La Grecia prova per la seconda volta in nove mesi a riscrivere il suo futuro nelle urne. Syriza ha stravinto le elezioni del 25 gennaio con il 36,3% dei voti arrivando a un soffio dalla maggioranza assoluta in Parlamento (149 seggi su 300). I durissimi negoziati con i creditori, i controlli sui capitali, la gestione del trionfo del "no" al referendum e la resa di Alexis Tsipras all'ex-Troika in cambio di altri 86 miliardi di prestiti hanno spaccato il partito e reso ingovernabile il paese.
L'ala più radicale della formazione del premier - guidata da Panagiotis Lafazanis - ha votato in aula a più riprese contro le misure previste nell'accordo con Ue, Bce e Fmi. Passate solo grazie all'ok dell'opposizione europeista di Pasok, Nea Demokratia e To Potami. I ribelli si sono poi staccati da Syriza dando vita a un nuovo partito, Unità popolare. E il presidente del Consiglio è stato costretto così a dare le dimissioni portando Atene al voto.
Si va al voto domenica 20 settembre, urne aperte fino alle 18 e poi lo spoglio, in diretta su Repubblica.it con il confronto in tempo reale rispetto alle elezioni di gennaio.
I SONDAGGI
Che Grecia uscirà dalle elezioni di domenica prossima? I sondaggi - rivelatisi in realtà non molto affidabili lo scorso gennaio e al referendum di luglio - disegnano un quadro molto incerto. Tsipras spera ancora di capitalizzare la sua popolarità personale per non pagare un costo troppo salato alle promesse elettorali non mantenute. E punta apertamente a conquistare la maggioranza assoluta. Le ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto però - per quel che valgono - parlano di un testa a testa molto incerto tra Syriza e il centrodestra di Nea Demokratia, guidato da Evangelis Meimarakis, con un vantaggio di un'incollatura per la sinistra. Nessuno dei due sembra però in grado di conquistare i 151 seggi necessari per governare da soli, malgrado il premio di 50 posti in Parlamento previsto per il partito che prenderà più voti. Il dramma dei migranti sembra nelle ultime settimane aver consolidato il ruolo di terzo partito di Alba Dorata (che viaggia attorno al 6-7% dei consensi, lo stesso livello delle ultime elezioni). Alle sue spalle, con percentuali che oscillano tra il 3% - la soglia di sbarramento per entrare in aula - e il 5%, ci sono un Pasok in lieve ripresa, To Potami, il centro riformista di Stavros Theodorakis, l'Unione dei centristi del vulcanico Vassilis Leventis, che dopo 14 elezioni-flop potrebbe per la prima volta diventare parlamentare, il partito di Lafazanis e la destra nazionalista di Anel, ex partner di Tsipras al Governo.
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IL RISIKO DELLE COALIZIONI
Se i dati sono questi, dalle urne uscirà quasi per forza un governo di coalizione, destinato in ogni caso a implementare gli accordi con l'ex Troika in modo di portare a casa a ottobre (quando sarà prevista la prima verifica) un piano organico per la riduzione del debito. Meimarakis ha già ribadito in più occasioni che la soluzione più logica sarebbe un accordo tra Nd e Syriza per un fronte amplissimo di unità nazionale, simile a quella maggioranza di fatto che negli ultimi due mesi ha detto sì con percentuali bulgare in aula ai provvedimenti imposti dai creditori. Ma Tsipras, almeno per ora, ha respinto questa ipotesi, dicendo di non voler governare con chi ha portato il paese in rovina. Se vincerà la sinistra, l'ex premier potrebbe appoggiarsi di nuovo ad Anel (sempre che gli uomini di Kamennos arrivino al 3%) oppure a Pasok e To Potami. Sugli stessi due partiti potrebbe far conto anche Nea Demokratia. Alba Dorata, Leventis e Lafazanis sembrano invece destinati in ogni caso a un ruolo di opposizione.
GLI IMPEGNI DOPO IL VOTO
Chiunque vinca, la road map delle prime settimane di governo è già tracciata. La prima urgenza è ricapitalizzare le banche per provare a far finire i controlli dei capitali che limitano da luglio a 60 euro al giorno i prelievi per i greci e rischiano di mettere in ginocchio le imprese nazionali. Il nuovo governo dovrà poi impegnarsi a votare alcuni nuovi provvedimenti d'austerità (i più delicati sono gli incentivi agli agricoltori) e a varare il piano di privatizzazioni. I tempi sono stretti: a fine ottobre Ue, Bce e Fmi valuteranno se e come sono stati rispettati gli accordi firmati dalle parti a luglio in cambio del nuovo piano di aiuti. E se tutto sarà o, daranno via libera alla concessione di nuovi prestiti e ai negoziati per discutere come tagliare i 320 miliardi di debito della Grecia. Un passaggio fondamentale per tenere a bordo del piano di salvataggio il Fondo Monetario Internazionale per cui la ristrutturazione dell'esposizione greca è necessaria per garantirne il successo. Berlino (e in fondo anche Bruxelles) hanno già detto che non si parlerà di un taglio secco ai debiti ma di un allungamento delle scadenze e un ammorbidimento dei tassi.
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LA SITUAZIONE ECONOMICA
I lunghi e faticosi negoziati con i creditori hanno frenato negli ultimi mesi la timida ripresa greca. A inizio anno gli esperti della Troika prevedevano per il Pil 2015 di Atene un progresso del 2,5%. Oggi, malgrado il boom della stagione turistica, le stime sono tornate in rosso e le previsione sono di un -2% malgrado il + 0,9% del secondo trimestre. A pesare sono i particolare i controlli di capitale che hanno messo ko l'industria nazionale. Negli ultimi mesi gli stipendi hanno ripreso a calare mentre la disoccupazione a iniziato di nuovo a crescere rompendo di nuovo al rialzo la barriera del 25% con alcune banche d'affari che prevedono presto si risalga al 28%.
