BELGRADO - Nei Balcani, la Storia insegna, la minima scintilla può produrre sviluppi gravi. Adesso le scintille vengono da controversie assolutamente inedite e minacciose su economia e diritto di proprietà. Sabato 8 ottobre, in piena notte, il governo del Kosovo ha deciso di dichiarare di suo possesso la grande miniera di Trepca. Una valle dei tesori del sudest dell'Europa, con giacimenti di ferro, zinco, metalli preziosi vari. 'Piccolo' dettaglio: la zona mineraria è sotto controllo serbo dal quindicesimo secolo, e attualmente di proprietà dell'azienda mineraria serba, già statale e ora in privatizzazione, che ne è azionista di riferimento. L'azienda è sana, accresce la produzione, e il governo di Prishtina - dice Marko Djuric, capo negoziatore di Belgrado con il Kosovo - di fatto espropriandola ha violato anche gli accordi di pace che dopo la sconfitta militare serbo/jugoslava contro la Nato segnarono la nascita del Kosovo, distribuendo e definendo sovranità e diritti di proprietà.
E' quasi come se, tanto per fare un esempio, in un qualsiasi paese dove FCA Fiat-Chrysler possiede stabilimenti, improvvisamente il governo nazionale locale dichiarasse che quegli impianti sono sul suo territorio, quindi addio signor Marchionne, da oggi sono nostri. Certo, Belgrado non riconosce il Kosovo divenuto indipendente dopo una dura guerra contro Milosevic. Ma Se un precedente del genere si fa strada, che accade dell'economia globale?
L'azienda mineraria serba rischia perdite spaventose, proprio mentre sotto la guida del premier liberal ed europeista, Aleksandar Vucic, Belgrado ha ritrovato crescita economica, voglia di riforme, consolidamento dei bilanci. E allora l'azienda espropriata ha sporto ricorso alle Nazioni Unite, e accanto alla sua mossa legale al Palazzo di Vetro c'è la richiesta di un arbitrato internazionale, sottoscritta anche dagli azionisti serbi di minoranza. Sono in gioco somme enormi in economie così piccole: basti dire che il complesso minerario di Trepca si era risanato con successo da carrozzone statale ad azienda in privatizzazione, e aveva aumentato la produzione del 20 per cento. Tra l'altro, sostengono almeno a Belgrado, Prishtina ha agito senza consultare rappresentanti della minoranza serba in Kosovo, e quindi di nuovo contro lettera e spirito degli accordi di pace da cui il Kosovo nacque come Stato. Pur non essendo riconosciuto né dalla Serbia, che lo ritiene suo territorio storico, né da altri Stati. Israele, per esempio.
Colpo grosso dunque dell'establishment kosovaro. Sullo sfondo del difficile negoziato per l'adesione della Serbia all'Unione europea, voluto da Vucic per modernizzare il paese e rompere per sempre col passato di crimini guerre e orrori e alla fine disfatta militare totale, imposto ai serbi e a tutti gli ex jugoslavi da Slobodan Milosevic. Proprio la questione Kosovo è un problema nei negoziati: molti paesi Ue, Germania in testa, riconoscono lo Stato che per Belgrado resta sua provincia. Il presente non aiuta la riconciliazione nell'ex Jugoslavia. E non aiuta certo gli sforzi dei moderati come Vucic: ovvio, dicono fonti diplomatiche occidentali che il fatto compiuto di Prishtina porta acqua al mulino dei suoi avversari, i nazionalisti serbi russofili e nostalgici di Milosevic, e quindi danneggia la stabilità nei Balcani e in Europa.
