L'atteso e, in parte previsto, dato sul Pil del secondo trimestre dell'anno, con il suo implacabile verdetto di crescita zero, non ci deve far precipitare nello sconforto ma non è nemmeno da accogliere con la solita stretta di spalle.
La speranza coltivata nella prima metà dell'anno, e sottoscritta dal governo, era quella di arrivare ad una crescita dell'1,2 per cento, un dato che ci avrebbe fornito respiro e consentito margini di manovra persino sul difficile terreno delle tasse. Invece con il trimestre a livello zero (triste situazione che condividiamo con la Francia) dovrà andare bene se arriveremo alla metà, lo 0,6 per cento, come qualche giorno fa già intuiva il centro studi Ref rendendo obsolete le più recenti e pessimistiche proiezioni: ricordiamo che già dopo il fatidico Brexit del "lontano" 23 giugno scorso l'Fmi aveva rifatto i conti assegnando all'Italia una crescita del solo 0,9 per cento, meno dell'1 calcolato da Banca d'Italia, più del magro 0,8 di Confindustria.
Queste cifre, a fronte delle stime di oggi, appaiono fulmineamente invecchiate anche se non devono sorprendere: il rallentamento della congiuntura primaverile era già stato segnalato dalla Banca d'Italia nel suo recente "Bollettino". Di chi è la colpa? Non c'è dubbio che molte delle cause dell'appiattimento della crescita vadano ricercate a livello globale: c'è una contrazione del commercio internazionale, il prezzo del petrolio non favorisce certo l'import dei paesi produttori, Brasile e Russia sono in recessione conclamata.
Senza contare Brexit, terrorismo, migrazioni e ormai lampi di guerra ai confini meridionali della Penisola. Di nostro, oltre ai soliti problemi, mettiamoci anche che il sistema bancario è stato oggetto di una crisi con rari precedenti negli ultimi sei mesi: il fallimento di fatto di quattro importanti banche locali e il salvataggio dell'Mps, uno dei maggiori istituti di credito nazionali.
E' vero che l'Italia nel 2014 era in piena recessione, ed è vero anche che fino a ieri il Pil risultava in risalita da cinque trimestri consecutivi (dal 1° del 2015): ruolino di marcia che, con la crescita zero, non possiamo più vantare. Pochi alibi dai soci dell'Unione: gli altri partner, nonostante il mesto andamento globale, come al solito, fanno meglio di noi: la Germania quest'anno crescerà dell'1,6%, la Francia con tutti i suoi problemi dell'1,5% e la Spagna del 2,6%.
Lo scoramento non è un'opzione, ma il rischio c'è. Come avviene per quei motociclisti che continuano a saltare sul pedale della messa in moto, senza ottenere alcun risultato se non un puzzo di benzina e sordi rumori di stantuffo. Alla fine si siedono sul marciapiede scoraggiati, ansimanti e delusi. Il cavallo non beve, anche quello di metallo.
Del resto, guardiamo alle nostre spalle. Il 2015 ha subito l'effetto positivo della Renzinomics: decontribuzioni per lavori stabili, bonus 80 euro e coda nel 2016 con l'abolizione della tassa sulla prima casa, hanno dato fiato ai consumi che, nella prima parte di quest'anno, avevano ancora un buon ritmo. Eppure la moto non fa ancora sentire il suo rombo: forse è giunto il momento di cambiare carburante e verificare se un'azione più concentrata che leghi, con il collante fiscale, investimenti e buste-paga, riesca a far partire il motore della macchina Italia. Ormai per il prossimo anno.
La speranza coltivata nella prima metà dell'anno, e sottoscritta dal governo, era quella di arrivare ad una crescita dell'1,2 per cento, un dato che ci avrebbe fornito respiro e consentito margini di manovra persino sul difficile terreno delle tasse. Invece con il trimestre a livello zero (triste situazione che condividiamo con la Francia) dovrà andare bene se arriveremo alla metà, lo 0,6 per cento, come qualche giorno fa già intuiva il centro studi Ref rendendo obsolete le più recenti e pessimistiche proiezioni: ricordiamo che già dopo il fatidico Brexit del "lontano" 23 giugno scorso l'Fmi aveva rifatto i conti assegnando all'Italia una crescita del solo 0,9 per cento, meno dell'1 calcolato da Banca d'Italia, più del magro 0,8 di Confindustria.
Queste cifre, a fronte delle stime di oggi, appaiono fulmineamente invecchiate anche se non devono sorprendere: il rallentamento della congiuntura primaverile era già stato segnalato dalla Banca d'Italia nel suo recente "Bollettino". Di chi è la colpa? Non c'è dubbio che molte delle cause dell'appiattimento della crescita vadano ricercate a livello globale: c'è una contrazione del commercio internazionale, il prezzo del petrolio non favorisce certo l'import dei paesi produttori, Brasile e Russia sono in recessione conclamata.
Senza contare Brexit, terrorismo, migrazioni e ormai lampi di guerra ai confini meridionali della Penisola. Di nostro, oltre ai soliti problemi, mettiamoci anche che il sistema bancario è stato oggetto di una crisi con rari precedenti negli ultimi sei mesi: il fallimento di fatto di quattro importanti banche locali e il salvataggio dell'Mps, uno dei maggiori istituti di credito nazionali.
E' vero che l'Italia nel 2014 era in piena recessione, ed è vero anche che fino a ieri il Pil risultava in risalita da cinque trimestri consecutivi (dal 1° del 2015): ruolino di marcia che, con la crescita zero, non possiamo più vantare. Pochi alibi dai soci dell'Unione: gli altri partner, nonostante il mesto andamento globale, come al solito, fanno meglio di noi: la Germania quest'anno crescerà dell'1,6%, la Francia con tutti i suoi problemi dell'1,5% e la Spagna del 2,6%.
Lo scoramento non è un'opzione, ma il rischio c'è. Come avviene per quei motociclisti che continuano a saltare sul pedale della messa in moto, senza ottenere alcun risultato se non un puzzo di benzina e sordi rumori di stantuffo. Alla fine si siedono sul marciapiede scoraggiati, ansimanti e delusi. Il cavallo non beve, anche quello di metallo.
Del resto, guardiamo alle nostre spalle. Il 2015 ha subito l'effetto positivo della Renzinomics: decontribuzioni per lavori stabili, bonus 80 euro e coda nel 2016 con l'abolizione della tassa sulla prima casa, hanno dato fiato ai consumi che, nella prima parte di quest'anno, avevano ancora un buon ritmo. Eppure la moto non fa ancora sentire il suo rombo: forse è giunto il momento di cambiare carburante e verificare se un'azione più concentrata che leghi, con il collante fiscale, investimenti e buste-paga, riesca a far partire il motore della macchina Italia. Ormai per il prossimo anno.