MILANO - Nelle ultime ore il petrolio sembra aver trovato un supporto al quale adagiarsi, interrompendo la caduta al ribasso delle quotazioni che si è visto nei tempi recenti; ma potrebbe trattarsi di una pausa solo temporanea, in vista di una nuova tempesta. Lo credono almeno quegli speculatori che hanno scommesso sul ribasso del barile, acquistando contratti derivati (delle opzioni) che li ripagheranno solo se il greggio scenderà sotto 15 dollari al barile il prossimo anno. Insomma, dagli attuali 36 dollari circa intorno ai quali stazionano Brent e Wti, significa che qualcuno si augura qualcosa di più di un dimezzamento dei corsi.
Come ricorda Bloomberg, questa ulteriore visione 'da orsi' - cioè ribassista - sulle quotazioni dell'oro nero si lega alla decisione dell'Opec di non mettere limiti alla sua produzione, al ritorno sul mercato accelerato da parte dell'Iran post-accordo sul nucleare, e alla resilienza di Paesi come la Russia, che nonostante la situazione di crisi continuano a pompare a pieno ritmo. "Pensiamo che l'eccesso di offerta continui durante il prossimo anno", ha scritto in un report Jeffrey Currie, a capo della ricerca sulle materie prime per Goldman Sachs, spiegando che c'è il rischio di vedere il prezzo del petrolio a 20 dollari, anche a causa del clima mite che sta riducendo la domanda per i riscaldamenti.
Americani, sceicchi, industrie: chi vince con il petrolio a 35 dollari
I dati sulle opzioni acquistate dagli speculatori arrivano invece dal New York Mercantile Exchange e U.S. Depository Trust & Clearing Corp., secondo i quali si arriva appunto a scommetere fino a un livello di 15 dollari. Un indicazione che viene recepita come un'idea di massima espressa dal mercato sui prezzi che si potranno vedere nei prossimi anni. I maggiori volumi di acquisto, a dire il vero, si sono verificati per la fascia di derivati che indicano il Wti tra i 20 e i 30 dollari al barile il prossimo anno. Ancor più precisamente, l'opzione di vendita (la 'put') di maggior dimensione per il dicembre 2016 è a quota 30 dollari. L'agenzia finanziaria americana nota che i contratti sotto quella soglia sono effettivamente pochi, ma l'opzione per quota 25 dollari (scadenza giugno 2016) è quasi raddoppiata in volume nell'ultima settimana. Si tratta non solo di scommettitori sul ribasso del greggio, ma anche di investitori che si 'cautelano' diversificando il loro portafoglio: se investono in compagnie petrolifere, che ovviamente si apprezzano al salire del prezzo del petrolio, piazzano anche una scommessa opposta con le opzioni, per non restare scottati qualora si verificasse un calo delle quotazioni energetiche.
A questa posizione del mercato si affianca oggi quella dell'Opec, secondo la quale il prezzo del petrolio resterà sotto i 100 dollari al barile in un periodo di lungo termine prima di risalire gradualmente col rallentamento della produzione. Nel suo rapporto annuale World Oil Outlook, il cartello spiega che il prezzo medio del greggio, prodotto dai membri del cartello, salirà a 70 dollari al barile entro il 2020. L'anno scorso però l'Opec aveva stimato un prezzo medio di 95,40 dollari entro il 2020, il valore della produzione è quindi ridotto di 218 miliardi rispetto alle previsioni del 2015.
Come ricorda Bloomberg, questa ulteriore visione 'da orsi' - cioè ribassista - sulle quotazioni dell'oro nero si lega alla decisione dell'Opec di non mettere limiti alla sua produzione, al ritorno sul mercato accelerato da parte dell'Iran post-accordo sul nucleare, e alla resilienza di Paesi come la Russia, che nonostante la situazione di crisi continuano a pompare a pieno ritmo. "Pensiamo che l'eccesso di offerta continui durante il prossimo anno", ha scritto in un report Jeffrey Currie, a capo della ricerca sulle materie prime per Goldman Sachs, spiegando che c'è il rischio di vedere il prezzo del petrolio a 20 dollari, anche a causa del clima mite che sta riducendo la domanda per i riscaldamenti.
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I dati sulle opzioni acquistate dagli speculatori arrivano invece dal New York Mercantile Exchange e U.S. Depository Trust & Clearing Corp., secondo i quali si arriva appunto a scommetere fino a un livello di 15 dollari. Un indicazione che viene recepita come un'idea di massima espressa dal mercato sui prezzi che si potranno vedere nei prossimi anni. I maggiori volumi di acquisto, a dire il vero, si sono verificati per la fascia di derivati che indicano il Wti tra i 20 e i 30 dollari al barile il prossimo anno. Ancor più precisamente, l'opzione di vendita (la 'put') di maggior dimensione per il dicembre 2016 è a quota 30 dollari. L'agenzia finanziaria americana nota che i contratti sotto quella soglia sono effettivamente pochi, ma l'opzione per quota 25 dollari (scadenza giugno 2016) è quasi raddoppiata in volume nell'ultima settimana. Si tratta non solo di scommettitori sul ribasso del greggio, ma anche di investitori che si 'cautelano' diversificando il loro portafoglio: se investono in compagnie petrolifere, che ovviamente si apprezzano al salire del prezzo del petrolio, piazzano anche una scommessa opposta con le opzioni, per non restare scottati qualora si verificasse un calo delle quotazioni energetiche.
A questa posizione del mercato si affianca oggi quella dell'Opec, secondo la quale il prezzo del petrolio resterà sotto i 100 dollari al barile in un periodo di lungo termine prima di risalire gradualmente col rallentamento della produzione. Nel suo rapporto annuale World Oil Outlook, il cartello spiega che il prezzo medio del greggio, prodotto dai membri del cartello, salirà a 70 dollari al barile entro il 2020. L'anno scorso però l'Opec aveva stimato un prezzo medio di 95,40 dollari entro il 2020, il valore della produzione è quindi ridotto di 218 miliardi rispetto alle previsioni del 2015.