MILANO - Il petrolio è calato fin sotto la soglia di 30 dollari al barile, ma per i consumatori cinesi è come se costasse ancora più di 40 dollari: per le Autorità, infatti, far diventare il greggio troppo conveniente rischia di vanificare gli sforzi per ridurre i consumi di carburanti e, quindi, l'inquinamento. Bloomberg spiega infatti che, come stabilito dai pianificatori economici di Pechino, raggiunta la soglia di 40 dollari si interrompe il meccanismo che lega linearmente la discesa del prezzo della materia prima con il valore dei suoi derivati. Se in Italia, dunque, i consumatori lamentano ciclicamente la stratificazione di accise e balzelli che impediscono al prezzo della benzina di scendere in linea con quello del petrolio, in Cina questa discrepanza è frutto di una precisa volontà politica.
I prezzi dei carburanti al dettaglio sono ritoccati regolarmente, per riflettere le fluttuazioni di mercato del greggio. Ma, nonostante sia ufficialmente ancora in vigore questo meccanismo, il presidente Xi Jinping ha decretato lo stop a tagli ulteriori. "Sicuramente i consumatori sono quelli che pagano il prezzo più alto" di questa scelta, spiega l'analista Li Li all'agenzia Usa. Di fatto, i consumatori si trovano a finanziare le compagnie petrolifere che acquistano la materia prima a prezzi di saldo e riescono a rivenderla a un livello 'calmierato' verso l'alto. Già, negli ultimi tempi, le tasse sul consumo dei carburanti erano state alzate proprio per contenere le file alle pompe di benzina; con l'attuale meccanismo, il prezzo al dettaglio per un automobilista di Pechino è sceso del 30% dal marzo 2013, periodo d'introduzione dei tagli a tavolino. Nello stesso periodo, gli americani hanno beneficiato di uno sconto del 50% e il greggio ha perso più del 70%. Per farsi un'idea di cosa sia accaduto in Italia, si può prendere l'archivio storico del Mise. Nel marzo 2013, il prezzo ai consumatori della benzina senza piombo era intorno a 1,8 euro. Oggi siamo a 1,43 medi: il calo è stato di poco superiore al 20% (biosgna però considerare che in entrambi i casi la componente di accise e Iva era di circa 1 euro, quindi la variazione sul prezzo al netto dell'imposizione è di -40%).
Tornando a quanto accade in Cina, secondo quanto garantiscono le autorità gli extra-profitti generati dalle compagnie dovrebbero essere in realtà dirottati in un fondo che finanzi attività di efficientamento energetico, riduzione della dipendenza dal petrolio e così via. I raffinatori da China Petroleum & Chemical Corp. a PetroChina dovrebbero quindi veder svanire la possibilità di questi guadagni aggiuntivi, ma secondo gli analisti di Morgan Stanley l'intento ambientalista potrebbe andar deluso: "Crediamo che le risorse aggiuntive verranno ritirate dal governo", scrivono in un report. Da ultimo, sostiene ancora il governo, il 'floor' a 40 dollar al barile (cioè il livello oltre il quale non far scendere, in modo fittizio e per i consumatori, il prezzo del greggio) serve a sostenere i produttori domestici, non facendo pagare loro il conto di un greggio in picchiata.
I prezzi dei carburanti al dettaglio sono ritoccati regolarmente, per riflettere le fluttuazioni di mercato del greggio. Ma, nonostante sia ufficialmente ancora in vigore questo meccanismo, il presidente Xi Jinping ha decretato lo stop a tagli ulteriori. "Sicuramente i consumatori sono quelli che pagano il prezzo più alto" di questa scelta, spiega l'analista Li Li all'agenzia Usa. Di fatto, i consumatori si trovano a finanziare le compagnie petrolifere che acquistano la materia prima a prezzi di saldo e riescono a rivenderla a un livello 'calmierato' verso l'alto. Già, negli ultimi tempi, le tasse sul consumo dei carburanti erano state alzate proprio per contenere le file alle pompe di benzina; con l'attuale meccanismo, il prezzo al dettaglio per un automobilista di Pechino è sceso del 30% dal marzo 2013, periodo d'introduzione dei tagli a tavolino. Nello stesso periodo, gli americani hanno beneficiato di uno sconto del 50% e il greggio ha perso più del 70%. Per farsi un'idea di cosa sia accaduto in Italia, si può prendere l'archivio storico del Mise. Nel marzo 2013, il prezzo ai consumatori della benzina senza piombo era intorno a 1,8 euro. Oggi siamo a 1,43 medi: il calo è stato di poco superiore al 20% (biosgna però considerare che in entrambi i casi la componente di accise e Iva era di circa 1 euro, quindi la variazione sul prezzo al netto dell'imposizione è di -40%).
Tornando a quanto accade in Cina, secondo quanto garantiscono le autorità gli extra-profitti generati dalle compagnie dovrebbero essere in realtà dirottati in un fondo che finanzi attività di efficientamento energetico, riduzione della dipendenza dal petrolio e così via. I raffinatori da China Petroleum & Chemical Corp. a PetroChina dovrebbero quindi veder svanire la possibilità di questi guadagni aggiuntivi, ma secondo gli analisti di Morgan Stanley l'intento ambientalista potrebbe andar deluso: "Crediamo che le risorse aggiuntive verranno ritirate dal governo", scrivono in un report. Da ultimo, sostiene ancora il governo, il 'floor' a 40 dollar al barile (cioè il livello oltre il quale non far scendere, in modo fittizio e per i consumatori, il prezzo del greggio) serve a sostenere i produttori domestici, non facendo pagare loro il conto di un greggio in picchiata.