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L'Italia digitale vista da Chambers: "Siete in grave ritardo, ma potete farcela"

Colloquio con il numero uno di Cisco, profeta delle rivoluzioni tecnologiche. "La Francia sta prendendo la guida del processo di digitalizzazione, ma Renzi ha un piano ambizioso sulla banda larga e noi ci crediamo"
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"O si guida la trasformazione digitale o si rimane indietro. L’Italia dovrebbe avere questo senso di urgenza: all’estero governi e imprese si muovono veloci". È un profeta delle rivoluzioni tecnologiche John Chambers, 65 anni, amministratore delegato di Cisco. Quella in corso la chiama "internet of everything", tutto sarà connesso, persone, case, automobili, città. Alla sua società non dispiace: se la Rete è un’autostrada, Cisco, 71mila dipendenti nel mondo e 47 miliardi di dollari di fatturato, è il leader globale di svincoli e caselli, router e switch. E in questi giorni Chambers sta girando l’Europa, insieme al suo successore designato Chuck Robbins, cui passerà il timone alla fine del mese, per consigliare ai leader, Renzi compreso, come salire sul treno: "L’Italia dovrebbe accelerare sulla banda larga e investire di più in startup".

Che ci fa qui? La pagella digita…
"O si guida la trasformazione digitale o si rimane indietro. L’Italia dovrebbe avere questo senso di urgenza: all’estero governi e imprese si muovono veloci". È un profeta delle rivoluzioni tecnologiche John Chambers, 65 anni, amministratore delegato di Cisco. Quella in corso la chiama "internet of everything", tutto sarà connesso, persone, case, automobili, città. Alla sua società non dispiace: se la Rete è un’autostrada, Cisco, 71mila dipendenti nel mondo e 47 miliardi di dollari di fatturato, è il leader globale di svincoli e caselli, router e switch. E in questi giorni Chambers sta girando l’Europa, insieme al suo successore designato Chuck Robbins, cui passerà il timone alla fine del mese, per consigliare ai leader, Renzi compreso, come salire sul treno: "L’Italia dovrebbe accelerare sulla banda larga e investire di più in startup".

Che ci fa qui? La pagella digitale dell’Italia è tra le peggiori d’Europa.
Partite molto indietro, ma questo vi dà anche l’opportunità di superare i vostri vicini. Io e Chuck siamo qui perché crediamo in Matteo Renzi.

Da tempo l’innovazione è una priorità per i nostri governi, ma con scarsi risultati. Cosa vi fa pensare che questa sia la volta buona?
Alcuni Paesi europei stanno prendendo la guida del processo di digitalizzazione. La Francia in particolare, dove Hollande sta realizzando un piano molto ambizioso. Credo che il vostro premier sia consapevole che crescita e posti di lavoro verrano da qui. Ha messo la banda ultralarga in cima all’agenda.

In questo momento Internet veloce raggiunge appena un terzo delle famiglie italiane. Bastano i sei miliardi che il governo vuole investire, più sei dei privati, per coprire l’intro Paese?
II piano è ambizioso e questi fondi sono un ottimo inizio. Ma lo incoraggerei a andare più veloce. Se il progetto verrà completato in cinque anni sarete in mezzo al gruppo, in due sareste dei leader.

Il governo ha deciso di lasciare al mercato la scelta della tecnologia da utilizzare. È l’approccio giusto?
Sì, chiunque pretende di prevedere i trend tecnologici con certezza assoluta sbaglia. Il governo può fissare degli standard, ma poi spetta agli operatori scegliere l’infrastruttura più flessibile, per adattarla agli sviluppi del mercato.

Cisco ha un importante centro di ricerca in Italia sulle tecnologie ottiche. Cosa dovrebbe fare il nostro Paese per attirare maggiori investimenti?
Startup! Noi investiamo dove crescono aziende innovative, perché il nostro sviluppo si basa in buona parte sulle acquisizioni. In Francia dedicheremo cento milioni di euro al venture capital. E saremmo pronti a farlo anche qui, se l’Italia creasse un ambiente favorevole alle startup.

