ROMA - Lo studioso che ha perfezionato la teoria di Keynes e cambiato faccia al Fondo monetario. Quello che ha inventato una nuova disciplina, l'economia del personale. E il guru dell'impatto della globalizzazione sulla competizione tra imprese. Olivier Blanchard, Edward Lazear e Marc Melitz: ecco secondo le tradizionali previsioni di Thomson Reuters i principali candidati a ricevere, lunedì 10 ottobre, il Premio Nobel per l'Economia. O meglio, visto che non si tratta di un Nobel vero e proprio, il premio per le Scienze economiche della Banca di Svezia. Per individuare i papabili Thomson Reuters si basa sull'analisi delle citazioni accademiche. Non l'unico fattore che determina l'assegnazione del Nobel, per cui spesso contano anche considerazioni politiche e di attualità. Eppure gli analisti tendono ad azzeccarci: dal 2002 ad oggi hanno previsto ben 39 laureati. L'anno scorso vinse l'economista scozzese Angus Deaton per i suoi studi sulle scelte di consumo, in particolare tra le fasce più povere di popolazione.
Olivier Jean Blanchard
I più lo conoscono per il suo ruolo pubblico, quello di capo economista del Fondo monetario internazionale. Ma se il francese Olivier Blanchard, 67 anni, è arrivato al vertice della maggiore organizzazione economica globale lo deve a una scintillante carriera accademica. Undicesimo al mondo per citazioni, primo per quelle dei suoi allievi. Per 25 anni la stella più brillante, tra le tante del dipartimento di Economia dell'Mit di Boston, dove era arrivato per il dottorato dopo l'università a Parigi. Blanchard ha scritto un paio di manuali di macroeconomia da cui passano tutti gli studenti del mondo. E soprattutto, è al centro della rielaborazione della teoria keynesiana conosciuta come "microfondazione". Il modello di Keynes infatti si basava sui dati economici storici, ma non spiegava perché le persone si fossero comportate così. Lo sforzo dello studioso francese è stato creare dei modelli logici per spiegare il funzionamento di singole parti del sistema economico, come mercato del lavoro, dei beni e dei capitali. Facendo emergere le "frizioni" che impediscono a domanda e offerta di allinearsi, come pretende la teoria classica (liberale). E motivando così la necessità dell'intervento pubblico. Blanchard ha mostrato per esempio che i prezzi non si equilibrano in mercati dominati da poche grandi aziende. O che i picchi di disoccupazione sono provocati dalle frenate della spesa, più che dalle ondate tecnologiche. Idee che Blanchard ha portato al Fondo monetario, guidandone l'ufficio studi tra grande crisi, fallimento della Grecia e quasi collasso dell'euro. E' riuscito a far abbandonare al Fondo alcune ossessioni storiche, come quella per la bassa inflazione e l'austerità fiscale. Con diversi studi Blanchard e i suoi hanno mostrato che la diseguaglianza mina la crescita economica, e che l'impatto negativo della riduzione della spesa pubblica sul Pil è maggiore di quello storicamente atteso. Posizioni che hanno influenzato le politiche espansive dell'amministrazione Obama, molto meno l'Europa a trazione tedesca. "Non vincerò mai il Nobel", ha detto qualche anno fa, riconoscendo di essersi occupato di molte cose, ma di non aver rivoluzionato nulla. Potrebbe aver sbagliato previsione.
Edward Paul Lazear
Un nuovo campo di studio, invece, Edward Lazear lo ha creato dalle fondamenta. Si chiama "economia del personale" e applica modelli teorici ai classici probelmi della gestione dei dipendenti in azienda: quanto devono essere pagati? Come incentivare le performance? Il contributo più citato di Lazear, 68 anni, professore a Stanford dal 1995, è la teoria dei tornei. Immaginate due sfidanti: più aumenta la differenza tra il premio per il vincitore e la consolazione per il perdente, più saranno spinti a impegnarsi. Lazear ha applicato questo principio alle buste paga. In molti casi le imprese provano a legare lo stipendio alla produttività del lavoratore, che però può essere costosa o difficile da misurare. Secondo Lazear conviene invece basarlo sulla posizione gerarchica all'interno della struttura. Gli amministratori delegati, in altre parole, devono essere pagati (molto) più degli altri non tanto per il valore aggiunto che portano all'impresa, quanto per lo sforzo profuso per raggiungere il ruolo, e per stimolare i colleghi a fare altrettanto. Nel corso degli anni Lazear ha poi studiato altri aspetti della gestione del personale, come per esempio l'effetto di un buon capo sulla produttività della sua squadra: un manager di livello, ha mostrato, può portare un team di nove persone a raggiungere i risultati di dieci lavoratori. Da capo economista della presidenza Bush, tra il 2006 e il 2008, è stato il regista del piano di stimolo economico da 152 miliardi di dollari, l'Economic Stimulus Act, prima risposta di Washington alla grande crisi. Un pacchetto di incentivi e sgravi fiscali approvato da entrambi i partiti, una rarità, e che ha aperto la strada anche alle successive politiche di stimolo di Barack Obama.
