Amministrative e referendum: allungare la tornata elettorale sarebbe costato 600 milioni di euro
Giuliano Balestreri, di GIULIANO BALESTRERICon il referendum trivelle che poteva essere accorpato alle amministrative sono già stati sprecati 300 milioni di euro. Ora allungare di un giorno il voto per i comuni sarebbe costato 200 milioni che con ottobre sarbbero saliti fino a 600 milioni di euro
MILANO - Lo stesso governo che fatica a trovare quattrocento milioni di euro per finanziare il fondo povertà, non avrebbe avuto problemi a sprecare quasi seicento milioni di euro per allungare le tornate elettorali o semplicemente spacchettarle. Come è successo, per esempio, per il referendum sulle trivelle: la consultazione si è tenuta il 17 aprile con un aggravio di 300 milioni di euro per le casse dello Stato. Il governo, invece, avrebbe potuto fissare il voto con le amministrative di giugno risparmiando risorse importanti, a maggior ragione in un momento in cui la spending review procede al rilento. La decisione, però, è stata prettamente politica, con il presunto obiettivo di far venire meno il quorum che avrebbe messo in difficoltà Palazzo Chigi.
D'altra parte è evidente che i maggiori ostacoli al taglio delle spesa pubblica sotto il governo Renzi siano soprattutto politici: prima ci ha provato Carlo Cottarelli (ereditato dal…
D'altra parte è evidente che i maggiori ostacoli al taglio delle spesa pubblica sotto il governo Renzi siano soprattutto politici: prima ci ha provato Carlo Cottarelli (ereditato dal…
MILANO - Lo stesso governo che fatica a trovare quattrocento milioni di euro per finanziare il fondo povertà, non avrebbe avuto problemi a sprecare quasi seicento milioni di euro per allungare le tornate elettorali o semplicemente spacchettarle. Come è successo, per esempio, per il referendum sulle trivelle: la consultazione si è tenuta il 17 aprile con un aggravio di 300 milioni di euro per le casse dello Stato. Il governo, invece, avrebbe potuto fissare il voto con le amministrative di giugno risparmiando risorse importanti, a maggior ragione in un momento in cui la spending review procede al rilento. La decisione, però, è stata prettamente politica, con il presunto obiettivo di far venire meno il quorum che avrebbe messo in difficoltà Palazzo Chigi.
D'altra parte è evidente che i maggiori ostacoli al taglio delle spesa pubblica sotto il governo Renzi siano soprattutto politici: prima ci ha provato Carlo Cottarelli (ereditato dal governo Letta), poi il tandem formato da Gutgeld e Perotti. Ma alla fine, tutti, per la troppa indecisione del premier, hanno fallito. La storia dei propositi di tagliare la spesa pubblica non sembra aver subito una svolta, neppure con l'esecutivo a guida di Matteo Renzi. E a dare un giudizio 'politico' ai recenti tentativi di alleggerire la macchina pubblica è stata la Corte dei Conti, che ha bollato l'intero processo come un "parziale insuccesso".
A complicare le cose sono scelte come quelle che riguardano l'organizzazione della macchina elettorale. L'election day introdotto dal governo Letta permetteva, infatti, di risparmiare un discreto gruzzolo. Al di là dei 300 milioni di euro già sprecati per la decisione di non accorpare il referendum di aprile, i contribuenti hanno rischiato di vederne gettati alle ortiche altrettanti: prima di fare marcia indietro, il governo ha valutato l'ipotesi di estendere fino al lunedì la possibilità di votare per le prossime elezioni amministrative e per il referendum costituzionale in autunno.
Una volta avviata la macchina elettorale, ogni giornata di voto in più costa circa 100 milioni di euro: in questo caso la situazione riguarderebbe il primo turno in agenda per il 5 giugno, il ballottaggio del 19 e il referendum di ottobre. Tre giornate supplementari che costerebbero altri 300 milioni di euro. E soprattutto - come osserva l'ex premier Enrico Letta - solo in Egitto e in India non si vota in un giorno. Un vero paradosso nel momento in cui il governo fatica a reperire le risorse per il piano povertà ed è costretto a chiedere l'intervento delle fondazioni bancarie. Ma d'altra parte il bilancio dei primi due anni della Renzinomics lascia poco spazio alle interpretazioni: le tasse sono calate per 19,4 miliardi, ma la spending review è rimastra un'opinione.
In consiglio dei ministri, però, il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha detto: "E' bene precisare che la spesa (per l'estensione del voto al lunedì, ndr) non sarebbe stata di 120 milioni di euro ma l'incremento sarebbe stato di circa 5 milioni di euro per le amministrative e di circa 18 per il referendum".
D'altra parte è evidente che i maggiori ostacoli al taglio delle spesa pubblica sotto il governo Renzi siano soprattutto politici: prima ci ha provato Carlo Cottarelli (ereditato dal governo Letta), poi il tandem formato da Gutgeld e Perotti. Ma alla fine, tutti, per la troppa indecisione del premier, hanno fallito. La storia dei propositi di tagliare la spesa pubblica non sembra aver subito una svolta, neppure con l'esecutivo a guida di Matteo Renzi. E a dare un giudizio 'politico' ai recenti tentativi di alleggerire la macchina pubblica è stata la Corte dei Conti, che ha bollato l'intero processo come un "parziale insuccesso".
A complicare le cose sono scelte come quelle che riguardano l'organizzazione della macchina elettorale. L'election day introdotto dal governo Letta permetteva, infatti, di risparmiare un discreto gruzzolo. Al di là dei 300 milioni di euro già sprecati per la decisione di non accorpare il referendum di aprile, i contribuenti hanno rischiato di vederne gettati alle ortiche altrettanti: prima di fare marcia indietro, il governo ha valutato l'ipotesi di estendere fino al lunedì la possibilità di votare per le prossime elezioni amministrative e per il referendum costituzionale in autunno.
Una volta avviata la macchina elettorale, ogni giornata di voto in più costa circa 100 milioni di euro: in questo caso la situazione riguarderebbe il primo turno in agenda per il 5 giugno, il ballottaggio del 19 e il referendum di ottobre. Tre giornate supplementari che costerebbero altri 300 milioni di euro. E soprattutto - come osserva l'ex premier Enrico Letta - solo in Egitto e in India non si vota in un giorno. Un vero paradosso nel momento in cui il governo fatica a reperire le risorse per il piano povertà ed è costretto a chiedere l'intervento delle fondazioni bancarie. Ma d'altra parte il bilancio dei primi due anni della Renzinomics lascia poco spazio alle interpretazioni: le tasse sono calate per 19,4 miliardi, ma la spending review è rimastra un'opinione.
In consiglio dei ministri, però, il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha detto: "E' bene precisare che la spesa (per l'estensione del voto al lunedì, ndr) non sarebbe stata di 120 milioni di euro ma l'incremento sarebbe stato di circa 5 milioni di euro per le amministrative e di circa 18 per il referendum".