Economia

Banche, la Cgia si schiera con Renzi: nel nord Europa il 20% degli attivi è in derivati

Nel mirino dell'associazione mestrina Finlandia, Regno Unito e Germania che hanno in strumenti derivati più del 20% del loro attivo a fronte del 5,3% dell'Italia e del 129,9% della media all'interno dell'Unione europea

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MILANO - Le banche finlandesi, del Regno Unito e della Germania hanno più del 20% del loro attivo in derivati; in Italia questa quota è del 5,3%, ovvero meno della metà rispetto alla media dell'Unione europea (12,9%): a dirlo è l'Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha analizzato gli ultimi dati forniti dall'Autorità Bancaria Europea (Eba) relativi a marzo del 2016. Una lettura della situazione in linea con quella del premier Matteo Renzi, secondo cui il problema sono proprio "i derivati della banche tedesche", mentre in Italia si cerca una soluzione alla massa di crediti in sofferenza con l'intervento dello Stato.

"Non sono prodotti esenti da rischi e con l'avvento del nuovo millennio - puntualizza il coordinatore dell'Ufficio Studi della Cgia di Mestre - le banche europee hanno sperimentato, a vari gradi, l'adozione di questi strumenti sia per gestire i rischi che con l'intento di generare ricavi extra-creditizi. Non è da escludere che i derivati possano rappresentare un rischio sistemico, specie in questa fase di turbolenza dei mercati finanziari; non è forse un caso che nel corso dell'ultimo anno le banche stesse hanno cercato di ridurre l'incidenza di questi prodotti nei loro bilanci".

Tra marzo del 2015 e marzo del 2016, l'incidenza dei derivati sull'attivo delle banche europee è sceso dal 15,2% al 12,9%. Le rilevazioni fornite dall'Eba riguardano un campione di istituti di credito: più di 150 banche europee, almeno 3 per ogni paese, con un numero crescente a seconda della dimensione degli stati (ad esempio per l'Italia e per la Germania i dati fanno riferimento rispettivamente ai 15 e ai 21 principali istituti bancari che rappresentano una larga fetta dei rispettivi sistemi creditizi). Sulla base del totale attivo delle banche italiane (pari a 2.323 miliardi di euro) e di quelle tedesche (4.060 miliardi di euro) investigate dall'Eba - dice la Cgia - è possibile stimare come l'ammontare dei derivati in capo alle banche italiane sia di almeno 123 miliardi di euro mentre per quelle tedesche di almeno 813 miliardi di euro.

Guardando alla composizione dell'attivo di banche tedesche ed italiane è significativo verificare come l'elevata quota di derivati in capo alle banche tedesche sia andato a scapito del credito. Se, infatti, l'incidenza dei prestiti bancari tedeschi è comunque superiore alla metà del totale bilancio (56,2%) è evidente come questa quota sia molto più bassa della media per l'Unione europea (64,3%) e dell'Italia (67,8%). Si comprendono così - rileva la nota della Cgia - alcune preoccupazioni circa l'andamento delle banche tedesche, ritenute potenzialmente vulnerabili anche secondo l'analisi del Fondo monetario internazionale che evidenzia i loro problemi di redditività e di gestione. La Cgia fa notare che gli ultimi risultati dell'Eba indicano come la redditività delle banche tedesche sia nettamente più bassa della media europea.

Il Roe, indicatore che misura il rapporto tra l'utile e il patrimonio netto, si è attestato ad appena il 2,6%, meno della metà di quello europeo, pari al 5,8%, e più basso di quello italiano che ha toccato il 3,3%. E se le banche tedesche possono contare su un livello di crediti deteriorati che è basso (a marzo 2016, il 3,1% sul totale dei crediti lordi contro il 16,6% del caso Italia), questo risultato è quasi interamente dovuto all'intervento statale sui crediti deteriorati (Npl)  avvenuto già nelle prime fasi della crisi finanziaria (2009-2010). Tra l'altro il tasso di copertura dei Npl rimasti in capo alle banche tedesche (37,3%), ovvero la capacità di coprire le eventuali perdite con risorse già accantonate è inferiore sia alla media europea (43,8%) sia alla media italiana (45,8%).

"La questione dei derivati - chiosa Renato Mason, segretario della Cgia di Mestre - è cruciale. Si tratta di un mondo sconosciuto a molti, talvolta anche ai dirigenti bancari, e di un rischio da non sottovalutare. Il fatto che le banche italiane siano poco esposte a questo fattore è una certezza e un indice di solidità del sistema bancario italiano che, anche se con qualche eccezione, è solido. Le nostre banche, più esposte sul fronte del credito, possono gestire meglio i rischi perché conoscono la loro clientela e le opportunità di sviluppo delle imprese. In altri sistemi bancari come quelli del Nord Europa, l'enfasi posta sui derivati potrebbe causare problemi, forse un pò sottostimati visto che la complessità di questi prodotti finanziari non consente una facile valutazione dei rischi a questi associati".