Marc Melitz
Rispetto ai due sfidanti, Marc Melitz, professore di Politica economica ad Harvard è di una generazione successiva: 48 anni. Potrebbe essere uno svantaggio, visto che è ancora nel pieno della sua attività di ricerca. Ma da quando l'Economist lo inseriva nella lista dei giovani ricercatori più promettenti del globo, era il 2008, di acqua ne è passata. E l'importanza dei suoi studi gli è valsa un'etichetta: la "nuova, nuova teoria del commercio", seguito e evoluzione di quella, già "nuova", formaluta da Paul Krugman circa trenta anni fa. Parliamo dell'impatto del commercio internazionale, delle globalizzazione, sulla competizione tra imprese. Tema caldissimo, in un periodo in cui le tendenze protezionistiche sono tornate forti. Gli studi di Melitz partono da una considerazione base: non sono i Paesi a commerciare tra loro, bensì le aziende. E in questo scenario un ristretto numero di società più grandi gioca la parte da leone. Ci vuole quindi un approccio più granulare alla teoria del commercio internazionale, che riconosca il giusto peso dei big nelle dinamiche complessive. Secondo Melitz solo le migliori aziende sono in grado di andare all'estero, un passo estremamente costoso: negli Stati Uniti le esportatrici sono grandi il doppio delle altre e hanno una produttività del 14% maggiore. E questa dimensione la acquisiscono prima sul mercato interno, fatto che giustifica una protezione speciale nei loro confronti quando stanno crescendo. Ma dove la posizione di Melitz porta a conclusioni diverse da quelle di Krugman è soprattutto sui benefici del mercato internazionale. Che non si vedrebbero tanto nella specializzazione tra industrie diverse, l'Italia fa i mobili, il Giappone i robot, ma più che altro all'interno degli stessi settori: la globalizzazione elimina i peggiori, garantendo ai migliori una maggiore quota di mercato. Sull'onda delle analisi di Melitz, diversi economisti stanno rivedendo le teorie sulle politiche a sostegno delle imprese. Ma il processo è appena iniziato. E questa per lui non è certo l'ultima opportunità di vincere il Nobel.
@filipposantelli
Olivier Jean Blanchard
I più lo conoscono per il suo ruolo pubblico, quello di capo economista del Fondo monetario internazionale. Ma se il francese Olivier Blanchard, 67 anni, è arrivato al vertice della maggiore organizzazione economica globale lo deve a una scintillante carriera accademica. Undicesimo al mondo per citazioni, primo per quelle dei suoi allievi. Per 25 anni la stella più brillante, tra le tante del dipartimento di Economia dell'Mit di Boston, dove era arrivato per il dottorato dopo l'università a Parigi. Blanchard ha scritto un paio di manuali di macroeconomia da cui passano tutti gli studenti del mondo. E soprattutto, è al centro della rielaborazione della teoria keynesiana conosciuta come "microfondazione". Il modello di Keynes infatti si basava sui dati economici storici, ma non spiegava perché le persone si fossero comportate così. Lo sforzo dello studioso francese è stato creare dei modelli logici per spiegare il funzionamento di singole parti del sistema economico, come mercato del lavoro, dei beni e dei capitali. Facendo emergere le "frizioni" che impediscono a domanda e offerta di allinearsi, come pretende la teoria classica (liberale). E motivando così la necessità dell'intervento pubblico. Blanchard ha mostrato per esempio che i prezzi non si equilibrano in mercati dominati da poche grandi aziende. O che i picchi di disoccupazione sono provocati dalle frenate della spesa, più che dalle ondate tecnologiche. Idee che Blanchard ha portato al Fondo monetario, guidandone l'ufficio studi tra grande crisi, fallimento della Grecia e quasi collasso dell'euro. E' riuscito a far abbandonare al Fondo alcune ossessioni storiche, come quella per la bassa inflazione e l'austerità fiscale. Con diversi studi Blanchard e i suoi hanno mostrato che la diseguaglianza mina la crescita economica, e che l'impatto negativo della riduzione della spesa pubblica sul Pil è maggiore di quello storicamente atteso. Posizioni che hanno influenzato le politiche espansive dell'amministrazione Obama, molto meno l'Europa a trazione tedesca. "Non vincerò mai il Nobel", ha detto qualche anno fa, riconoscendo di essersi occupato di molte cose, ma di non aver rivoluzionato nulla. Potrebbe aver sbagliato previsione.