Tutto espropriato: giacimenti, e anche costosi macchinari dell'enorme miniera. Pochi giorni prima, il 30 settembre, il Kosovo aveva rotto i negoziati sull'uso comune degli impianti di Telekom Srbija nel suo territorio e sull'impiego dei prefissi comuni, e di fatto aveva preso possesso della parte di struttura di Telekom Srbija nel suo territorio. Affidandoli alla sua autorità delle tlc, che non esisteva all'epoca degli accordi di pace. Un problema in più, non creato da Belgrado, nel non facile negoziato tra Serbia e Ue per l'adesione serba all'Unione. E sul conflitto, come su tante altre tensioni nel Vecchio continente, la Ue che chiede sempre moderazione e compromessi a Serbia, Kosovo, Croazia, ogni altra parte dell'ex Jugoslavia, nel caso della miniera della discordia tace.
E' quasi come se, tanto per fare un esempio, in un qualsiasi paese dove FCA Fiat-Chrysler possiede stabilimenti, improvvisamente il governo nazionale locale dichiarasse che quegli impianti sono sul suo territorio, quindi addio signor Marchionne, da oggi sono nostri. Certo, Belgrado non riconosce il Kosovo divenuto indipendente dopo una dura guerra contro Milosevic. Ma Se un precedente del genere si fa strada, che accade dell'economia globale?
L'azienda mineraria serba rischia perdite spaventose, proprio mentre sotto la guida del premier liberal ed europeista, Aleksandar Vucic, Belgrado ha ritrovato crescita economica, voglia di riforme, consolidamento dei bilanci. E allora l'azienda espropriata ha sporto ricorso alle Nazioni Unite, e accanto alla sua mossa legale al Palazzo di Vetro c'è la richiesta di un arbitrato internazionale, sottoscritta anche dagli azionisti serbi di minoranza. Sono in gioco somme enormi in economie così piccole: basti dire che il complesso minerario di Trepca si era risanato con successo da carrozzone statale ad azienda in privatizzazione, e aveva aumentato la produzione del 20 per cento. Tra l'altro, sostengono almeno a Belgrado, Prishtina ha agito senza consultare rappresentanti della minoranza serba in Kosovo, e quindi di nuovo contro lettera e spirito degli accordi di pace da cui il Kosovo nacque come Stato. Pur non essendo riconosciuto né dalla Serbia, che lo ritiene suo territorio storico, né da altri Stati. Israele, per esempio.
Colpo grosso dunque dell'establishment kosovaro. Sullo sfondo del difficile negoziato per l'adesione della Serbia all'Unione europea, voluto da Vucic per modernizzare il paese e rompere per sempre col passato di crimini guerre e orrori e alla fine disfatta militare totale, imposto ai serbi e a tutti gli ex jugoslavi da Slobodan Milosevic. Proprio la questione Kosovo è un problema nei negoziati: molti paesi Ue, Germania in testa, riconoscono lo Stato che per Belgrado resta sua provincia. Il presente non aiuta la riconciliazione nell'ex Jugoslavia. E non aiuta certo gli sforzi dei moderati come Vucic: ovvio, dicono fonti diplomatiche occidentali che il fatto compiuto di Prishtina porta acqua al mulino dei suoi avversari, i nazionalisti serbi russofili e nostalgici di Milosevic, e quindi danneggia la stabilità nei Balcani e in Europa.
Tutto espropriato: giacimenti, e anche costosi macchinari dell'enorme miniera. Pochi giorni prima, il 30 settembre, il Kosovo aveva rotto i negoziati sull'uso comune degli impianti di Telekom Srbija nel suo territorio e sull'impiego dei prefissi comuni, e di fatto aveva preso possesso della parte di struttura di Telekom Srbija nel suo territorio. Affidandoli alla sua autorità delle tlc, che non esisteva all'epoca degli accordi di pace. Un problema in più, non creato da Belgrado, nel non facile negoziato tra Serbia e Ue per l'adesione serba all'Unione. E sul conflitto, come su tante altre tensioni nel Vecchio continente, la Ue che chiede sempre moderazione e compromessi a Serbia, Kosovo, Croazia, ogni altra parte dell'ex Jugoslavia, nel caso della miniera della discordia tace.