ROMA - Circa 500 miliardi di dollari. Come il Pil annuale della Polonia. Come un quarto di quello dell'Italia. Ma in soli 31 giorni. Ottobre è stato uno dei mesi più ricchi della storia in termini di M&A, di fusioni e acquisizioni tra aziende. Le ultime annunciate lunedì, le nozze tra la divisione petrolio e gas di General Electric con Baker Hughes, valore 32 miliardi di dollari, e l'assalto dell'operatore Tlc CenturyLink a Level 3, 34 miliardi, hanno portato il totale a 489 miliardi di dollari secondo i dati di Bloomberg e a 501 secondo quelli di Dealogic. Valori che non si vedevano da almeno 12 anni. Un buon segnale di mobilità del mercato, uno molto meno positivo sulle prospettive dell'economia globale.
Con i soldi che hanno in cassa infatti le società hanno varie opzioni: investire nello sviluppo del proprio business oppure cercare di espandersi attraverso acquisizioni. Se scelgono la seconda, specie in un momento come questo in cui le quotazioni di Borsa sono ai massimi, è perché non si aspettano grandi ritorni dalla crescita organica. Di fatto, un atto di sfiducia verso l'economia globale. Trasversale ai settori, vista la varietà degli accordi annunciati a ottobre. Dalle telecomunicazioni, dove AT&T ha offerto la bellezza di 85 miliardi di dollari per Time Warner, ai beni di consumo, con i 47 miliardi messi sul piatto da British American Tobacco per acquisire la quota che ancora non controllava di Reynolds, passando dalla tecnologia, con le nozze da 39 miliardi tra Qualcomm, primo produttore al mondo di chip per smartphone, e l'olandese NXP, specializzata nel silicio per automobili.
Movimenti di questo tipo sono frequenti al termine di un ciclo economico, avvertono gli analisti. E di certo negli Stati Uniti almeno il ciclo monetario si sta invertendo. Entro la fine dell'anno la Federal Reserve dovrebbe ritoccare per la seconda volta al rialzo i tassi di interesse, per poi continuare nella stretta monetaria, seppur graduale, nel corso del 2017. Un rialzo del costo del denaro che renderebbe le operazioni concluse a debito più costose: non a caso oltre la metà degli M&A di ottobre sono stati annunciati negli Stati Uniti, per un valore complessivo di 320 miliardi. In teoria, le politiche monetarie espansive della Bce dovrebbero preservare in Europa un terreno più fertile per fusioni e acquisizioni.
Un'ondata di operazioni così lunga e ricca (anche il 2015 è stato un anno record, per numero di accordi) è destinata a cambiare in profondità la fisionomia dei mercati. Sempre che questi accordi ricevano il via libera definitivo da parte dei regolatori. Per nulla scontato, visto che si tratta in 32 casi di mega M&A, di valore superiore ai 10 miliardi di dollari. Tra quelli annunciati l'anno scorso, almeno una trentina non sono ancora stati chiusi, in attesa dell'approvazione delle autorità antitrust di mezzo mondo. Quello da 59 miliardi di dollari tra Dow Chemical e DuPont è slittato a febbraio del 2017 proprio in attesa di un'analisi approfondita della Commissione europea sulla possibile concentrazione nei mercati dei semi e dei pesticidi. E i dossier sui tavoli degli Antitrust non fanno che aumentare.
@filipposantelli
Con i soldi che hanno in cassa infatti le società hanno varie opzioni: investire nello sviluppo del proprio business oppure cercare di espandersi attraverso acquisizioni. Se scelgono la seconda, specie in un momento come questo in cui le quotazioni di Borsa sono ai massimi, è perché non si aspettano grandi ritorni dalla crescita organica. Di fatto, un atto di sfiducia verso l'economia globale. Trasversale ai settori, vista la varietà degli accordi annunciati a ottobre. Dalle telecomunicazioni, dove AT&T ha offerto la bellezza di 85 miliardi di dollari per Time Warner, ai beni di consumo, con i 47 miliardi messi sul piatto da British American Tobacco per acquisire la quota che ancora non controllava di Reynolds, passando dalla tecnologia, con le nozze da 39 miliardi tra Qualcomm, primo produttore al mondo di chip per smartphone, e l'olandese NXP, specializzata nel silicio per automobili.
Movimenti di questo tipo sono frequenti al termine di un ciclo economico, avvertono gli analisti. E di certo negli Stati Uniti almeno il ciclo monetario si sta invertendo. Entro la fine dell'anno la Federal Reserve dovrebbe ritoccare per la seconda volta al rialzo i tassi di interesse, per poi continuare nella stretta monetaria, seppur graduale, nel corso del 2017. Un rialzo del costo del denaro che renderebbe le operazioni concluse a debito più costose: non a caso oltre la metà degli M&A di ottobre sono stati annunciati negli Stati Uniti, per un valore complessivo di 320 miliardi. In teoria, le politiche monetarie espansive della Bce dovrebbero preservare in Europa un terreno più fertile per fusioni e acquisizioni.
Un'ondata di operazioni così lunga e ricca (anche il 2015 è stato un anno record, per numero di accordi) è destinata a cambiare in profondità la fisionomia dei mercati. Sempre che questi accordi ricevano il via libera definitivo da parte dei regolatori. Per nulla scontato, visto che si tratta in 32 casi di mega M&A, di valore superiore ai 10 miliardi di dollari. Tra quelli annunciati l'anno scorso, almeno una trentina non sono ancora stati chiusi, in attesa dell'approvazione delle autorità antitrust di mezzo mondo. Quello da 59 miliardi di dollari tra Dow Chemical e DuPont è slittato a febbraio del 2017 proprio in attesa di un'analisi approfondita della Commissione europea sulla possibile concentrazione nei mercati dei semi e dei pesticidi. E i dossier sui tavoli degli Antitrust non fanno che aumentare.
@filipposantelli