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L'ala più radicale della formazione del premier - guidata da Panagiotis Lafazanis - ha votato in aula a più riprese contro le misure previste nell'accordo con Ue, Bce e Fmi. Passate solo grazie all'ok dell'opposizione europeista di Pasok, Nea Demokratia e To Potami. I ribelli si sono poi staccati da Syriza dando vita a un nuovo partito, Unità popolare. E il presidente del Consiglio è stato costretto così a dare le dimissioni portando Atene al voto.
Si va al voto domenica 20 settembre, urne aperte fino alle 18 e poi lo spoglio, in diretta su Repubblica.it con il confronto in tempo reale rispetto alle elezioni di gennaio.
I SONDAGGI
Che Grecia uscirà dalle elezioni di domenica prossima? I sondaggi - rivelatisi in realtà non molto affidabili lo scorso gennaio e al referendum di luglio - disegnano un quadro molto incerto. Tsipras spera ancora di capitalizzare la sua popolarità personale per non pagare un costo troppo salato alle promesse elettorali non mantenute. E punta apertamente a conquistare la maggioranza assoluta. Le ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto però - per quel che valgono - parlano di un testa a testa molto incerto tra Syriza e il centrodestra di Nea Demokratia, guidato da Evangelis Meimarakis, con un vantaggio di un'incollatura per la sinistra. Nessuno dei due sembra però in grado di conquistare i 151 seggi necessari per governare da soli, malgrado il premio di 50 posti in Parlamento previsto per il partito che prenderà più voti. Il dramma dei migranti sembra nelle ultime settimane aver consolidato il ruolo di terzo partito di Alba Dorata (che viaggia attorno al 6-7% dei consensi, lo stesso livello delle ultime elezioni). Alle sue spalle, con percentuali che oscillano tra il 3% - la soglia di sbarramento per entrare in aula - e il 5%, ci sono un Pasok in lieve ripresa, To Potami, il centro riformista di Stavros Theodorakis, l'Unione dei centristi del vulcanico Vassilis Leventis, che dopo 14 elezioni-flop potrebbe per la prima volta diventare parlamentare, il partito di Lafazanis e la destra nazionalista di Anel, ex partner di Tsipras al Governo.
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Se i dati sono questi, dalle urne uscirà quasi per forza un governo di coalizione, destinato in ogni caso a implementare gli accordi con l'ex Troika in modo di portare a casa a ottobre (quando sarà prevista la prima verifica) un piano organico per la riduzione del debito. Meimarakis ha già ribadito in più occasioni che la soluzione più logica sarebbe un accordo tra Nd e Syriza per un fronte amplissimo di unità nazionale, simile a quella maggioranza di fatto che negli ultimi due mesi ha detto sì con percentuali bulgare in aula ai provvedimenti imposti dai creditori. Ma Tsipras, almeno per ora, ha respinto questa ipotesi, dicendo di non voler governare con chi ha portato il paese in rovina. Se vincerà la sinistra, l'ex premier potrebbe appoggiarsi di nuovo ad Anel (sempre che gli uomini di Kamennos arrivino al 3%) oppure a Pasok e To Potami. Sugli stessi due partiti potrebbe far conto anche Nea Demokratia. Alba Dorata, Leventis e Lafazanis sembrano invece destinati in ogni caso a un ruolo di opposizione.
GLI IMPEGNI DOPO IL VOTO
Chiunque vinca, la road map delle prime settimane di governo è già tracciata. La prima urgenza è ricapitalizzare le banche per provare a far finire i controlli dei capitali che limitano da luglio a 60 euro al giorno i prelievi per i greci e rischiano di mettere in ginocchio le imprese nazionali. Il nuovo governo dovrà poi impegnarsi a votare alcuni nuovi provvedimenti d'austerità (i più delicati sono gli incentivi agli agricoltori) e a varare il piano di privatizzazioni. I tempi sono stretti: a fine ottobre Ue, Bce e Fmi valuteranno se e come sono stati rispettati gli accordi firmati dalle parti a luglio in cambio del nuovo piano di aiuti. E se tutto sarà o, daranno via libera alla concessione di nuovi prestiti e ai negoziati per discutere come tagliare i 320 miliardi di debito della Grecia. Un passaggio fondamentale per tenere a bordo del piano di salvataggio il Fondo Monetario Internazionale per cui la ristrutturazione dell'esposizione greca è necessaria per garantirne il successo. Berlino (e in fondo anche Bruxelles) hanno già detto che non si parlerà di un taglio secco ai debiti ma di un allungamento delle scadenze e un ammorbidimento dei tassi.
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I lunghi e faticosi negoziati con i creditori hanno frenato negli ultimi mesi la timida ripresa greca. A inizio anno gli esperti della Troika prevedevano per il Pil 2015 di Atene un progresso del 2,5%. Oggi, malgrado il boom della stagione turistica, le stime sono tornate in rosso e le previsione sono di un -2% malgrado il + 0,9% del secondo trimestre. A pesare sono i particolare i controlli di capitale che hanno messo ko l'industria nazionale. Negli ultimi mesi gli stipendi hanno ripreso a calare mentre la disoccupazione a iniziato di nuovo a crescere rompendo di nuovo al rialzo la barriera del 25% con alcune banche d'affari che prevedono presto si risalga al 28%.
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