ROMA - E' come leggere in filigrana la crisi economica italiana, la stagnazione nella quale annaspa il Paese. Il "tasso di default" misura la difficoltà delle imprese a onorare i debiti con gli istituti di credito, segnalando quando il ritardo nel pagamento di una linea di finanziamento supera i novanta giorni. L'anticamera delle sofferenze bancarie. Come uno scandaglio che, riflettendo lo stato di salute delle fabbriche, esplora la profondità della recessione italiana.
Dopo le anticipazioni di Repubblica in luglio, il Crif (database del sistema creditizio italiano) ha ora sfornato i dati integrali aggiornati a marzo di quest'anno, certificando che il trend di riduzione dei tassi di default iniziato a metà 2015 va vanti. Si è passati dal 6% di giugno dello scorso anno al 4,6% di marzo 2016 e la previsione a tutto il 2017 è di una stabilizzazione a quota 4,7%. Apparentemente una buona notizia. Apparentemente, appunto.
In realtà, spiega il Crif, dietro alla discesa del rischio c'è l'"effetto selezione", ossia la chiusura delle aziende piegate dalla recessione. La faccia più feroce del credit crunch. Come dire che la ripresa non c'entra, perché la ripresa non c'è: "La situazione economica e finanziaria dell'Italia - si legge nel rapporto - resta strutturalmente fragile e troppo esposta a fattori esogeni, come le decisioni Bce sui tassi, le risposte delle istituzioni europee alle tensioni finanziarie, i crescenti populismi nazionali, l'andamento della crescita globale".
Il Crif analizza, in prospettiva, anche gli effetti di Brexit: da un lato, si prevede un "ulteriore rallentamento della crescita europea per effetto della maggiore incertezza sulla propensione agli investimenti delle imprese"; dall'altro, "un potenziale inasprimento delle condizioni di accesso al credito per le aziende" come conseguenza sia delle difficoltà finanziarie delle banche italiane sia delle nuove regole di vigilanza del settore (stress test e dintorni). E la sindrome Brexit risparmia pochissimi settori.
Dopo le anticipazioni di Repubblica in luglio, il Crif (database del sistema creditizio italiano) ha ora sfornato i dati integrali aggiornati a marzo di quest'anno, certificando che il trend di riduzione dei tassi di default iniziato a metà 2015 va vanti. Si è passati dal 6% di giugno dello scorso anno al 4,6% di marzo 2016 e la previsione a tutto il 2017 è di una stabilizzazione a quota 4,7%. Apparentemente una buona notizia. Apparentemente, appunto.
In realtà, spiega il Crif, dietro alla discesa del rischio c'è l'"effetto selezione", ossia la chiusura delle aziende piegate dalla recessione. La faccia più feroce del credit crunch. Come dire che la ripresa non c'entra, perché la ripresa non c'è: "La situazione economica e finanziaria dell'Italia - si legge nel rapporto - resta strutturalmente fragile e troppo esposta a fattori esogeni, come le decisioni Bce sui tassi, le risposte delle istituzioni europee alle tensioni finanziarie, i crescenti populismi nazionali, l'andamento della crescita globale".
Il Crif analizza, in prospettiva, anche gli effetti di Brexit: da un lato, si prevede un "ulteriore rallentamento della crescita europea per effetto della maggiore incertezza sulla propensione agli investimenti delle imprese"; dall'altro, "un potenziale inasprimento delle condizioni di accesso al credito per le aziende" come conseguenza sia delle difficoltà finanziarie delle banche italiane sia delle nuove regole di vigilanza del settore (stress test e dintorni). E la sindrome Brexit risparmia pochissimi settori.
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