MILANO - Il vino italiano continua a crescere, mentre Francia e Spagna si fanno la guerra per le bottiglie. Nel 2015 i maggiori gruppi italiani segnano una crescita del fatturato (+4,8%), soprattutto grazie a export (+6,5%) e spumanti (+10%), che vendono oltre confine il 15,2% in più. E' quanto emerge dall'aggiornamento annuale dell'indagine Mediobanca sul settore vinicolo.
Gli spumanti spiccano tra gli investimenti: già vivaci nel 2015 per tutto il settore (+17,9%), nel caso delle bollicine segnano un balzo del 37,2%, mentre i non spumanti crescono del 2,3%. Nel comparto l'occupazione cresce del 2,4%. Rispetto alle vendite attese per il 2016, la gran parte degli intervistati (92%), non prevede cali, ma solo il 15% si attende crescite frizzanti (oltre il 10%). L'intonazione positiva comunque permane, anche se con prudenza: il 46% degli intervistati non pensa di andare oltre il 5% di crescita dei ricavi nel 2016. Per l'export le attese sono un pò più positive, con il 94,5% degli intervistati che prevede un fatturato in crescita o al più stabile. Le attese di crescita superiore al 10% arrivano al 24,3%.
Quanto ai singoli gruppi, al vertice della graduatoria per ricavi resta il gruppo Cantine Riunite-Giv con 547 milioni di fatturato nel 2015 (+2,7% dal 2014). Al secondo gradino del podio rimane Caviro con 300 milioni (-4,4%). Mentre il bronzo va a Palazzo Antinori, che balza a 202 milioni (+8,7%) e guadagna una posizione scalzando la divisione vini della Campari, sesta con 171 milioni e una flessione del 18,2% che sembra scontare soprattutto la crisi russa e l'embargo. In forte crescita Zonin (+14,3% a 183 milioni) dalla settima alla quarta posizione. Il record di crescita nel 2015 spetta alla cooperativa La Marca che passa da 60 a 76 milioni (+25,1%), scalando dalla 25esima alla 22esima posizione, seguita dalla Ruffino che sale del 17% da 81 a 94 milioni, portandosi dalla 21esima alla 18esima posizione. Considerando la presenza sui mercati esteri, la presenza più rilevante è della Botter, che vi realizza il 94,5% del fatturato, seguita da Ruffino (92,1%), da Fratelli Martini (88,8%) e da Masi Agricola (88,4%).
Detto del panorama italiano, in questi giorni di Vinitaly si registra un pesante screzio sull'asse Parigi-Madrid: la spagna convoca l'ambasciatore francese a seguito di episodi che ricordano - come racconta Nomisma in una nota - la guerra del vino degli anni '80 quando i "vignerons" bloccavano alla frontiera e svuotavano le autocisterne provenienti dall'italia. Solo che oggi quel vino è soprattutto spagnolo. E' risaputo che la Francia rappresenta con oltre 8,2 miliardi di euro il primo esportatore di vino al mondo. Meno risaputo è invece il fatto che, dopo la Germania, si configura come il secondo importatore mondiale di vino sfuso, con quasi 6
milioni di ettolitri importati nel 2015 contro i 9 milioni dei tedeschi. La gran parte è destinato alle grandi catene distributive e ai relativi vini a private label che oggi rappresentano ben il 35% dei consumi francesi di vino, ma questo non sta bene ai produttori transalpini che vedono così abbassarsi i prezzi dei loro vini - quelli comuni non legati cioè a una dop o un igp -a causa dei vicini concorrenti. Se trent'anni fa eravamo soprattutto noi italiani a esportare vino sfuso in francia, oggi il ruolo di "cattivo" è passato agli spagnoli. "Nel 2015, dei 6 milioni di ettolitri di vino sfuso importato dai francesi, l'83% è arrivato dalla spagna" dichiara Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor - "mentre dall'Italia sono giunti appena 380.000 ettolitri, vale a dire il 7% di tutte le importazioni francesi di vino sfuso".
"Competere con lo sfuso spagnolo è dura", continua Pantini, "dato che nel 2015 il prodotto iberico è entrato in francia con un prezzo medio più basso del 36% rispetto a quello italiano". Dieci anni fa il differenziale di prezzo era meno del 10% (in pratica pochi centesimi al litro), ma una viticoltura maggiormente irrigata e meccanizzata nelle aree più produttive della Spagna ha creato un gap di competitività praticamente impossibile da colmare. Anche per questo la sostenibilità economica delle nostre imprese vinicole sarà sempre più legata alla loro capacità di differenziare i propri vini attraverso il legame territoriale o, chi potrà farlo alla luce degli investimenti necessari, al brand della propria azienda.
