MILANO - Si scaglia contro l’Europa, ritiene giuste le tasse che ha pagato (o non pagato) in Irlanda e quelle poche che ha ugualmente versato negli Usa. Riconosce che la mente del gruppo con le sue invenzioni sta in California e che lì devono andare i profitti e gli eventuali balzelli fiscali. Tim Cook affida a una lettera tutto il suo disappunto per quanto la Ue chiede: 13 miliardi di tasse arretrate. E avanza i meriti per quanto la Apple ha fatto in Europa e in Irlanda. Parla in generale del gruppo, delle controllate irlandesi ed europee, dei dipendenti che lavorano a Cork, ma si dimentica di citare due società irlandesi, la Apple Operation International (Aoi) che ha intermediato per la Apple Inc le vendite in America e la Apple Sales International (Asi) che ha curato la vendita dei prodotti in Europa Medio Oriente, Africa, India, Asia e il Pacifico. E sono gli stessi americani (si badi non i commissari europei) nel rapporto di indagine del Permanent subcommitte on investigation (Psi) del Senato Usa, intitolato "Offshore Profit shifting and the Us tax code", datato 21 maggio 2013 a denunciare cosa siano la Aoi e la Asi.
E’ vero, come sostiene Cook nella sua lettera, che la Apple ha aperto diverse società in Irlanda e in diverse fasi storiche ha anche creato occupazione. Le società irlandesi sono state costituite negli Anni Ottanta e inizialmente erano veramente la sede di produzione del gruppo. Ma quello che Cook non dice è che a seguito della crisi degli anni Novanta, la Apple ha spostato la produzione in Cina, mantenendo però la stessa struttura societaria per sfruttare i relativi benefici fiscali. E non è un caso che Cook non parli nemmeno della Aoi, per esempio, la holding a cui fanno capo molte affiliate estere del gruppo e attraverso la quale passano tutti gli incassi Usa: la filiale incorporata sotto la legislazione irlandese nel 1980, pur condividendo lo stesso indirizzo a Cork di molte altre società del gruppo, non ha qui né altrove in Irlanda alcuna presenza fisica.
Per di più, la Aoi fin dal suo sbarco in Irlanda, più di 30 anni fa “non ha mai avuto nessun dipendente”, scrivono gli investigatori Usa citando l’interrogatorio di uno dei suoi direttori Cathy Kearney (avvenuto il 19 aprile del 2013). Ai tempi dell’indagine il personale della Aoi era composto da due dipendenti, entrambi della californiana Apple Inc, Gene Levoff e Gary Wipfler, che vivevano in California e ricoprivano lo stesso ruolo di direttori per innumerevoli altre società del gruppo, e una irlandese, Cathy Kearney appunto, assunta però da un’altra società della Apple (la Adi con la qualifica di vice presidente per le operazioni europee).
Le riunioni del consiglio della Aoi si sono sempre svolte negli Stati Uniti: “Delle 33 riunioni tenutesi - si legge nel rapporto - tra gli anni 2006 e 2012, ben 32 sono avvenute a Cupertino e la Kearney ha partecipato a sole 7 di queste, a 6 delle quali è intervenuta telefonicamente”. La stessa Apple ha dichiarato che per la Aoi non esistevano conti bancari o personale in Irlanda. Eppure la Aoi, per stessa ammissione della Apple, ha ricevuto tra il 2009 e il 2012, 29,9 miliardi di dollari in dividendi dalla rete estera delle società operative della Apple.
Il rapporto del Senato Usa (a pagina 23) svela usando le dichiarazioni stesse della Apple, quanto siano fuorvianti le parole di Cook: “La Apple ha spiegato che, sebbene la Aoi sia stata incorporata in Irlanda fin dal 1980, non ha mai dichiarato la propria residenza fiscale in Irlanda o in alcun altro Paese, così che non ha mai pagato nessuna tassa a nessun governo nazionale negli ultimi 5 anni”. La società ha potuto far questo perché in Irlanda ha dichiarato di non essere una società sotto controllo di una casa madre irlandese e negli Usa ha dichiarato invece di non essere una società incorporata sotto la legge statunitense.
