MILANO - Uno shock importante, ma nessun rischio recessione mondiale. L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea non sarà una nuova Lehman Brothers. Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo lo esclude categoricamente e anzi non nasconde che lo schiaffo di Londra potrebbe avere effetti paradossalmente positivi sul futuro dell'Europa.
Dottor De Felice, i mercati si sono schiantati dopo il voto britannico. Quali sono le aspettative per i prossimi mesi?
La forte reazione di oggi è anche legata al fatto che i mercati puntavano ad un esito diverso del referendum. Quindi la flessione annulla i rialzi dei giorni scorsi. Per il futuro dobbiamo guardare alle capacità di reazione della politica europea. Se la "sberla inglese" avvierà un processo di adeguamento della costruzione europea maggiormente orientata alla crescita, gli effetti finali di Brexit potrebbero essere paradossalmente positivi.
Perché l'Italia in questi frangenti soffre sempre più degli altri?
Perché abbiamo alcuni elementi di vulnerabilità oggettivi come il terzo debito pubblico più grande del mondo e un sistema bancario in piena trasformazione. Il peso dei titoli finanziari nel nostro indice di Borsa è maggiore rispetto ad altri Paesi.
Crede che siamo di fronte a un nuovo scenario post-Lehman Brothers, con una lunga crisi finanziaria pronta a scaricare i suoi effetti anche sull'economia reale?
Assolutamente no. Il fallimento di Lehman portò ad una recessione mondiale. Qui siamo di fronte ad uno choc importante che implicherà una fase recessiva per il Regno Unito ma con effetti limitati per l'Eurozona, che noi stimiamo non superiori allo 0,3%, incluso l'effetto sui più alti premi per il rischio e lo storno dei mercati azionari.
Molti analisti vedono la speculazione volteggiare sulle banche europee più deboli. Già a inizio anno un colosso inviolabile come Deutsche Bank era stato messo a dura prova dai mercati. Lei rappresenta una delle istituzioni finanziarie più importanti in Italia: come state rispetto al 2008 e quali rischi ci sono per l'intero sistema?
Intesa Sanpaolo è nelle prime posizioni in Europa in termini di capitalizzazione, livello di leverage, liquidità e rapporto tra costi e ricavi. La nostra attuale situazione è quindi di gran lunga migliore rispetto al 2008. Il sistema complessivamente è gravato da un ammontare di crediti deteriorati dovuti da un lato alle lentezze del nostro sistema giudiziario e dall'altro alla recessione particolarmente lunga. A fronte di queste sofferenze ci sono consistenti accantonamenti e solidi collaterali. Le riforme delle banche popolari, del credito cooperativo, il fondo Atlante e le misure a favore di un più rapido smaltimento dei crediti deteriorati rappresentano fattori importanti a favore del rafforzamento del sistema.
Quali saranno gli effetti preventivabili diretti per il risparmiatore medio italiano?
Come detto, gli effetti economici sono limitati. Vedremo una diminuzione degli indici di fiducia, ma per una valutazione approfondita dobbiamo attendere le reazioni e soprattutto le decisioni politiche a livello europeo.
Gli spread dei Paesi periferici, Grecia in testa ma anche Italia, si sono subito impennati. Crede che finirà la luna di miele tra gli italiani e le banche in quanto a erogazione di mutui a condizioni favorevolissime?
No perché le politiche monetarie rimarranno fortemente espansive e le banche continueranno a finanziarsi a condizioni vantaggiose. Non ci sono ragioni per peggiorare le condizioni sui mutui alle famiglie.
Che ricadute vede per il governo? Le stime di crescita sono già state tagliate rispetto alle previsioni iniziali, crede a questo punto che non verrà centrata una seppur minima ripresa?
Potremo avere solo un effetto limitato sulla crescita e teniamo presente che in questa fase i rischi sono di natura internazionale più che interna. Il reddito disponibile delle famiglie cresce, anche se poco, ma cresce. Quindi sono positivo sulla dinamica dei consumi delle famiglie italiane.
Ancora una volta il baluardo di fronte alla scelta politica sembra essere la Bce di Mario Draghi. Cosa può fare il governatore per scongiurare il peggio?
Ampliare ancora l'ammontare degli acquisti di titoli pubblici e privati, immettendo quindi maggiore liquidità nel sistema. Ma questa volta, più ancora che in passato, la risposta deve essere di natura politica, non monetaria
Dottor De Felice, i mercati si sono schiantati dopo il voto britannico. Quali sono le aspettative per i prossimi mesi?
La forte reazione di oggi è anche legata al fatto che i mercati puntavano ad un esito diverso del referendum. Quindi la flessione annulla i rialzi dei giorni scorsi. Per il futuro dobbiamo guardare alle capacità di reazione della politica europea. Se la "sberla inglese" avvierà un processo di adeguamento della costruzione europea maggiormente orientata alla crescita, gli effetti finali di Brexit potrebbero essere paradossalmente positivi.
Perché l'Italia in questi frangenti soffre sempre più degli altri?
Perché abbiamo alcuni elementi di vulnerabilità oggettivi come il terzo debito pubblico più grande del mondo e un sistema bancario in piena trasformazione. Il peso dei titoli finanziari nel nostro indice di Borsa è maggiore rispetto ad altri Paesi.
Crede che siamo di fronte a un nuovo scenario post-Lehman Brothers, con una lunga crisi finanziaria pronta a scaricare i suoi effetti anche sull'economia reale?
Assolutamente no. Il fallimento di Lehman portò ad una recessione mondiale. Qui siamo di fronte ad uno choc importante che implicherà una fase recessiva per il Regno Unito ma con effetti limitati per l'Eurozona, che noi stimiamo non superiori allo 0,3%, incluso l'effetto sui più alti premi per il rischio e lo storno dei mercati azionari.
Molti analisti vedono la speculazione volteggiare sulle banche europee più deboli. Già a inizio anno un colosso inviolabile come Deutsche Bank era stato messo a dura prova dai mercati. Lei rappresenta una delle istituzioni finanziarie più importanti in Italia: come state rispetto al 2008 e quali rischi ci sono per l'intero sistema?
Intesa Sanpaolo è nelle prime posizioni in Europa in termini di capitalizzazione, livello di leverage, liquidità e rapporto tra costi e ricavi. La nostra attuale situazione è quindi di gran lunga migliore rispetto al 2008. Il sistema complessivamente è gravato da un ammontare di crediti deteriorati dovuti da un lato alle lentezze del nostro sistema giudiziario e dall'altro alla recessione particolarmente lunga. A fronte di queste sofferenze ci sono consistenti accantonamenti e solidi collaterali. Le riforme delle banche popolari, del credito cooperativo, il fondo Atlante e le misure a favore di un più rapido smaltimento dei crediti deteriorati rappresentano fattori importanti a favore del rafforzamento del sistema.
Quali saranno gli effetti preventivabili diretti per il risparmiatore medio italiano?
Come detto, gli effetti economici sono limitati. Vedremo una diminuzione degli indici di fiducia, ma per una valutazione approfondita dobbiamo attendere le reazioni e soprattutto le decisioni politiche a livello europeo.
Gli spread dei Paesi periferici, Grecia in testa ma anche Italia, si sono subito impennati. Crede che finirà la luna di miele tra gli italiani e le banche in quanto a erogazione di mutui a condizioni favorevolissime?
No perché le politiche monetarie rimarranno fortemente espansive e le banche continueranno a finanziarsi a condizioni vantaggiose. Non ci sono ragioni per peggiorare le condizioni sui mutui alle famiglie.
Che ricadute vede per il governo? Le stime di crescita sono già state tagliate rispetto alle previsioni iniziali, crede a questo punto che non verrà centrata una seppur minima ripresa?
Potremo avere solo un effetto limitato sulla crescita e teniamo presente che in questa fase i rischi sono di natura internazionale più che interna. Il reddito disponibile delle famiglie cresce, anche se poco, ma cresce. Quindi sono positivo sulla dinamica dei consumi delle famiglie italiane.
Ancora una volta il baluardo di fronte alla scelta politica sembra essere la Bce di Mario Draghi. Cosa può fare il governatore per scongiurare il peggio?
Ampliare ancora l'ammontare degli acquisti di titoli pubblici e privati, immettendo quindi maggiore liquidità nel sistema. Ma questa volta, più ancora che in passato, la risposta deve essere di natura politica, non monetaria