Gli spumanti spiccano tra gli investimenti: già vivaci nel 2015 per tutto il settore (+17,9%), nel caso delle bollicine segnano un balzo del 37,2%, mentre i non spumanti crescono del 2,3%. Nel comparto l'occupazione cresce del 2,4%. Rispetto alle vendite attese per il 2016, la gran parte degli intervistati (92%), non prevede cali, ma solo il 15% si attende crescite frizzanti (oltre il 10%). L'intonazione positiva comunque permane, anche se con prudenza: il 46% degli intervistati non pensa di andare oltre il 5% di crescita dei ricavi nel 2016. Per l'export le attese sono un pò più positive, con il 94,5% degli intervistati che prevede un fatturato in crescita o al più stabile. Le attese di crescita superiore al 10% arrivano al 24,3%.
Quanto ai singoli gruppi, al vertice della graduatoria per ricavi resta il gruppo Cantine Riunite-Giv con 547 milioni di fatturato nel 2015 (+2,7% dal 2014). Al secondo gradino del podio rimane Caviro con 300 milioni (-4,4%). Mentre il bronzo va a Palazzo Antinori, che balza a 202 milioni (+8,7%) e guadagna una posizione scalzando la divisione vini della Campari, sesta con 171 milioni e una flessione del 18,2% che sembra scontare soprattutto la crisi russa e l'embargo. In forte crescita Zonin (+14,3% a 183 milioni) dalla settima alla quarta posizione. Il record di crescita nel 2015 spetta alla cooperativa La Marca che passa da 60 a 76 milioni (+25,1%), scalando dalla 25esima alla 22esima posizione, seguita dalla Ruffino che sale del 17% da 81 a 94 milioni, portandosi dalla 21esima alla 18esima posizione. Considerando la presenza sui mercati esteri, la presenza più rilevante è della Botter, che vi realizza il 94,5% del fatturato, seguita da Ruffino (92,1%), da Fratelli Martini (88,8%) e da Masi Agricola (88,4%).
Detto del panorama italiano, in questi giorni di Vinitaly si registra un pesante screzio sull'asse Parigi-Madrid: la spagna convoca l'ambasciatore francese a seguito di episodi che ricordano - come racconta Nomisma in una nota - la guerra del vino degli anni '80 quando i "vignerons" bloccavano alla frontiera e svuotavano le autocisterne provenienti dall'italia. Solo che oggi quel vino è soprattutto spagnolo. E' risaputo che la Francia rappresenta con oltre 8,2 miliardi di euro il primo esportatore di vino al mondo. Meno risaputo è invece il fatto che, dopo la Germania, si configura come il secondo importatore mondiale di vino sfuso, con quasi 6
milioni di ettolitri importati nel 2015 contro i 9 milioni dei tedeschi. La gran parte è destinato alle grandi catene distributive e ai relativi vini a private label che oggi rappresentano ben il 35% dei consumi francesi di vino, ma questo non sta bene ai produttori transalpini che vedono così abbassarsi i prezzi dei loro vini - quelli comuni non legati cioè a una dop o un igp -a causa dei vicini concorrenti. Se trent'anni fa eravamo soprattutto noi italiani a esportare vino sfuso in francia, oggi il ruolo di "cattivo" è passato agli spagnoli. "Nel 2015, dei 6 milioni di ettolitri di vino sfuso importato dai francesi, l'83% è arrivato dalla spagna" dichiara Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor - "mentre dall'Italia sono giunti appena 380.000 ettolitri, vale a dire il 7% di tutte le importazioni francesi di vino sfuso".
"Competere con lo sfuso spagnolo è dura", continua Pantini, "dato che nel 2015 il prodotto iberico è entrato in francia con un prezzo medio più basso del 36% rispetto a quello italiano". Dieci anni fa il differenziale di prezzo era meno del 10% (in pratica pochi centesimi al litro), ma una viticoltura maggiormente irrigata e meccanizzata nelle aree più produttive della Spagna ha creato un gap di competitività praticamente impossibile da colmare. Anche per questo la sostenibilità economica delle nostre imprese vinicole sarà sempre più legata alla loro capacità di differenziare i propri vini attraverso il legame territoriale o, chi potrà farlo alla luce degli investimenti necessari, al brand della propria azienda.