Nonostante il fisco e la burocrazia?
L’ambiente regolatorio deve essere solido, in Italia lo è.

Possiamo essere competitivi nel digitale?
I vostri ingegneri sono davvero bravi. Il team italiano di Cisco ha messo a punto quattro generazioni di prodotti, ognuna delle quali è diventata numero uno di mercato. Certo, è difficile che si sviluppi un ecosistema imprenditoriale vibrante se il Paese non è digitalizzato.

Lei è amministratore delegato di Cisco da vent’anni, ha vissuto la bolla delle “.com”. C’è un’altra bolla oggi nel mondo digitale?
Nel 2000 il rapporto tra prezzo delle azioni e utile atteso per le società tecnologiche era arrivato a 205, oggi è a 18, a livello di conti non sono mai state così solide. Ciò non toglie che in alcuni segmenti, come la sicurezza o i social network, le valutazioni siano molto alte: lì ci saranno grandi vincitori e grandi sconfitti. In generale credo che nel mondo dell’IT ci sarà un brutale consolidamento nei prossimi cinque anni.

A giorni pubblicherete i conti annuali. Confermeranno la crescita vista nel primo trimestre?
Non posso commentare sull’anno in corso. Ma posso dire che in Italia la crescita sarà superiore al 15 per cento e che il prossimo anno continuerà grazie al supporto alla digitalizzazione delle imprese e della Pa.

Dalla grande crisi del 2007 a oggi le azioni di Cisco hanno fatto peggio del Nasdaq, perché?
Dissento. Negli ultimi quattro anni abbiamo assicurato ai nostri azionisti alcuni tra i migliori ritorni del listino. Dovessimo centrare gli obiettivi, chiuderemmo un anno record in termini di profitti e utili per azione. I nostri azionisti sono molto soddisfatti.

Lo scandalo Nsa vi ha molto penalizzato in Cina. E secondo alcuni analisti la concorrenza dei produttori low cost comincia a farsi sentire. Cosa sarà Cisco fra cinque anni?
Le situazione su alcuni mercati emergenti, come Cina e Russia, dipende da fattori geopolitici fuori dal nostro controllo. Ma negli altri emergenti, come Messico e Sudest Asiatico, cresciamo in maniera decisa. In futuro Cisco continuerà a fare tutto quello che serve ai clienti per diventare digitali, senza farsi imbrigliare in una determinata tecnologia ma puntando sulla qualità dell’architettura, la maggiore garanzia di sicurezza delle reti.

Tra poco passerà il testimone a Chuck Robbins, perché è l’uomo giusto?
Il processo di selezione, su candidati interni e esterni, è durato 18 mesi, non si è mai visto nulla di simile. E alla fine il consenso su Chuck è stato unanime, per le capacità che ha dimostrato di agire con leadership e efficacia. Aiuterà la società a muoversi con più rapidità.

Gli Stati Uniti hanno approvato una norma molto stringente a difesa della neutralità della Rete, mentre l’Europa sembra indirizzata verso una regolazione più morbida. Quale preferisce?
Quella Europea. L’obiettivo non dovrebbe essere evitare che Internet si trasformi in una strada a due corsie, ma fare in modo che tutti abbiano accesso a un’autostrada. Invece da quando è passata la legge l’implementazione della banda larga negli Stati Uniti è rallentata e il Paese sta perdendo la leadership nelle transizione digitale.

Nell’Internet of everything tutto è connesso: che significa?
Che le città possono gestire in maniera intelligente parcheggi e raccolta dei rifiuti. Che ogni impresa diventerà tecnologica. Ne abbiamo dato una dimostrazione a Expo, con il progetto di tracciabilità del cibo fatto insieme a Barilla. Se tutto è connesso, agricoltori, camion, aziende, negozi, è possibile seguire un prodotto dal campo alla tavola. Quel mercato varrà 19mila miliardi di dollari nel prossimo decennio.

In Italia solo il 5% delle piccole imprese vende online.
Si accorgeranno dello svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. Guidare il cambiamento è troppo importante: entro dieci anni quattro aziende su dieci spariranno proprio per aver mancato la transizione al digitale.