✕

La terza promessa di Renzi: il Contratto di Expo e il nodo coperture

(ansa)
3 minuti di lettura
Ce la fa o non ce la fa? Riuscirà il presidente del Consiglio Matteo Renzi a mantenere fede al “Contratto dell’Expo” siglato nel torrido sabato 18 luglio a Milano? La risposta non è facile, osservatori e sondaggi indicano un certo scetticismo: una partita da 50 miliardi in cinque anni, in tempi duri per le finanze pubbliche e di crisi, non è facile da giocare. I precedenti non aiutano e segnano un pareggio: quando Renzi lanciò l’idea del bonus da 80 euro nella primavera del 2014 nessuno credeva che potesse farcela, invece gli 80 euro sono lì a ballare nelle tasche degli stipendi sotto i 1.500 euro. Non è andata ugualmente bene invece quest’anno con l’operazione tesoretto: il Def aveva scovato 1,6 miliardi nella differenza tra il deficit tendenziale del 2,6 per cento e il programmatico del 2,5 di quest’anno, perlopiù grazie al calo dei tassi d’interesse: Renzi cavalcò l’idea co…
Ce la fa o non ce la fa? Riuscirà il presidente del Consiglio Matteo Renzi a mantenere fede al “Contratto dell’Expo” siglato nel torrido sabato 18 luglio a Milano? La risposta non è facile, osservatori e sondaggi indicano un certo scetticismo: una partita da 50 miliardi in cinque anni, in tempi duri per le finanze pubbliche e di crisi, non è facile da giocare. I precedenti non aiutano e segnano un pareggio: quando Renzi lanciò l’idea del bonus da 80 euro nella primavera del 2014 nessuno credeva che potesse farcela, invece gli 80 euro sono lì a ballare nelle tasche degli stipendi sotto i 1.500 euro. Non è andata ugualmente bene invece quest’anno con l’operazione tesoretto: il Def aveva scovato 1,6 miliardi nella differenza tra il deficit tendenziale del 2,6 per cento e il programmatico del 2,5 di quest’anno, perlopiù grazie al calo dei tassi d’interesse: Renzi cavalcò l’idea con l’obiettivo di estendere il bonus ai cosiddetti incapienti, cioè coloro che guadagnano così poco da non avere spazio neppure per le detrazioni fiscali. Ma poi arrivò la sentenza della Corte costituzionale che impose allo Stato di restituire 2,1 miliardi ai pensionati a risarcimento del  vecchio blocco delle indicizzazioni e il “tesoretto” sparì.

La terza promessa economica di Renzi che fine farà? Difficile dirlo. Ma prima di esaminare il “sentiero stretto” dei conti pubblici attraverso il quale dovrà passare la mega riduzione di tasse dei prossimi cinque anni è bene chiederci che effetto può produrre l’annuncio e se Renzi abbia fatto bene o male a farlo. Una prima risposta viene sul fronte politico ed è positiva. Renzi deve affrontare tre anni pieni di scadenze elettorali, a partire dalle amministrative del 2016, e i suoi avversari sono pronti a brandire la bandiera delle tasse: da un lato c’è Salvini che ha presentato addirittura un disegno di legge per introdurre la iperliberista flat tax, aliquota unica del 15 per cento, con il costo stratosferico di 100 miliardi; dall’altra il Cavaliere che manco a dirlo è l’uomo che inventò lo slogan “meno tasse per tutti”. E’ ovvio che il premier doveva almeno tentare di non lasciare agli avversari il terreno delle imposte. Naturalmente se la promessa non sarà mantenuta non mancherà l’effetto-boomerang.

L’altra questione riguarda le ricadute economiche dell’operazione. Qui la risposta è duplice: c’è chi ritiene che la riduzione delle tasse sia in grado di rilanciare l’economia e chi pensa invece, con qualche ragione, che la questione centrale non siano la tasse ma soprattutto gli investimenti e i consumi. Su questo tema il dibattito è aperto: quello che è certo è che se la riduzione delle tasse sarà finanziata con tagli alla sanità o con riduzione delle detrazioni l’effetto sarà assai debole se non nullo. Siccome all’interno della maggioranza esistono i sostenitori di entrambe le tesi, bisognerà vedere quale “partito” metterà il sigillo sul testo finale dell’operazione. Un conto è infatti il bonus ai pensionati e la riduzione delle aliquote per i redditi bassi, un altro è l’intervento sull’Ires e sull’Irap, altro ancora è una cancellazione totale della Tasi sulla prima casa oppure la sua modulazione con detrazioni in base al reddito.

Qualora questi ostacoli fossero superati grazie allo slancio di Renzi, ci sarebbero da far quadrare i conti pubblici e da costruire un pacchetto in grado di ottenere almeno il via libera del ministro dell’Economia Padoan e della Ragioneria generale dello Stato. Per non dire di Bruxelles. L’intera manovra costa, secondo quanto dice il governo 50 miliardi, ma il perimetro entro cui si muove (dall’Ires agli scaglioni Irpef nel 2018) è così ampio e vago da non permettere un ragionamento compiuto. Se invece ci si limitasse all’operazione Tasi (che costa 3,8 miliardi limitatamente alla Tasi prima casa che arriva a 4,6 solo se si calcola anche la Tasi dalla seconda abitazione in su) e all’Imu agricola e “imbullonata”, ci vorrebbero circa 5 miliardi. Che andrebbero ad aggiungersi alla manovra di 20 miliardi già prevista per il 2016. Si può fare? Tutto è possibile, ma bisogna considerare che già ci sono molti impegni gravosi e pregressi. Certamente non si può evitare di fare 10 miliardi di spending review che servono per disinnescare gli aumenti dell’Iva, di due punti, che scatteranno dal 1° gennaio del 2016. Poi ci sono le sentenze della Corte costituzionale con effetti da valutare anche sul 2016, con il ritorno alla indicizzazione per pensionati e dipendenti pubblici. Oltre alle altre varie spese inderogabili e la bocciatura da parte di Bruxelles dei 720 milioni della reverse charge e della Robin tax. Non sono bruscolini. La manovra del prossimo anno si avvia infatti a 25 miliardi.

Dove trovare allora le coperture? L’idea che circola, e che emerge dal governo, è quella di alzare in parte il deficit del prossimo anno (attualmente fissato all’1,8 per cento) fino a portarlo a ridosso del 3 per cento, senza superare l’asticella. Di fare ulteriori tagli alla spesa pubblica (si è accennato anche alla sanità, ai ministeri e alle municipalizzate). Ma c’è anche la tentazione di raggiungere i 25 miliardi utilizzando il meccanismo “flessibilità contro riforme”. In pratica sconti sul percorso di rientro verso il pareggio di bilancio concessi dalla Commissione in cambio di riforme: tuttavia lo sconto di 0,4 (pari a 6,4 miliardi) è già stato chiesto dall’Italia, concesso e utilizzato per il 2016 (avremmo dovuto fare tagli per 0,5 invece facciamo solo lo 0,1 e il restante 0,4 ci viene abbuonato); tutto ciò in base ai provvedimenti assunti negli ultimi mesi (a partire dal jobs act, riforma fiscale e della pubblica amministrazione ). Una improbabile estensione dello sconto, che la Commissione difficilmente ci concederà, porterebbe ad un nuovo slittamento del pareggio di bilancio fino al 2018.

Questa ipotesi è naturalmente condizionata al sì di Bruxelles. Ma i tempi, rispetto alla prima metà dell’anno, sono cambiati. Ed oggi a monito severo per gli indisciplinati pende dalla cintura di Schaeuble lo scalpo sanguinante di Atene.