ROMA - Il decreto partecipate, a sette mesi dal suo primo varo dal Consiglio dei ministri, non è ancora legge. Al termine del Consiglio dei ministri è stato rinviato alle Camere, per un secondo parere. Iter del tutto inusuale per un testo attuativo di una delega conferita dal Parlamento al governo. Tuttavia previsto dalla stessa riforma Madia, all'articolo 16. La motivazione per questo secondo giro assolutamente non vincolante sarebbe nei giudizi espressi da deputati e senatori - arrivati la scorsa settimana - discordi in alcuni punti, seppur favorevoli nell'insieme al testo del governo. Come ad esempio il ruolo da affidare alla Corte dei Conti, come guardiano del danno erariale. Questione foriera di polemiche nei mesi scorsi. Ecco le principali novità.
Tempi. Le società partecipate pubbliche sono 8 mila e il governo Renzi si è posto l'obiettivo di ridurle a mille. Eliminando sprechi, poltronifici, scatole vuote. L'effetto sprint è stato però ridimensionato, visto che il nuovo testo prevede il 2018 come anno per affondare la lama. Nei primi sei mesi dalla legge si avvia una prima revisione straordinaria. Ma per una vera pulizia dovremo attendere due anni. Non era così nel testo inviato dal governo alle Camere a gennaio. Lì si diceva: razionalizzazione straordinaria in sei mesi, ordinaria entro la fine dell'anno (e per ogni anno).
Personale. La gestione degli esuberi (i sindacati parlano di 150 mila lavoratori) viene affidata alle Regioni che "agevolano i processi di mobilità in ambito regionale". L'elenco del personale non ricollocato viene poi spedito, entro sei mesi, all'Anpal, la nuova agenzia per le politiche attive. Nel frattempo le società a controllo pubblico non possono procedere a nuove assunzioni a tempo indeterminato fino al 30 giugno 2018. Uno sconto: era il 31 dicembre.
Criteri. Arrivano due sconticini nei criteri dei tagli. La soglia di fatturato medio nei tre anni precedenti si dimezza: da un milione a 500 mila euro. Chi è sotto sparisce, chi sopra si salva. Anche le perdite sono circoscritte: a rischio le società in rosso per quattro dei cinque esercizi precedenti, ma solo se il risultato negativo è di "ammontare non inferiore al 5% del fatturato".
Stipendi. I premi ai manager delle partecipate (la parte variabile della retribuzione) saranno assicurati anche se le società sono in perdita, purché siano comunque inferiore rispetto all'esercizio precedente. E solo in casi eccezionali e quando sia dimostrato un miglioramento della situazione rispetto al punto di partenza. Servirà comunque un decreto ad hoc per fissare i criteri con cui calcolare i premi.
Buonuscite. Paletti deboli su tetti retributivi e trattamenti di fine mandato per i manager, nelle società a partecipazione pubblica ma non a controllo pubblico. Lo Stato o l'amministrazione pubblica - se titolari di una partecipazione superiore al 10% del capitale - "propone" agli organi societari la possibile introduzione di un limite a stipendi e faraoniche buonuscite.
Donne. Fa capolino anche la quota rosa rivista. "Nella scelta degli amministratori delle società a controllo pubblico, le amministrazioni assicurano il rispetto del principio di equilibrio di genere, almeno nella misura di un terzo, da computare sul numero complessivo delle designazioni o nomine effettuate in corso d'anno". La quota deve dunque essere calcolata sul totale delle nomine fatte e non sul singolo organo societario.
Corte dei Conti. La soluzione trovata restituisce ai giudici contabili - semmai fosse stata tolta, secondo il Consiglio di Stato no - "la giurisdizione per il danno erariale causato dagli amministratori e dai dipendenti delle società". La Corte dei Conti rimane dunque supremo vigile e sanzionatore dei magheggi contabili delle partecipate.
Quante sono le partecipate. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2013 sono 10.964 le unità per le quali si registra una forma di partecipazione pubblica in Italia, con un peso in termini di addetti pari a 953.100. Il 57,6% delle unità analizzate è partecipato da soggetti pubblici per una quota maggiore del 50%, il 13,8% per una quota compresa tra il 20% e il 50%, il 28,6% per una quota inferiore al 20%. Tra le unità a partecipazione pubblica, le imprese attive sono 7.767 e impiegano 927.559 addetti, corrispondenti al 97,3% degli addetti di tutte le partecipate. La dimensione media delle imprese partecipate è di 119 addetti per impresa. La forma giuridica con la dimensione media maggiore (307 addetti per impresa) è la società per azioni, scelta dal 31,8% delle imprese partecipate, che ha un peso in termini di addetti dell'81,6% sul totale delle imprese partecipate.