Edward Paul Lazear
Un nuovo campo di studio, invece, Edward Lazear lo ha creato dalle fondamenta. Si chiama "economia del personale" e applica modelli teorici ai classici probelmi della gestione dei dipendenti in azienda: quanto devono essere pagati? Come incentivare le performance? Il contributo più citato di Lazear, 68 anni, professore a Stanford dal 1995, è la teoria dei tornei. Immaginate due sfidanti: più aumenta la differenza tra il premio per il vincitore e la consolazione per il perdente, più saranno spinti a impegnarsi. Lazear ha applicato questo principio alle buste paga. In molti casi le imprese provano a legare lo stipendio alla produttività del lavoratore, che però può essere costosa o difficile da misurare. Secondo Lazear conviene invece basarlo sulla posizione gerarchica all'interno della struttura. Gli amministratori delegati, in altre parole, devono essere pagati (molto) più degli altri non tanto per il valore aggiunto che portano all'impresa, quanto per lo sforzo profuso per raggiungere il ruolo, e per stimolare i colleghi a fare altrettanto. Nel corso degli anni Lazear ha poi studiato altri aspetti della gestione del personale, come per esempio l'effetto di un buon capo sulla produttività della sua squadra: un manager di livello, ha mostrato, può portare un team di nove persone a raggiungere i risultati di dieci lavoratori. Da capo economista della presidenza Bush, tra il 2006 e il 2008, è stato il regista del piano di stimolo economico da 152 miliardi di dollari, l'Economic Stimulus Act, prima risposta di Washington alla grande crisi. Un pacchetto di incentivi e sgravi fiscali approvato da entrambi i partiti, una rarità, e che ha aperto la strada anche alle successive politiche di stimolo di Barack Obama.
Marc Melitz
Rispetto ai due sfidanti, Marc Melitz, professore di Politica economica ad Harvard è di una generazione successiva: 48 anni. Potrebbe essere uno svantaggio, visto che è ancora nel pieno della sua attività di ricerca. Ma da quando l'Economist lo inseriva nella lista dei giovani ricercatori più promettenti del globo, era il 2008, di acqua ne è passata. E l'importanza dei suoi studi gli è valsa un'etichetta: la "nuova, nuova teoria del commercio", seguito e evoluzione di quella, già "nuova", formaluta da Paul Krugman circa trenta anni fa. Parliamo dell'impatto del commercio internazionale, delle globalizzazione, sulla competizione tra imprese. Tema caldissimo, in un periodo in cui le tendenze protezionistiche sono tornate forti. Gli studi di Melitz partono da una considerazione base: non sono i Paesi a commerciare tra loro, bensì le aziende. E in questo scenario un ristretto numero di società più grandi gioca la parte da leone. Ci vuole quindi un approccio più granulare alla teoria del commercio internazionale, che riconosca il giusto peso dei big nelle dinamiche complessive. Secondo Melitz solo le migliori aziende sono in grado di andare all'estero, un passo estremamente costoso: negli Stati Uniti le esportatrici sono grandi il doppio delle altre e hanno una produttività del 14% maggiore. E questa dimensione la acquisiscono prima sul mercato interno, fatto che giustifica una protezione speciale nei loro confronti quando stanno crescendo. Ma dove la posizione di Melitz porta a conclusioni diverse da quelle di Krugman è soprattutto sui benefici del mercato internazionale. Che non si vedrebbero tanto nella specializzazione tra industrie diverse, l'Italia fa i mobili, il Giappone i robot, ma più che altro all'interno degli stessi settori: la globalizzazione elimina i peggiori, garantendo ai migliori una maggiore quota di mercato. Sull'onda delle analisi di Melitz, diversi economisti stanno rivedendo le teorie sulle politiche a sostegno delle imprese. Ma il processo è appena iniziato. E questa per lui non è certo l'ultima opportunità di vincere il Nobel.
@filipposantelli