MILANO - La sterlina vicina ai minimi da sette anni contro il dollaro indica quanto i negoziati sulla Brexit, giunti alla stretta finale, siano un elemento di disturbo per i mercati. Non a caso, i signori della City londinese non hanno dubbi: si schierano per l'Europa senza attendere neppure l'esito del vertice di Bruxelles e la formalizzazione dell'intesa fra David Cameron e gli altri leader Ue. Come riporta il Daily Telegraph, almeno 80 supermanager al timone di altrettante aziende britanniche quotate in Borsa sono decisi a sostenere fin d'ora, in vista del referendum, la campagna contro la Brexit a prescindere da ciò che il primo ministro conservatore sarà in grado di strappare nella sua partita a scacchi con i governi del resto d'Europa. "Il business - ha detto al giornale filo Tory una fonte bene informata della comunità d'affari - è nella stragrande maggioranza da questa parte. Almeno 80 protagonisti del Ftse 100 intendono firmare una lettera (pro-Ue) e la la loro sarà una voce potente che aiuterà a sostenere le ragioni di chi sa che la gente starà meglio se resteremo nell'Unione Europea".
A&F. Chi paga il conto della Brexit
Quali possano essere le conseguenze economiche di una scelta di abbandono dell'Unione europea è piuttosto complicato da affermare. Poche settimane fa, un report di Credit Suisse diceva che un voto per la Brexit avrebbe l'effetto di generare un "immediato e simultaneo choc economico e finanziario". Secondo gli analisti della banca svizzera sarebbe lecito aspettarsi "un crollo della fiducia, degli investimenti da parte delle aziende e delle assunzioni. Un immediato stop al flusso di capitali verso il Regno Unito renderebbe difficile la gestione del deficit delle partite correnti, e porterebbe a una immediata svalutazione della sterlina. Nello scenario più estremo, si potrebbe trasformare in un crollo del Pil nell'ordine di uno o due punti percentuali, nel breve termine, a causa del mix tossico di calo della fiducia, inasprimento delle condizioni finanziarie, inflazione più alta e crollo dei salari. In un orizzonte più lungo, potrebbe tradursi in una crescita più lenta". Secondo Goldman Sachs, la riduzione del Pil britannico nell'arco di cinque anni potrebbe raggungere i quindici-venti punti percentuali.
A questi timori, sottolinea Carlo Alberto De Casa di ActivTrades, si aggiunge lo "spauracchio di abbandono da parte di molte grandi multinazionali", scontato dalla recente debolezza della sterlina. In caso di uscita, la divisa Uk "potrebbe svalutarsi nei confronti dell’euro in un range fra 0,80 e 0,83. Nel medio-lungo termine credo gli effetti sarebbero più facilmente assorbiti dall’economia, con un eventuale ritorno sui valori attuali, diciamo fra 0,77 e 0,80. Viceversa nel caso di scampato pericolo la sterlina può risalire la china abbastanza in fretta almeno verso 0,74", spiega ancora l'esperto. La sensazione, per chi lì vive, "è che gli inglesi non si siano ancora resi conto al 100% di quelle che sarebbero le conseguenze di un’uscita dall’Unione Europea, almeno nel breve termine. A Londra si vive una sensazione strana, quella di una città in crescita, dove oltre il 50% della popolazione non è di origine inglese. Il tutto suona quasi surreale, anche perché la multietnia è uno dei fattori chiave dell’economia, anche nella City. Allontanandosi dal Big Ben, probabilmente, le cose cambiano".
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A&F. Chi paga il conto della Brexit
Quali possano essere le conseguenze economiche di una scelta di abbandono dell'Unione europea è piuttosto complicato da affermare. Poche settimane fa, un report di Credit Suisse diceva che un voto per la Brexit avrebbe l'effetto di generare un "immediato e simultaneo choc economico e finanziario". Secondo gli analisti della banca svizzera sarebbe lecito aspettarsi "un crollo della fiducia, degli investimenti da parte delle aziende e delle assunzioni. Un immediato stop al flusso di capitali verso il Regno Unito renderebbe difficile la gestione del deficit delle partite correnti, e porterebbe a una immediata svalutazione della sterlina. Nello scenario più estremo, si potrebbe trasformare in un crollo del Pil nell'ordine di uno o due punti percentuali, nel breve termine, a causa del mix tossico di calo della fiducia, inasprimento delle condizioni finanziarie, inflazione più alta e crollo dei salari. In un orizzonte più lungo, potrebbe tradursi in una crescita più lenta". Secondo Goldman Sachs, la riduzione del Pil britannico nell'arco di cinque anni potrebbe raggungere i quindici-venti punti percentuali.
| Breve termine | Medio termine (oltre due anni) | |
|---|---|---|
| PIL | Crollo immediato dell'1-2% a causa del calo della fiducia, dell'inflazione e dell'irrigidirsi delle condizioni finanziarie. | Tasso di crescita rallentato per la domanda in crisi |
| INFLAZIONE | La svalutazione della sterlina genera inflazione | Non chiaro |
| PREZZI CASE | Leggermente ribassati per l'impatto negativo sui salari | In diminuzione per la ripercussione sui flussi migratori e per la perdita di importanza come hub finanziario |
| CAMBIO | Indebolimento verso un cambio euro/sterlina a 0,83 | Impostazione al ribasso con i minori flussi di capitali |
| MERCATI | Impatto negativo per le azioni domestiche dei settori ciclici | Un indebolimento della sterlina potrebbe favorire le azioni del Ftse100 rispetto alle azioni globali |
A questi timori, sottolinea Carlo Alberto De Casa di ActivTrades, si aggiunge lo "spauracchio di abbandono da parte di molte grandi multinazionali", scontato dalla recente debolezza della sterlina. In caso di uscita, la divisa Uk "potrebbe svalutarsi nei confronti dell’euro in un range fra 0,80 e 0,83. Nel medio-lungo termine credo gli effetti sarebbero più facilmente assorbiti dall’economia, con un eventuale ritorno sui valori attuali, diciamo fra 0,77 e 0,80. Viceversa nel caso di scampato pericolo la sterlina può risalire la china abbastanza in fretta almeno verso 0,74", spiega ancora l'esperto. La sensazione, per chi lì vive, "è che gli inglesi non si siano ancora resi conto al 100% di quelle che sarebbero le conseguenze di un’uscita dall’Unione Europea, almeno nel breve termine. A Londra si vive una sensazione strana, quella di una città in crescita, dove oltre il 50% della popolazione non è di origine inglese. Il tutto suona quasi surreale, anche perché la multietnia è uno dei fattori chiave dell’economia, anche nella City. Allontanandosi dal Big Ben, probabilmente, le cose cambiano".
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