Il settore di attività economica con il maggior numero di imprese attive partecipate da un soggetto pubblico è quello delle Attività professionali, scientifiche e tecniche, con il 13,9% di imprese e il 2,7% di addetti. Il settore che impiega invece il maggior numero di addetti è quello del Trasporto e magazzinaggio, che raccoglie il 37,4% di addetti e il 10,3% di imprese.
Nel 23,3% dei casi la sede delle imprese partecipate è situata nel Centro Italia (54,4% degli addetti).
Tempi. Le società partecipate pubbliche sono 8 mila e il governo Renzi si è posto l'obiettivo di ridurle a mille. Eliminando sprechi, poltronifici, scatole vuote. L'effetto sprint è stato però ridimensionato, visto che il nuovo testo prevede il 2018 come anno per affondare la lama. Nei primi sei mesi dalla legge si avvia una prima revisione straordinaria. Ma per una vera pulizia dovremo attendere due anni. Non era così nel testo inviato dal governo alle Camere a gennaio. Lì si diceva: razionalizzazione straordinaria in sei mesi, ordinaria entro la fine dell'anno (e per ogni anno).
Personale. La gestione degli esuberi (i sindacati parlano di 150 mila lavoratori) viene affidata alle Regioni che "agevolano i processi di mobilità in ambito regionale". L'elenco del personale non ricollocato viene poi spedito, entro sei mesi, all'Anpal, la nuova agenzia per le politiche attive. Nel frattempo le società a controllo pubblico non possono procedere a nuove assunzioni a tempo indeterminato fino al 30 giugno 2018. Uno sconto: era il 31 dicembre.
Criteri. Arrivano due sconticini nei criteri dei tagli. La soglia di fatturato medio nei tre anni precedenti si dimezza: da un milione a 500 mila euro. Chi è sotto sparisce, chi sopra si salva. Anche le perdite sono circoscritte: a rischio le società in rosso per quattro dei cinque esercizi precedenti, ma solo se il risultato negativo è di "ammontare non inferiore al 5% del fatturato".
Stipendi. I premi ai manager delle partecipate (la parte variabile della retribuzione) saranno assicurati anche se le società sono in perdita, purché siano comunque inferiore rispetto all'esercizio precedente. E solo in casi eccezionali e quando sia dimostrato un miglioramento della situazione rispetto al punto di partenza. Servirà comunque un decreto ad hoc per fissare i criteri con cui calcolare i premi.
Buonuscite. Paletti deboli su tetti retributivi e trattamenti di fine mandato per i manager, nelle società a partecipazione pubblica ma non a controllo pubblico. Lo Stato o l'amministrazione pubblica - se titolari di una partecipazione superiore al 10% del capitale - "propone" agli organi societari la possibile introduzione di un limite a stipendi e faraoniche buonuscite.
Donne. Fa capolino anche la quota rosa rivista. "Nella scelta degli amministratori delle società a controllo pubblico, le amministrazioni assicurano il rispetto del principio di equilibrio di genere, almeno nella misura di un terzo, da computare sul numero complessivo delle designazioni o nomine effettuate in corso d'anno". La quota deve dunque essere calcolata sul totale delle nomine fatte e non sul singolo organo societario.
Corte dei Conti. La soluzione trovata restituisce ai giudici contabili - semmai fosse stata tolta, secondo il Consiglio di Stato no - "la giurisdizione per il danno erariale causato dagli amministratori e dai dipendenti delle società". La Corte dei Conti rimane dunque supremo vigile e sanzionatore dei magheggi contabili delle partecipate.
Quante sono le partecipate. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2013 sono 10.964 le unità per le quali si registra una forma di partecipazione pubblica in Italia, con un peso in termini di addetti pari a 953.100. Il 57,6% delle unità analizzate è partecipato da soggetti pubblici per una quota maggiore del 50%, il 13,8% per una quota compresa tra il 20% e il 50%, il 28,6% per una quota inferiore al 20%. Tra le unità a partecipazione pubblica, le imprese attive sono 7.767 e impiegano 927.559 addetti, corrispondenti al 97,3% degli addetti di tutte le partecipate. La dimensione media delle imprese partecipate è di 119 addetti per impresa. La forma giuridica con la dimensione media maggiore (307 addetti per impresa) è la società per azioni, scelta dal 31,8% delle imprese partecipate, che ha un peso in termini di addetti dell'81,6% sul totale delle imprese partecipate.
Il settore di attività economica con il maggior numero di imprese attive partecipate da un soggetto pubblico è quello delle Attività professionali, scientifiche e tecniche, con il 13,9% di imprese e il 2,7% di addetti. Il settore che impiega invece il maggior numero di addetti è quello del Trasporto e magazzinaggio, che raccoglie il 37,4% di addetti e il 10,3% di imprese.
Nel 23,3% dei casi la sede delle imprese partecipate è situata nel Centro Italia (54,4% degli addetti).