Economia

Intesa Sanpaolo abbandona il duale per guardare all'Europa

Va in archivio la forma di governo adottata ai tempi dell'integrazione tra Banca Intesa e Sanpaolo Imi. La necessità di velocità d'azione e controllo dei costi, anche ai vertici, porta all'abbandono del meccanismo ipertrofico. Nel nuovo monistico il cda assume anche le funzioni di controllo

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TORINO - Poteva tornare al passato, per certi aspetti più rassicurante. Invece ha preferito guardare avanti Intesa Sanpaolo, che dopo un decennio abbandona la corporate governance duale e adotta il modello "monistico", in cui un singolo organo di amministrazione incorpora le funzioni di controllo. La tipologia del doppio consiglio (di sorveglianza con funzioni di supervisione, di gestione per gli aspetti più operativi) era stata adottata contestualmente all'integrazione tra Banca Intesa e il Sanpaolo Imi, che nel 2006 fu un passaggio centrale di quel round del consolidamento bancario. "Il capolavoro di Giovanni Bazoli", ha detto ricordandone l'operato trentennale il suo amico e azionista, Giuseppe Guzzetti che da quasi altrettanti anni presiede la Fondazione Cariplo.

Uno degli aspetti più raffinati di quel "capolavoro" (comprarsi la migliore banca italiana senza pagare un particolare premio ai soci torinesi, trovatisi gregari nelle grandi scelte venture) fu proprio l'adozione della governance duale da parte dell'avvocato bresciano che oggi lascia la presidenza di Intesa Sanpaolo per diventarne "onorario". Fino a quel punto la governance a due livelli, "alla tedesca", era poco utilizzata in Italia (nonostante la riforma Vietti l'avesse introdotta dal 2003) per l'assenza di una tradizione di rappresentanza dei lavoratori e dei sindacati negli organi di gestione. Ma la sua adozione da parte di Intesa Sanpaolo, lungi dallo sdoganarli, ebbe la sottile funzione di "raddoppiare" le poltrone e le funzioni disponibili, mitigando il malcontento degli azionisti e dei banchieri torinesi. Non a caso la governance duale fu, in breve, adottata da quasi tutte le banche italiane che si fondevano tra loro.

Oggi la velocità raggiunta dal mercato e l'urgenza di aggredire i costi del personale bancario - anche quello di vertice, come più volte ricordato dal governatore della vigilanza Ignazio Visco - rende difficile mantenere la governance duale, che tra i suoi limiti ha proprio l'ipertrofia di cariche e funzioni. Così Intesa Sanpaolo, anche in questo caso portabandiera nel credito nazionale, ha deciso di mandarla in archivio. Non per tornare al cda tradizionale, però, affiancato nei controlli dal collegio sindacale. La banca di Ca' de Sass adotterà la governance monistica, dove un solo cda comprende il comitato di controllo interno cui spettano le delicate funzioni di controllo.

La scelta vuole anche tenere conto della crescente proiezione dei grandi istituti verso l'estero (l'Europa è ormai la cornice, della vigilanza e sempre più delle operazioni ormai), e per andare incontro alla forma mentis dei nuovi "padroni" della banca: non più le poche Fondazioni del Nord, imperniate su Cariplo e Compagnia di San Paolo, ma gli investitori istituzionali stranieri, che detengono circa il 60% del capitale della banca. Tra questi spiccano gli anglosassoni, provenienti da luoghi dove il sistema monistico domina nel governo delle aziende: in paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna, Brasile è l'unico possibile, e le economie in cui prevale pesano per un 40% del Pil mondiale. E anche se la lista di maggioranza al voto oggi è ancora imperniata su nomi graditi a poche Fondazioni (si vedrà quanto adatti alle nuove delicatissime funzioni di "controllo dall'interno" del nascente comitato omonimo), sempre più i fondi avranno una parola forte sulla vita della banca. Proprio a scapito delle Fondazioni, obbligate dal Tesoro a scendere di quota nelle banche conferitarie entro un triennio.