Economia

Ultim'ora

È morta la produttrice Silvia d’Amico, aveva 85 anni

Allarme di Pechino: "La crescita cinese scenderà sotto il 6%"

Parla l'economista del partito Yu: "Affrontiamo una difficile fase di transizione, i consumi soffrono perché abbiamo un'abitudine molto forte al risparmio. Le famiglie lo fanno per mantere gli aziani che, ormai, hanno superato i lavoratori attivi"

3 minuti di lettura
CERNOBBIO - "Non dovete stupirvi se la crescita cinese scenderà sotto il 6% nel 2016. Troppi sono gli elementi negativi ancora irrisolti, e praticamente tutti i fattori di valutazione, dall'efficienza di capitale alla produttività del lavoro, sono ancora in caduta". Suonano oltre misura preoccupanti, oltre che sorprendenti, queste parole, se si pensa che a pronunciarle è Yu Yongding, docente universitario nonché uno dei più prestigiosi ricercatori dell'Accademia cinese di scienze sociali, in pratica uno dei principali economisti del partito. In quest'intervista, che abbiamo raccolto durante il workshop Ambrosetti di Cernobbio, Yu ("è questo il cognome che in Cina precede il nome", ci tiene a precisare), esamina senza reticenze i fattori di debolezza che affliggono il suo Paese e tengono col fiato sospeso il mondo.

Professore, già il 2015 si è chiuso con un 6,9% di crescita che rappresenta il minimo da 25 anni, e nel quarto trimestre il valore non ha superato il 6,8: che sta succedendo?
La Cina sta affrontando una difficile transizione, e il processo ancora non è compiuto. L'obiettivo è migliore la domanda interna, basare cioè l'economia sui consumi e non più solamente sull'export di massa. Ma è una trasformazione lunga, e nel corso di essa ci siamo trovati a fronteggiare fattori di destabilizzazione inaspettati e molto influenti, in negativo, quali il crollo del petrolio e delle materie prime che ha portato a una marcata deflazione che in Cina dura da 48 mesi consecutivi, nonché la stagnazione di molti mercati fondamentali, dall'Europa alla Russia. Le dirò di più: parte integrante di questa transizione è il miglioramento della produttività del lavoro, dell'efficienza del capitale, della qualità degli investimenti.

Partiamo proprio da quest'ultimo capitolo: perché questa ristrutturazione industriale è così lunga e sofferta?
Perché moltissime imprese, private e pubbliche, queste ultime ormai sono meno della metà del totale, accusano gravi ritardi nell'adeguamento ai moderni criteri di produttività. Sono inoltre pesantemente indebitate, tant'è vero che molte di esse sono virtualmente fallite, le cosiddetto zombie companies, però chiuderle è tremendamente difficile.

Per quanto riguarda i consumi, la Cina è un'economia potente, perché non alza decisamente i salari e abbassa le tasse?
Le tasse non sono un grosso problema da noi. Quanto ai salari, certo, si possono alzare, però bisogna sempre fare i conti con la mentalità della gente, che tende comunque a risparmiare. Se un individuo guadagna 5 dollari, state sicuri che 4 li mette da parte. E' una ragione culturale profonda, modificare quest'abitudine è duro e complesso. Tutto questo comporta la deflazione che blocca la nostra economia, la scarsità della domanda. Poi ci sono anche problemi pratici: una quota sempre maggiore della popolazione è costituita da anziani, e da noi si va in pensione a 60 anni ma il sistema pensionistico è scarsamente efficiente. Le famiglie risparmiano per mantenere gli anziani, che sono ormai molti più dei lavoratori attivi.

Colpa della politica del figlio unico, che solo recentemente è stata abolita?
Sì, ma anche adesso che è stata abolita non è facile convincere la popolazione a fare più figli. Giustamente lei diceva che lo Stato ha grosse risorse, e in effetti il debito pubblico non supera il 60% del Pil: ma probabilmente sarebbe più giusto utilizzarle per fare investimenti pubblici. Abbiamo enormi ritardi, per esempio, nella lotta al dissesto idrogeologico, nei sistemi di fognature, nella gestione dell'acqua potabile che manca ancora in immense zone rurali. C'è spazio per un massiccio impegno pubblico in grandi opere, ma anch'esso richiede tempo e avverto qualche resistenza nell'intraprenderlo.

La Cina è ancora la fabbrica del mondo?
Troppi ritardi sono stati accumulati nel miglioramento delle produzioni, e ora è arrivata la concorrenza degli altri Paesi asiatici, essi sì a basso costo del lavoro. E quanto alle esigenze interne abbiamo clamorosi casi di sovrapproduzione, come quella dell'acciaio dove ancora si fabbricano 1,2 miliardi di tonnellate l'anno, almeno 300mila di troppo. Il fatto è che l'acciaio veniva usato soprattutto per l'industria delle costruzioni, che a sua volta è cresciuta troppo fino ad assorbire il 15% del Pil, e ora si sta cercando di tagliare drasticamente. C'è poi da chiarire l'aspetto del cambio.

In che senso?
La Cina ha una struttura di produzione e di export molto particolare. Produce un'enormità di beni lavorando parti importate, oppure esporta a sua volta semilavorati, insomma un'industria strettamente interconnessa con il resto del mondo. Al punto che non sono chiare né prevedibili le conseguenze degli sbalzi in un senso o nell'altro della valuta. Per cui la cosa più opportuna, anche per calmare le paure degli altri Paesi che la Cina voglia scatenare una guerra delle valute, è la stabilità. Ora, grazie al recupero del dollaro e a una serie di manovre accorte da parte della banca centrale, questa stabilità sembra conseguita. Ma è costata al Paese oltre 800 miliardi di dollari negli ultimi due anni in acquisti di valute varie e sostegno dello yuan: troppo anche per un Paese che ha ancora 3,2 trilioni di riserve valutarie. E a chi teme ancora che si cerchi di ribassare artificialmente lo yuan, senza cioè basarsi sulla flessibilità del mercato che invece è il nostro vero obiettivo dico solo questo: è nostro interesse evitare la fuga dei capitali, che sarebbe essa sì un disastro nazionale, e sarebbe provocata da una valuta troppo debole. Quindi, stabilità nei cambi innanzitutto.