Mercati nervosi, vendite sugli emergenti e i rendimenti Btp ritornano al 2%
Raffaele Ricciardi
La prospettiva di un ritorno dei rendimenti negli Usa e nelle economie occidentali allontana gli investitori dai fronti più rischiosi. Deboli i listini europei e Wall Street, il decennale italiano è ai rendimenti massimi dal 2015. Piazza Affari chiude invariata. Record di produzione Opec: crolla il petrolio
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MILANO - Mercati finanziari nervosi dopo la giornata di alti e bassi che ha fatto seguito all'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. Le vendite si concentrano sui mercati emergenti, penalizzati dalla prospettiva che i rendimenti nei Paesi occidentali tornino a crescere: in questa lunga fase di tassi azzerati, i capitali si sono mossi verso i fronti più rischiosi alla ricerca di qualche prospettiva di guadagno. Ora che Trump sembra intenzionato a mettere in atto una politica economica che dovrebbe sostenere l'inflazione, con la conseguente possibilità che la Fed rialzi più rapidamente il costo del denaro, i rendimenti dei titoli di Stato americani sono tornati sopra il 2% per la prima volta da gennaio. L'effetto collegato è che l'indice Msci di valute e azioni emergenti è scivolato ai minimi da quattro mesi.
Paga il conto lo spread tra Btp e Bund che supera 170 punti con i rendimenti sul decennale che superano il 2%, tornando ai massimi del 2015. Il Tesoro ha intanto piazzato in asta tutti 5 miliardi di euro di Btp a tre e sette anni con tassi in rialzo. Il rendimento medio del titolo triennale è salito allo 0,30%, dallo 0,03% del collocamento di ottobre, mentre quello del sette anni è salito all'1,37% dallo 0,83% dell'asta precedente. La domanda per il titolo triennale è in rialzo a 1,55 volte l'importo offerto mentre quella per il titolo a sette anni è stabile a 1,45 volte. Venduti anche Btp a trent'anni per 1,312 miliardi di euro, con tassi in rialzo al 3,14% dal 2,28%. In Europa, sulla falsariga della vigilia, Piazza Affari parte in rialzo ma chiude debole (+0,04%). Continua a soffrire Italgas, si segnalano le trimestrali di Exor, Unipol e Ubi. Incerte anche le altre: Parigi cede l'1,1%, Francoforte tiene a +0,36% e Londra lima l'1,5%. A Wall Street il Dow Jones sale dello 0,20% e il Nasdaq avanza dello 0,54% mentre lo S&P 500 perde lo 0,15%.
L'andamento del rendimento dei Btp decennali Standard&Poor's ha confermato il rating dell'Italia a BBB-, con outlook stabile, e tagliato le stime di crescita del Belpaese a +0,9% nel 2016 e +0,8% il prossimo anno. In Germania l'inflazione si è attestata a ottobre allo 0,8% annuo, confermando la stima preliminare. Il dato è in leggero aumento rispetto a quello di settembre quando l'inflazione era pari allo 0,7 per cento. Su base mensile l'indice dei prezzi al consumo ha segnato un aumento dello 0,2 per cento, in linea con le attese. Nuova chiusura in calo per l'euro, che arretra a 1,0852 dollari e 115,77 yen. Il biglietto verde continua a essere sostenuto dalle aspettative che la politica economica del presidente eletto causi un aumento dell'inflazione e consenta quindi alla Fed di aumentare i tassi più in fretta. Lo yuan continua a deprezzarsi sul dollaro: il cambio è sceso sino a 6,82 yuan per un dollaro, al minimo dei sei anni, sulla prospettiva di rialzo dei tassi americani.
In mattinata, la Borsa di Tokyo ha confermato le posizioni di ieri, raggiunte dopo un rally di oltre sei punti percentuali, chiudendo in rialzo dello 0,18% a 17.374,79 punti, dopo aver toccato in mattinata i massimi da nove mesi a quota 17.621. Il sostegno agli scambi del Sol levante è arrivato dal secondo giorno di Wall Street dopo l'election day: sulla Borsa americana il Dow Jones ha chiuso a livelli record spinto dai titoli finanziari. Le banche sperano infatti che il balzo dei rendimenti dei Treasury dia loro maggiori profitti. Shanghai ha segnato un rialzo dello 0,8%, raggiungendo i massimi dallo scorso gennaio.
Andamento in netto calo per il petrolio a New York: quando terminano gli scambi Ue, il Wti perde oltre tre punti percentuali verso 43 dollari al barile, mentre il Brent scende a 44,4 dollari. Dall'Opec è emerso che la produzione di ottobre ha raggiunto il record di 33,64 milioni di barili al giorno, per l'attività di Libia, Nigeria e Iraq. Ulteriore dimostrazione che l'accordo per il taglio annunciato da Algeri nelle scorse settimane sarà di difficile realizzazione.