ROMA - L’assenza ingiustificata dal posto di lavoro può essere causa di licenziamento solo se si tiene conto del principio di proporzionalità. Questo spiega la giurisprudenza. La valutazione del mancato adempimento deve essere commisurata alle mansioni svolte dal lavoratore e alle conseguenze della sua assenza sulle attività aziendali. L’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, quindi non può costituire causa di licenziamento, a meno che non provochi un grave danno, o il blocco dell’attività produttiva. Certo non si blocca l’attività di un Comune se un dipendente va in giro tutto il giorno a fare la spesa invece che sbrigare le pratiche. E, dice la legge, basta questo a giustificare la sua condotta scorretta. Almeno nella maggioranza dei casi.
Al lavoro pubblico si applicano le norme del Codice Civile relative al licenziamento per giusta causa (l’art. 2119 c.c) e per giustificato motivo oggettivo (l’art. 3 della legge 604/66) secondo il d.lgs 165/2001. Proprio come i dipendenti privati quindi, chi lavora nelle pubbliche amministrazioni può essere licenziato per inadempimento agli obblighi contrattuali. Nella riforma Madia, però, in caso di contenzioso legale, resta sempre il reintegro nella PA, mentre la modifica dell’art. 18 che si applica al settore privato lo sostituisce, nel caso di licenziamento per motivi economici, con un indennizzo.
Le statistiche dicono che il 45% dei licenziamenti nel settore pubblico del 2013 (ultimi dati disponibili, 220 provvedimenti su 6.900 procedimenti disciplinari) è avvenuto per assenze ingiustificate. Il cui danno deve dunque essere stato ampiamente dimostrato. Dallo Stato, perché l'onere della prova è a carico dell'azienda, quando si tratta di licenziamento per motivi disciplinari. In questo caso quindi alle forze dell'ordine o dell'Arma, che forse avrebbero altre mansioni più urgenti alle quali essere assegnati. Eppure, nonostante le prove, ci sono stati diversi casi di reintegro e condanna, nei confronti della PA, a erogare le mensilità sospese perché il danno arrecato era non quantificabile o esiguo rispetto alla pena. A Bologna, ad esempio, un gup ha prosciolto una ventina di assenteisti dell'Agenzia delle entrate che durante il lavoro andavano in palestra. Per il giudice erano innocenti dal momento che col loro comportamento avrebbero arrecato un danno di poche decine di euro. «E sotto gli 80 euro, si legge nella sentenza, il reato di danno non si configura».
Senza scomodare Stachanov, nessuno vieta qualche pausa, ma se a forza di bere caffè si sta più fuori che dentro, forse il danno c'è, "calcolabile" in tempo sprecato dai cittadini in attesa, magari. A Verona, ad esempio, con la sentenza 310 del 2014, la sezione Lavoro del Tribunale annulla i provvedimenti disciplinari (sospensione dal servizio e dalla retribuzione per rispettivi 13 e 14 giorni) adottati dalla Asl 20 nei confronti di due furbette colte in fallo, spesso al bar. Secondo i magistrati, il danno economico derivante dal comportamento contestato alle dipendenti è secondario ed esiguo rispetto alla punizione disciplinare. Così fan tutti, mica si può punire per un caffè. Diversi dipendenti di Rfi, gruppo delle Ferrovie dello Stato, che prima timbrano il cartellino di ingresso al lavoro e poi se ne vanno al bar, vengono licenziati. Fanno ricorso e i giudici di Milano danno ragione a loro. L’azienda dello Stato è condannata al reintegro dei lavoratori, a pagargli un’indennità risarcitoria e a sborsare le spese legali.
A Boscoreale quando i carabinieri fanno irruzione in Comune un terzo dei dipendenti non c'è. Il Tribunale di Torre Annunziata emette un'ordinanza di sospensione dall'esercizio di pubblico ufficio nei confronti di 41 dipendenti comunali assenteisti, arrestati in flagranza di reato. L'interdizione è temporanea ed ha una durata di due mesi, durante i quali i fannulloni incasseranno comunque metà dello stipendio. Una misura, questa, meno severa rispetto alle richieste della Procura, visto il reato di truffa aggravata e di falsa attestazione del dipendente pubblico di presenza in servizio,quest'ultimo introdotto con il d.lgs 150 del 2009 in materia di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Ancora (e ci sono centinaia di casi): l'ospedale Santa Maria di Perugia è al centro di un'inchiesta su presunti casi di assenteismo tra i dipendenti: i militari notificano decine di provvedimenti a medici, infermieri e personale amministrativo. Due persone finiscono in carcere, dieci agli arresti domiciliari, per altre 68 c’è l’avviso di garanzia. Per tutti l'accusa è di essersi ripetutamente assentati senza giustificato motivo dal posto di lavoro. Il giudice per le indagini preliminari accoglie il ricorso di undici delle dodici persone sospese dal servizio. Il provvedimento, secondo il gip, non è giustificato, e viene ordinato il reintegro.
La ciliegina sulla torta su spetta a Rai e Parlamento: un giudice ha ripristinato l'incarico di un dipendente di RaiUno, licenziato per aver assunto la moglie con il trucchetto del cognome da nubile. Il modulo di Viale Mazzini per dichiarare "parenti o affini", secondo il tribunale, è stato compilato legalmente: la moglie non è un parente né un affine. Per la burocrazia Rai (che è concessionaria del servizio pubblico e non pubblica amministrazione) ingaggiare la moglie è corretto. Fratelli, figli, cugini, se condividono il cognome, mai. Deputati e senatori, invece, possono assentarsi quanto vogliono. La diaria, come si legge nel regolamento della Camera dei Deputati, viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico (il Senato invece parla di generiche decurtazioni). È considerato presente il parlamentare che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell'arco della giornata. L'impatto sul lauto stipendio è minimo. E con qualche amico "pianista", il gioco è fatto.
