATO.
Allarme speculazione, interessi più elevati.
Nessuno si aspetta di rivedere lo spread a quota 500, ma con ogni probabilità l'ulteriore aggravamento della crisi non passerà indolore sul mercato dei titoli di Stato italiani. «Una volta messa in dubbio l'irreversibilità dell'euro, e direi che a questo punto ci siamo, il contagio è probabile, anche se, come ha promesso, Draghi accentuerà gli acquisti dei titoli nei Paesi "periferici"», spiega Angelo Baglioni, economista della Cattolica. Venerdì lo spread era a 140, cosa dobbiamo aspettarci? «Tutto è possibile. Ovviamente se la conclusione sarà la Grexit, le conseguenze saranno più pesanti. Un aumento di 100 punti base, in un Paese che ha 2000 miliardi di debito, vale 20 miliardi. Visto che ogni anno vengono rinnovati 3-400 miliardi di debito, fanno 3-4 miliardi in più di interessi. Poi però la crescita è esponenziale perché i titoli si accumulano e l'onere già dal secondo anno è di 5-6 miliardi. In cinque-sei anni si arriva appunto a 20, ovviamente sempre che non si sia riusciti ad abbattere nuovamente gli interessi». Sul debito pubblico pesa anche l'incognita della restituzione dei crediti alla Grecia: 48 miliardi fra diretti (10 miliardi prestati da Roma ad Atene all'inizio della crisi) e quelli indiretti, veicolati tramite il Fondo salvastati, tutti in scadenza fra il 2022 e il 2029. Ma si superano i 60 miliardi considerando le partite di giro che ruotano intorno alla Bce per il meccanismo del "target 2". L'unica certezza è che non rientreranno tutti.
2) I MERCATI AZIONARI
A Piazza Affari temono l'alt alla luna di miele
C'è il rischio che s'infranga, con il ritorno dell'Italia fra i Paesi front line nella crisi greca, quella che Francesco Daveri, docente alla Bocconi School of Management, chiama «la luna di miele» degli investitori internazionali nei confronti della Borsa di Milano. E' quella che è cresciuto di più dall'inizio dell'anno: l'indice Ftse-Mib è infatti in salita del 25% (più del 18,4% che è la media dell'Euro Stoxx) contro il 20,1 di Francoforte, il 17,4 di Parigi, il 14% di Madrid. Per i dodici mesi che finiscono domani, peraltro, il guadagno di Piazza Affari è più contenuto (11,6%), anche se ci sono stati balzi notevoli, primo di tutti il titolo Fca (+83,2%). Quello che ha circondato fino a venerdì la Borsa, abbastanza sorprendente visto che le contrattazioni avvengono da mesi col fiato della trattativa greca sul collo, è un clima di fiducia e tranquillità: «I mercati vedono con favore la volontà riformatrice del governo Renzi», spiega Daveri. «Delle riforme che ha messo in campo ha realizzato solo il Jobs Act, però il pacchetto delle "promesse", dalla pubblica amministrazione alla giustizia, risponde a quello che chiedono gli investitori internazionali». Ora tutto questo torna a rischio e si farà più stretto il sentiero per la politica e la finanza. L'occhio attento e la volontà di arricchirsi degli speculatori, guarderanno con maggior attenzione all'Italia e non perdoneranno il benché minimo passo falso.
3) LA CRESCITA
La ripresa, già fragile, di nuovo in pericolo
Il precipitare della crisi greca coglie l'Italia all'alba di una soffertissima ripresa: +0,7% il Pil nel 2015 secondo il Documento economico-finanziario del 10 aprile scorso, poi +1,4 nel 2016 e ancora di più nel 2017. Che ne sarà di queste previsioni? «E' una ripresa così fragile che rischia seriamente di venir compromessa», puntualizza Brunello Rosa, capo economista del Roubini Global Economy con base a Londra. «Manca ancora il fattore fiducia dei consumatori. Senza una sostenuta domanda interna non c'è ripresa solida. E ora con questa situazione, l'incertezza che torna a dominare e la speculazione probabilmente all'attacco, chi avvierà importanti programmi di consumi e investimenti?» L'impatto negativo più immediato sulla crescita sarà probabilmente l'aumento dell'intera struttura dei tassi come conseguenza dell'aumento di quelli dei Btp. E quindi l'ennesima difficoltà per le imprese a finanziarsi, proprio mentre si stava uscendo dagli anni della stretta creditizia grazie al quantitative easing e alle misure collaterali della Bce. La stessa Bce dispone, oltre al Qe, degli Omt, gli acquisti illimitati di titoli pubblici annunciati da Draghi nel luglio 2012. Ma per accedervi un Paese deve fare richiesta al Fondo salvastati e sottoscrivere un memorandum di impegni che può essere pesante e comportare una anche massiccia cessione di sovranità. E a Palazzo Chigi non vogliono neanche sentirne parlare.
4) LE BANCHE
Niente contagio diretto. Affari misti al minimo
Sulle banche italiane non ci sarà un contagio diretto, nel senso che ormai più nessuna fa affari con la Grecia (a differenza di quelle tedesche e francesi) e le posizioni sono state praticamente tutte chiuse. Le uniche misure amministrative che la Banca d'Italia potrebbe prendere in caso di Grexit sarebbero i controlli sui capitali o il bank holiday forzato come quello in corso in Grecia, «ma non siamo assolutamente a quel livello», dice Brunello Rosa dell'Rge. «Però è importante tener presente che per le banche l'uscita della Grecia dall'euro non sarebbe una passeggiata, come in tanti fanno intendere, ma un Vietnam». Dal punto di vista strettamente finanziario preoccupa innanzitutto l'effetto dell'attuale tensione sullo spread, con la conseguente caduta dei valori dei buoni in bilancio. «Ancora non si è sciolto il vincolo perverso fra salute delle banche, tuttora sovraccariche di Bot e Btp, e titoli di Stato», osserva Paolo Guerrieri, economista della Sapienza nonché senatore Pd. «E' questo uno degli scopi dell'Unione bancaria, la cui implementazione però procede a rilento. Il meccanismo di vigilanza, che entrerà in vigore solo nel gennaio prossimo, e soprattutto quelli di risoluzione della crisi con un fondo comune che andrà a regime fra dieci anni, sono stati per ora solo varati, e neanche in tutti i Paesi. In Grecia, per quello che può servire, non sono stati neanche approvati».