MILANO - Per la prima volta da 35 anni a questa parte l'Alaska potrebbe introdurre un'imposta sui redditi dei suoi residenti, per fronteggiare il tracollo del prezzo del petrolio. Proprio sul greggio, infatti, si fonda gran parte del bilancio statale e visti i corsi del barile, che si sono spinti recentemente ai minimi da oltre un decennio, il governatore indipendente Bill Walker sta studiando la stretta alla cinghia per riequilibrare i conti. Due terzi dei ricavi del bilancio statale da 5,2 miliardi non potranno esser raccolti dall'oro nero. Se il disegno si renderà necessario, si metterebbe fine a uno dei pilastri che ha fatto dell'Alaska un unicum nel panorama degli Stati Uniti, con quell'esenzione dal pagamento di imposte che ha reso attrattivo un territorio non certo amico dell'uomo dal punto di vista climatico.
Come ricostruisce il New York Times, si tratterebbe di una inversione a U nel rapporto tra cittadini e Stato: fino ad ora, infatti, il flusso di denaro scorre dal pubblico al privato. Un fiume di soldi che scorre parallelo a quello del greggio. Alla metà degli anni Settanta, in piena crisi energetica, il Congresso decise di realizzare 800 miglia di oleodotto dall'Artico al porto di Valdez. Per ogni barile di greggio che transita nel tubo, l'Alaska ha incassato royalty che sono servite a finanziare quasi tutto (il 90%) il bilancio statale da 5 miliardi di dollari. Profitti abbondanti, raccolti in un fondo, che hanno permesso anche di girare assegni agli abitanti, talvolta in grado di raccimolare 8mila dollari per un nucleo familiare di 4 persone. Il fondo ha pagato dividendi ogni anno dal 1982, da 300 dollari fino ai 2mila di quest'anno.
Ebbene, tutto questo Bengodi oggi rischia di arrivare al capolinea. Walker vorrebbe agire in una duplice direzione. Da una parte, appunto, cercare di rimpinguare le entrate dello Stato con una tassazione dei redditi, in modo da svincolare il bilancio anche dal petrolio. Dall'altra, riducendo le erogazioni del fondo e legando la distribuzione dei dividendi alle royalty effettivamente incassate.
Come ricostruisce il New York Times, si tratterebbe di una inversione a U nel rapporto tra cittadini e Stato: fino ad ora, infatti, il flusso di denaro scorre dal pubblico al privato. Un fiume di soldi che scorre parallelo a quello del greggio. Alla metà degli anni Settanta, in piena crisi energetica, il Congresso decise di realizzare 800 miglia di oleodotto dall'Artico al porto di Valdez. Per ogni barile di greggio che transita nel tubo, l'Alaska ha incassato royalty che sono servite a finanziare quasi tutto (il 90%) il bilancio statale da 5 miliardi di dollari. Profitti abbondanti, raccolti in un fondo, che hanno permesso anche di girare assegni agli abitanti, talvolta in grado di raccimolare 8mila dollari per un nucleo familiare di 4 persone. Il fondo ha pagato dividendi ogni anno dal 1982, da 300 dollari fino ai 2mila di quest'anno.
Ebbene, tutto questo Bengodi oggi rischia di arrivare al capolinea. Walker vorrebbe agire in una duplice direzione. Da una parte, appunto, cercare di rimpinguare le entrate dello Stato con una tassazione dei redditi, in modo da svincolare il bilancio anche dal petrolio. Dall'altra, riducendo le erogazioni del fondo e legando la distribuzione dei dividendi alle royalty effettivamente incassate.