@AlessandraSway
Al lavoro pubblico si applicano le norme del Codice Civile relative al licenziamento per giusta causa (l’art. 2119 c.c) e per giustificato motivo oggettivo (l’art. 3 della legge 604/66) secondo il d.lgs 165/2001. Proprio come i dipendenti privati quindi, chi lavora nelle pubbliche amministrazioni può essere licenziato per inadempimento agli obblighi contrattuali. Nella riforma Madia, però, in caso di contenzioso legale, resta sempre il reintegro nella PA, mentre la modifica dell’art. 18 che si applica al settore privato lo sostituisce, nel caso di licenziamento per motivi economici, con un indennizzo.
Le statistiche dicono che il 45% dei licenziamenti nel settore pubblico del 2013 (ultimi dati disponibili, 220 provvedimenti su 6.900 procedimenti disciplinari) è avvenuto per assenze ingiustificate. Il cui danno deve dunque essere stato ampiamente dimostrato. Dallo Stato, perché l'onere della prova è a carico dell'azienda, quando si tratta di licenziamento per motivi disciplinari. In questo caso quindi alle forze dell'ordine o dell'Arma, che forse avrebbero altre mansioni più urgenti alle quali essere assegnati. Eppure, nonostante le prove, ci sono stati diversi casi di reintegro e condanna, nei confronti della PA, a erogare le mensilità sospese perché il danno arrecato era non quantificabile o esiguo rispetto alla pena. A Bologna, ad esempio, un gup ha prosciolto una ventina di assenteisti dell'Agenzia delle entrate che durante il lavoro andavano in palestra. Per il giudice erano innocenti dal momento che col loro comportamento avrebbero arrecato un danno di poche decine di euro. «E sotto gli 80 euro, si legge nella sentenza, il reato di danno non si configura».
Senza scomodare Stachanov, nessuno vieta qualche pausa, ma se a forza di bere caffè si sta più fuori che dentro, forse il danno c'è, "calcolabile" in tempo sprecato dai cittadini in attesa, magari. A Verona, ad esempio, con la sentenza 310 del 2014, la sezione Lavoro del Tribunale annulla i provvedimenti disciplinari (sospensione dal servizio e dalla retribuzione per rispettivi 13 e 14 giorni) adottati dalla Asl 20 nei confronti di due furbette colte in fallo, spesso al bar. Secondo i magistrati, il danno economico derivante dal comportamento contestato alle dipendenti è secondario ed esiguo rispetto alla punizione disciplinare. Così fan tutti, mica si può punire per un caffè. Diversi dipendenti di Rfi, gruppo delle Ferrovie dello Stato, che prima timbrano il cartellino di ingresso al lavoro e poi se ne vanno al bar, vengono licenziati. Fanno ricorso e i giudici di Milano danno ragione a loro. L’azienda dello Stato è condannata al reintegro dei lavoratori, a pagargli un’indennità risarcitoria e a sborsare le spese legali.
A Boscoreale quando i carabinieri fanno irruzione in Comune un terzo dei dipendenti non c'è. Il Tribunale di Torre Annunziata emette un'ordinanza di sospensione dall'esercizio di pubblico ufficio nei confronti di 41 dipendenti comunali assenteisti, arrestati in flagranza di reato. L'interdizione è temporanea ed ha una durata di due mesi, durante i quali i fannulloni incasseranno comunque metà dello stipendio. Una misura, questa, meno severa rispetto alle richieste della Procura, visto il reato di truffa aggravata e di falsa attestazione del dipendente pubblico di presenza in servizio,quest'ultimo introdotto con il d.lgs 150 del 2009 in materia di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni.
Ancora (e ci sono centinaia di casi): l'ospedale Santa Maria di Perugia è al centro di un'inchiesta su presunti casi di assenteismo tra i dipendenti: i militari notificano decine di provvedimenti a medici, infermieri e personale amministrativo. Due persone finiscono in carcere, dieci agli arresti domiciliari, per altre 68 c’è l’avviso di garanzia. Per tutti l'accusa è di essersi ripetutamente assentati senza giustificato motivo dal posto di lavoro. Il giudice per le indagini preliminari accoglie il ricorso di undici delle dodici persone sospese dal servizio. Il provvedimento, secondo il gip, non è giustificato, e viene ordinato il reintegro.
La ciliegina sulla torta su spetta a Rai e Parlamento: un giudice ha ripristinato l'incarico di un dipendente di RaiUno, licenziato per aver assunto la moglie con il trucchetto del cognome da nubile. Il modulo di Viale Mazzini per dichiarare "parenti o affini", secondo il tribunale, è stato compilato legalmente: la moglie non è un parente né un affine. Per la burocrazia Rai (che è concessionaria del servizio pubblico e non pubblica amministrazione) ingaggiare la moglie è corretto. Fratelli, figli, cugini, se condividono il cognome, mai. Deputati e senatori, invece, possono assentarsi quanto vogliono. La diaria, come si legge nel regolamento della Camera dei Deputati, viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell'Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico (il Senato invece parla di generiche decurtazioni). È considerato presente il parlamentare che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell'arco della giornata. L'impatto sul lauto stipendio è minimo. E con qualche amico "pianista", il gioco è fatto.
@AlessandraSway