MILANO - A piedi sporchi in Giappone è un diario personale, il racconto di viaggio di un matematico curioso - professore ordinario di Statistica presso l’Università degli Studi di Milano - e del suo amore per una terra affascinante e ricca di contrasti. Stefano Iacus inizia a corteggiare il Giappone passando agile e disinvolto da una divagazione all'altra, ma sempre pronto a ritrovare il filo delle regole, per farci capire come rapportarci a un nuovo sistema di riferimento che non ammette nomi per le vie rionali, che presuppone significati diversi al comune linguaggio del corpo, che mette persino in discussione il nostro orientamento.
L'essenziale è cambiare temporaneamente il sistema di riferimento, perché in Giappone non esistono piazze su cui si ergono statue o si affacciano chiese e la maggior parte dei ristoranti non si trova sulla strada, ma ai piani alti di enormi palazzi. I rubinetti si aprono tirando la leva del miscelatore verso il basso, le serrature si chiudono girando la chiave in senso antiorario, e si tiene la sinistra sui marciapiedi e sulle scale mobili, oltre che alla guida. Non ci si soffia il naso in un fazzoletto se si è in pubblico, ed è maleducazione non sorbire rumorosamente una zuppa al ristorante o a cena in casa d'amici.
Ogni situazione è vista come il centro di una rete di relazioni da seguire, perché misurare tutto secondo gli schemi mentali occidentali è l’errore da evitare. Sempre. A piedi sporchi in Giappone ha i pregi semplici della leggerezza anche quando la passione iniziale si trasforma in una vera e propria relazione, di quelle che ci fanno amare qualcuno nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà.
Perché il mondo cambia in fretta e anche le priorità dell’autore quando, annichilito dal sisma che nel 2011 ha scosso il Giappone e dallo tsunami che si è abbattuto sul Tohoku, decide di partire come volontario nella prefettura di Fukushima. Anche qui non smette di cercare risposte: le priorità che seguono ogni tragedia hanno bisogno di un approccio matematico per essere decodificate.
L'essenziale è cambiare temporaneamente il sistema di riferimento, perché in Giappone non esistono piazze su cui si ergono statue o si affacciano chiese e la maggior parte dei ristoranti non si trova sulla strada, ma ai piani alti di enormi palazzi. I rubinetti si aprono tirando la leva del miscelatore verso il basso, le serrature si chiudono girando la chiave in senso antiorario, e si tiene la sinistra sui marciapiedi e sulle scale mobili, oltre che alla guida. Non ci si soffia il naso in un fazzoletto se si è in pubblico, ed è maleducazione non sorbire rumorosamente una zuppa al ristorante o a cena in casa d'amici.
Ogni situazione è vista come il centro di una rete di relazioni da seguire, perché misurare tutto secondo gli schemi mentali occidentali è l’errore da evitare. Sempre. A piedi sporchi in Giappone ha i pregi semplici della leggerezza anche quando la passione iniziale si trasforma in una vera e propria relazione, di quelle che ci fanno amare qualcuno nel bene e nel male, in ricchezza e in povertà.
Perché il mondo cambia in fretta e anche le priorità dell’autore quando, annichilito dal sisma che nel 2011 ha scosso il Giappone e dallo tsunami che si è abbattuto sul Tohoku, decide di partire come volontario nella prefettura di Fukushima. Anche qui non smette di cercare risposte: le priorità che seguono ogni tragedia hanno bisogno di un approccio matematico per essere decodificate.