MILANO - A un anno dall'entrata in vigore del nuovo sistema di accise sui tabacchi, il centro studi Casmef dell'università Luiss di Roma promuove la riforma fiscale sottolineando gli ottimi risultati ottenuti grazie a una norma "bilanciata". Nel 2015, l'andamento dei prezzi di vendita dei pacchetti di sigarette ha infatti confermato che gli incentivi contenuti nella legge hanno spinto il mercato nella giusta direzione: gli aumenti di prezzo, seppure significativi nella fascia fino a 4,4 euro al pacchetto, non sono stati tali da deprimere i consumi, che sono rimasti sostanzialmente stabili sui livelli del 2014. Proprio la crescita bilanciata dei prezzi e la conseguente tenuta degli acquisti hanno generato nel 2015 un gettito erariale superiore alle attese (+260 milioni di euro).
Nonostante un quadro confortante, in molti chiedono ancora interventi discrezionali sulla struttura della tassazione, soprattutto nella direzione di un aumento corposo dell'onere fiscale minimo che grava sulle sigarette di prezzo basso (cioè, al di sotto di 4,40 euro al pacchetto). Le argomentazioni alla base di queste richieste sono di diversa natura: la prima, economica, si basa sull'idea che le entrate erariali dipendano prevalentemente dai prezzi, ossia più sono alti i prezzi, maggiori saranno le entrate. La seconda, "paternalistica", si fonda sulla convinzione che prezzi alti scoraggino il consumo di tabacco (soprattutto tra i minori e i meno abbienti). La terza, concorrenziale, si preoccupa del fatto che gli adeguamenti automatici del prezzo medio ponderato inaspriscano la pressione fiscale solo sulle sigarette di prezzo alto e medio-alto (al di sopra di 4,40 euro al pacchetto).
In relazione al primo punto, l'analisi Casmef-Luiss evidenzia come l'argomentazione di natura economica si basi su un'assunzione per nulla scontata: ovvero che all'aumentare dei prezzi, la domanda rimanga invariata. "L'ipotesi di una domanda inelastica - si legge nello studio - appare smentita dall'evidenza empirica più recente: emblematico è il caso della Grecia, dove, a seguito di un aumento consistente e generalizzato dei prezzi, indotto dalla recente riforma fiscale, le entrate erariali si sono ridotte drasticamente, a causa della contrazione della domanda".
Il caso italiano, in cui la domanda è rimasta sostanzialmente stabile nel 2015, non deve trarre in inganno: secondo la Luiss i consumatori impiegano qualche mese ad adeguare in modo definitivo i loro consumi ed è possibile che gli effetti della diminuzione dei prezzi del 2014 e quelli dell'aumento del 2015 abbiano convissuto per buona parte dell'ultimo anno, bilanciandosi.
La seconda argomentazione, di tipo "paternalistico", sarebbe invece pretestuosa: l'analisi Casmef-Luiss sottolinea come non esista alcuna prova scientifica degli effetti benefici dei prezzi alti sul consumo di tabacco. "Inoltre - si legge -, mentre all'aumentare dei prezzi si osserva, in molti casi, la diminuzione del consumo legale di sigarette, allo stesso tempo si registra una migrazione dei consumatori verso prodotti alternativi più convenienti, che nella migliore delle ipotesi sono costituiti dal tabacco trinciato e nel peggiore dei casi dalle sigarette di contrabbando".
Nonostante un quadro confortante, in molti chiedono ancora interventi discrezionali sulla struttura della tassazione, soprattutto nella direzione di un aumento corposo dell'onere fiscale minimo che grava sulle sigarette di prezzo basso (cioè, al di sotto di 4,40 euro al pacchetto). Le argomentazioni alla base di queste richieste sono di diversa natura: la prima, economica, si basa sull'idea che le entrate erariali dipendano prevalentemente dai prezzi, ossia più sono alti i prezzi, maggiori saranno le entrate. La seconda, "paternalistica", si fonda sulla convinzione che prezzi alti scoraggino il consumo di tabacco (soprattutto tra i minori e i meno abbienti). La terza, concorrenziale, si preoccupa del fatto che gli adeguamenti automatici del prezzo medio ponderato inaspriscano la pressione fiscale solo sulle sigarette di prezzo alto e medio-alto (al di sopra di 4,40 euro al pacchetto).
In relazione al primo punto, l'analisi Casmef-Luiss evidenzia come l'argomentazione di natura economica si basi su un'assunzione per nulla scontata: ovvero che all'aumentare dei prezzi, la domanda rimanga invariata. "L'ipotesi di una domanda inelastica - si legge nello studio - appare smentita dall'evidenza empirica più recente: emblematico è il caso della Grecia, dove, a seguito di un aumento consistente e generalizzato dei prezzi, indotto dalla recente riforma fiscale, le entrate erariali si sono ridotte drasticamente, a causa della contrazione della domanda".
Il caso italiano, in cui la domanda è rimasta sostanzialmente stabile nel 2015, non deve trarre in inganno: secondo la Luiss i consumatori impiegano qualche mese ad adeguare in modo definitivo i loro consumi ed è possibile che gli effetti della diminuzione dei prezzi del 2014 e quelli dell'aumento del 2015 abbiano convissuto per buona parte dell'ultimo anno, bilanciandosi.
La seconda argomentazione, di tipo "paternalistico", sarebbe invece pretestuosa: l'analisi Casmef-Luiss sottolinea come non esista alcuna prova scientifica degli effetti benefici dei prezzi alti sul consumo di tabacco. "Inoltre - si legge -, mentre all'aumentare dei prezzi si osserva, in molti casi, la diminuzione del consumo legale di sigarette, allo stesso tempo si registra una migrazione dei consumatori verso prodotti alternativi più convenienti, che nella migliore delle ipotesi sono costituiti dal tabacco trinciato e nel peggiore dei casi dalle sigarette di contrabbando".