ROMA. "Con la grande crisi i fenomeni di elusione sono esplosi. Erano un lusso che non potevamo più permetterci".
Marco Greggi, docente di Diritto tributario internazionale all'Università di Ferrara, spiega anche così, con la chiave culturale, la svolta a cui stiamo assistendo.
Professore, come mai i colossi ora pagano le tasse? Cos'è cambiato?
"Ancora nulla, dal punto di vista delle leggi. Alla domanda "dove paga chi?" si risponde ancora con le regole scritte tra gli anni '20 e '30, quelle che hanno ispirato centinaia di trattati internazionali. Si paga dove si risiede e si hanno stabilimenti".
Ma ha ancora senso oggi?
"Lo aveva allora. Ma le multinazionali, specie quelle del web, ci hanno giocato. E poiché fanno soldi nel mondo senza avere punti vendita pagano le tasse dove hanno sede legale, dunque in Paesi fiscalmente convenienti".
Cosa si è rotto?
"Le agenzie fiscali cominciano a dire che quelle regole vanno interpretate, il concetto di filiale aggiornato. Se Google opera in Italia senza stabile organizzazione, noi ipotizziamo ce l'abbia lo stesso, visti i guadagni enormi".
La Finanza parla di "stabile organizzazione occulta".
"Il trucco è: le trattative di business le fanno a Milano, davanti a un caffè. Poi i contratti li firmano a Dublino. Gli inglesi dicono: substance over form. La sostanza è l'Italia, la forma l'Irlanda. Quindi le tasse vanno pagate da noi".
Alla fine però, rispetto all'evaso, sono briciole. In Italia, ma anche in Gran Bretagna.
"I colossi fanno un'analisi costi-benefici con i loro grossi studi legali: rischiamo di più se facciamo causa o trattiamo? Alla fine trattano. Ma anche le agenzie fiscali esultano perché incassano e invertono la tendenza".
I colossi del web righeranno dritto da qui in poi?
"Vale la logica dei vasi comunicanti. È come se Apple e gli altri dicessero: siamo pronti a pagare tutto, diteci dove. Ma se versiamo in Italia, non lo facciamo altrove".
Accettabile per gli Stati Uniti?
"Sempre meno. Il 15 gennaio i senatori americani hanno chiesto al segretario del Tesoro di fare pressione sulla Commissione europea per via dell'indagine sugli aiuti di Stato".
Di cosa hanno paura?
"Di una tassazione retroattiva, definita "discriminatoria", sulle loro multinazionali. Per voi è elusione, per noi business: questo è il ritornello. E dunque il timore che la Apple assuma meno ingegneri in California, per pagare le tasse a Roma e Londra, alimenta una piccola escalation tributaria".
Una guerra globale sul fisco?
"Gli americani temono le norme su ruling e interpelli internazionali. Ovvero gli accordi segreti tra gli Stati. La nuova direttiva Ue anti-elusione punta proprio a sanzionare gli abusi in questo campo".
Passerà mai in Parlamento a Strasburgo?
"Difficile, ci vuole l'unanimità. E i Paesi del Nord non la pensano come noi latini, preferendo l'andazzo attuale: accordi su misura, tailor-made. Speriamo che non finisca come nella canzone di De Andrè: "Lo Stato che fa? Si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità".
Marco Greggi, docente di Diritto tributario internazionale all'Università di Ferrara, spiega anche così, con la chiave culturale, la svolta a cui stiamo assistendo.
Professore, come mai i colossi ora pagano le tasse? Cos'è cambiato?
"Ancora nulla, dal punto di vista delle leggi. Alla domanda "dove paga chi?" si risponde ancora con le regole scritte tra gli anni '20 e '30, quelle che hanno ispirato centinaia di trattati internazionali. Si paga dove si risiede e si hanno stabilimenti".
Ma ha ancora senso oggi?
"Lo aveva allora. Ma le multinazionali, specie quelle del web, ci hanno giocato. E poiché fanno soldi nel mondo senza avere punti vendita pagano le tasse dove hanno sede legale, dunque in Paesi fiscalmente convenienti".
Cosa si è rotto?
"Le agenzie fiscali cominciano a dire che quelle regole vanno interpretate, il concetto di filiale aggiornato. Se Google opera in Italia senza stabile organizzazione, noi ipotizziamo ce l'abbia lo stesso, visti i guadagni enormi".
La Finanza parla di "stabile organizzazione occulta".
"Il trucco è: le trattative di business le fanno a Milano, davanti a un caffè. Poi i contratti li firmano a Dublino. Gli inglesi dicono: substance over form. La sostanza è l'Italia, la forma l'Irlanda. Quindi le tasse vanno pagate da noi".
Alla fine però, rispetto all'evaso, sono briciole. In Italia, ma anche in Gran Bretagna.
"I colossi fanno un'analisi costi-benefici con i loro grossi studi legali: rischiamo di più se facciamo causa o trattiamo? Alla fine trattano. Ma anche le agenzie fiscali esultano perché incassano e invertono la tendenza".
I colossi del web righeranno dritto da qui in poi?
"Vale la logica dei vasi comunicanti. È come se Apple e gli altri dicessero: siamo pronti a pagare tutto, diteci dove. Ma se versiamo in Italia, non lo facciamo altrove".
Accettabile per gli Stati Uniti?
"Sempre meno. Il 15 gennaio i senatori americani hanno chiesto al segretario del Tesoro di fare pressione sulla Commissione europea per via dell'indagine sugli aiuti di Stato".
Di cosa hanno paura?
"Di una tassazione retroattiva, definita "discriminatoria", sulle loro multinazionali. Per voi è elusione, per noi business: questo è il ritornello. E dunque il timore che la Apple assuma meno ingegneri in California, per pagare le tasse a Roma e Londra, alimenta una piccola escalation tributaria".
Una guerra globale sul fisco?
"Gli americani temono le norme su ruling e interpelli internazionali. Ovvero gli accordi segreti tra gli Stati. La nuova direttiva Ue anti-elusione punta proprio a sanzionare gli abusi in questo campo".
Passerà mai in Parlamento a Strasburgo?
"Difficile, ci vuole l'unanimità. E i Paesi del Nord non la pensano come noi latini, preferendo l'andazzo attuale: accordi su misura, tailor-made. Speriamo che non finisca come nella canzone di De Andrè: "Lo Stato che fa? Si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità".