ROMA - "Hanno fatto il loro piccolo Brexit". Fedele Confalonieri usa la carta dell'ironia per commentare la decisione di Sky di lasciare la casa comune delle televisioni, l'associazione Confindustria Radio Tv. "Non voglio essere polemico - dice il presidente di Mediaset - se sono andati via vuol dire che se lo possono permettere, ma l'associazionismo è importante: nasce perché ci siano delle regole, per indicare a chi le fa quali quali siano i problemi, non per influenzare chi fa le regole".
Perplesso è anche l'amministratore delegato della Rai, Antonio Campo Dall'Orto, secondo il quale il fronte comune delle emittenti si scopre ora più debole. Alessandro Araimo (Discovery) si sgancia da Sky e conferma la sua adesione, rilanciando il suo impegno: "L'associazione è fondamentale e dovrà essere ancora più attiva in futuro per supportare il settore. Il singolo in questo contesto ha sempre meno rilevanza sulle grandi battaglie".
Confindustria Radio tv ha celebrato oggi la sua assemblea, la prima senza più la pay-tv di Murdoch tra i soci (anche se gli effetti giuridici dell'uscita si perfezioneranno a dicembre). Nella sua relazione, il presidente Franco Siddi non cita Sky e si limita a rivendicare la forza e il prestigio dell'associazione, che pesa ancora molto quando si presenta di fronte al governo, al Parlamento, alle autorità di garanzia, ai decisori anche europei.
Siddi - a proposito di decisori - chiede che il ministero dello Sviluppo Economico e il Garante per le Comunicazioni varino un nuovo Piano delle frequenze ora che le televisioni dovranno lasciare la banda 700 alle società di tlc (tra il 2020 e il 2022). Il piano è indispensabile anche perché le emittenti puntano a trasmissioni in hd ed ultra hd che richiedono grandi capacità di banda (i canali in hd oggi sono già 25). Il presidente, che è anche consigliere a Viale Mazzini, indica anche la rotta del servizio pubblico. La Rai - spiega - dovrà essere "ubiqua, ibrida e sperimentale", aprendosi sempre più ai nativi digitali.
A proposito dei colossi del web, Confindustria invoca regole certe perché questi soggetti godono di insopportabili privilegi sul piano anche fiscale. E sfuggono alla definizione di "editori e broadcaster" pur operando di fatto in questi settori.
Infine - ora che la pubblicità riprende fiato per la tv (+0,7%) ed anche alla radio (+8,8% nel 2015) - l'esecutivo deve guardare al campo di battaglia delle stazioni locali dove continuano cessazioni, fallimenti, licenziamenti.
Perplesso è anche l'amministratore delegato della Rai, Antonio Campo Dall'Orto, secondo il quale il fronte comune delle emittenti si scopre ora più debole. Alessandro Araimo (Discovery) si sgancia da Sky e conferma la sua adesione, rilanciando il suo impegno: "L'associazione è fondamentale e dovrà essere ancora più attiva in futuro per supportare il settore. Il singolo in questo contesto ha sempre meno rilevanza sulle grandi battaglie".
Confindustria Radio tv ha celebrato oggi la sua assemblea, la prima senza più la pay-tv di Murdoch tra i soci (anche se gli effetti giuridici dell'uscita si perfezioneranno a dicembre). Nella sua relazione, il presidente Franco Siddi non cita Sky e si limita a rivendicare la forza e il prestigio dell'associazione, che pesa ancora molto quando si presenta di fronte al governo, al Parlamento, alle autorità di garanzia, ai decisori anche europei.
Siddi - a proposito di decisori - chiede che il ministero dello Sviluppo Economico e il Garante per le Comunicazioni varino un nuovo Piano delle frequenze ora che le televisioni dovranno lasciare la banda 700 alle società di tlc (tra il 2020 e il 2022). Il piano è indispensabile anche perché le emittenti puntano a trasmissioni in hd ed ultra hd che richiedono grandi capacità di banda (i canali in hd oggi sono già 25). Il presidente, che è anche consigliere a Viale Mazzini, indica anche la rotta del servizio pubblico. La Rai - spiega - dovrà essere "ubiqua, ibrida e sperimentale", aprendosi sempre più ai nativi digitali.
A proposito dei colossi del web, Confindustria invoca regole certe perché questi soggetti godono di insopportabili privilegi sul piano anche fiscale. E sfuggono alla definizione di "editori e broadcaster" pur operando di fatto in questi settori.
Infine - ora che la pubblicità riprende fiato per la tv (+0,7%) ed anche alla radio (+8,8% nel 2015) - l'esecutivo deve guardare al campo di battaglia delle stazioni locali dove continuano cessazioni, fallimenti, licenziamenti.