Nelle stessa condizione della Aoi, nessuna residenza fiscale e nessun dipendente, vi era anche la Apple Sales International (Asi), nella cui gestione ha avuto un ruolo attivo lo stesso Tim Cook, firmando il Contratto di condivisione dei costi con la Apple Inc. Se dunque è vero che dai 60 dipendenti di Cork negli anni 80 si è arrivati a 6mila persone in tutta Irlanda, perché non parlare allora di che lavoro hanno svolto le irlandesi Aoi e Asi e della loro leggerezza in fatto di personale? Un lavoro oscuro ma portato sotto i riflettori dalla Commissione del Senato Usa anche lei, come la Ue, alla caccia dei soldi evasi dalla Apple. Oggi, grazie anche alla aggressiva pianificazione fiscale, nelle casse del gruppo ci sono quasi 230 miliardi di dollari, molti dei quali in cassaforti offshore. E di fronte ai quali impallidisce la richiesta di 13 miliardi di euro da parte della Commissione europea.
E’ vero, come sostiene Cook nella sua lettera, che la Apple ha aperto diverse società in Irlanda e in diverse fasi storiche ha anche creato occupazione. Le società irlandesi sono state costituite negli Anni Ottanta e inizialmente erano veramente la sede di produzione del gruppo. Ma quello che Cook non dice è che a seguito della crisi degli anni Novanta, la Apple ha spostato la produzione in Cina, mantenendo però la stessa struttura societaria per sfruttare i relativi benefici fiscali. E non è un caso che Cook non parli nemmeno della Aoi, per esempio, la holding a cui fanno capo molte affiliate estere del gruppo e attraverso la quale passano tutti gli incassi Usa: la filiale incorporata sotto la legislazione irlandese nel 1980, pur condividendo lo stesso indirizzo a Cork di molte altre società del gruppo, non ha qui né altrove in Irlanda alcuna presenza fisica.
Per di più, la Aoi fin dal suo sbarco in Irlanda, più di 30 anni fa “non ha mai avuto nessun dipendente”, scrivono gli investigatori Usa citando l’interrogatorio di uno dei suoi direttori Cathy Kearney (avvenuto il 19 aprile del 2013). Ai tempi dell’indagine il personale della Aoi era composto da due dipendenti, entrambi della californiana Apple Inc, Gene Levoff e Gary Wipfler, che vivevano in California e ricoprivano lo stesso ruolo di direttori per innumerevoli altre società del gruppo, e una irlandese, Cathy Kearney appunto, assunta però da un’altra società della Apple (la Adi con la qualifica di vice presidente per le operazioni europee).
Le riunioni del consiglio della Aoi si sono sempre svolte negli Stati Uniti: “Delle 33 riunioni tenutesi - si legge nel rapporto - tra gli anni 2006 e 2012, ben 32 sono avvenute a Cupertino e la Kearney ha partecipato a sole 7 di queste, a 6 delle quali è intervenuta telefonicamente”. La stessa Apple ha dichiarato che per la Aoi non esistevano conti bancari o personale in Irlanda. Eppure la Aoi, per stessa ammissione della Apple, ha ricevuto tra il 2009 e il 2012, 29,9 miliardi di dollari in dividendi dalla rete estera delle società operative della Apple.
Il rapporto del Senato Usa (a pagina 23) svela usando le dichiarazioni stesse della Apple, quanto siano fuorvianti le parole di Cook: “La Apple ha spiegato che, sebbene la Aoi sia stata incorporata in Irlanda fin dal 1980, non ha mai dichiarato la propria residenza fiscale in Irlanda o in alcun altro Paese, così che non ha mai pagato nessuna tassa a nessun governo nazionale negli ultimi 5 anni”. La società ha potuto far questo perché in Irlanda ha dichiarato di non essere una società sotto controllo di una casa madre irlandese e negli Usa ha dichiarato invece di non essere una società incorporata sotto la legge statunitense.
Nelle stessa condizione della Aoi, nessuna residenza fiscale e nessun dipendente, vi era anche la Apple Sales International (Asi), nella cui gestione ha avuto un ruolo attivo lo stesso Tim Cook, firmando il Contratto di condivisione dei costi con la Apple Inc. Se dunque è vero che dai 60 dipendenti di Cork negli anni 80 si è arrivati a 6mila persone in tutta Irlanda, perché non parlare allora di che lavoro hanno svolto le irlandesi Aoi e Asi e della loro leggerezza in fatto di personale? Un lavoro oscuro ma portato sotto i riflettori dalla Commissione del Senato Usa anche lei, come la Ue, alla caccia dei soldi evasi dalla Apple. Oggi, grazie anche alla aggressiva pianificazione fiscale, nelle casse del gruppo ci sono quasi 230 miliardi di dollari, molti dei quali in cassaforti offshore. E di fronte ai quali impallidisce la richiesta di 13 miliardi di euro da parte della Commissione europea.