Referendum, nessuno lo ammette, ma un piano B esiste
di ROBERTO PETRINI
ROMA - Il Piano B non esiste, un po’ come l’Area 51. Non esiste ufficialmente. Il perché lo spiega un esponente del governo che ci tiene a mantenere l’anonimato: “Non possiamo ammettere che ci sia un piano di emergenza e al contempo fare campagna per il sì, sarebbe come ammettere che siamo già convinti della sconfitta”. Ma da Via Venti Settembre a Palazzo Chigi, passando per Via Nazionale, si è consapevoli che la mattina del 5 dicembre, una volta definito il risultato se dovesse prevalere il “no” bisognerà essere pronti a far fronte alle turbolenze.
“In Italia senza un governo non si rimane mai”, ha detto Matteo Renzi, affiancato da Pier Carlo Padoan, con l’intento di rassicurare. Ma fin dai primi due giorni della prossima settimana il ministro del Tesoro, comunque vadano le cose, dovrà partecipare all’appuntamento Eurogruppo-Ecofin che esaminerà il cartellin…
“In Italia senza un governo non si rimane mai”, ha detto Matteo Renzi, affiancato da Pier Carlo Padoan, con l’intento di rassicurare. Ma fin dai primi due giorni della prossima settimana il ministro del Tesoro, comunque vadano le cose, dovrà partecipare all’appuntamento Eurogruppo-Ecofin che esaminerà il cartellin…
ROMA - Il Piano B non esiste, un po’ come l’Area 51. Non esiste ufficialmente. Il perché lo spiega un esponente del governo che ci tiene a mantenere l’anonimato: “Non possiamo ammettere che ci sia un piano di emergenza e al contempo fare campagna per il sì, sarebbe come ammettere che siamo già convinti della sconfitta”. Ma da Via Venti Settembre a Palazzo Chigi, passando per Via Nazionale, si è consapevoli che la mattina del 5 dicembre, una volta definito il risultato se dovesse prevalere il “no” bisognerà essere pronti a far fronte alle turbolenze.
“In Italia senza un governo non si rimane mai”, ha detto Matteo Renzi, affiancato da Pier Carlo Padoan, con l’intento di rassicurare. Ma fin dai primi due giorni della prossima settimana il ministro del Tesoro, comunque vadano le cose, dovrà partecipare all’appuntamento Eurogruppo-Ecofin che esaminerà il cartellino giallo già estratto dalla Commissione nei giorni scorsi sulla legge di bilancio italiana. L’istruttoria dice sì allo sconto per le spese per terremoto e migranti, ma aggiunge che mancano all’appello 0,3 punti di Pil, ovvero 5 miliardi: non tutti dovranno essere messi nella manovra ma un rafforzamento potrebbe dimostrarsi necessario nel passaggio al Senato. Soprattutto se si entrasse in una fase di instabilità politica e Renzi e Padoan, o chi per loro, fossero costretti ad una sterzata rigorista sui conti pubblici. Quella che Renzi evoca parlando di “governo tecnocratico” ma che al tempo stesso esorcizza quando dice che la legge di Bilancio “abbassa le tasse e non credo che nessuno possa rimetterla in discussione”.
Se poi si allarga l’orizzonte ai tre mesi successivi, come fanno gli analisti più attenti, si scorge la mina della procedura d’infrazione sul debito: siamo già stati avvertiti, nulla è scontato ma se a febbraio la Commissione decidesse di comminarci la sanzione andremmo incontro ad uno scenario complesso. Saremmo il primo paese europeo a subire il procedimento, avremmo le mani legate sulla politica economica con la conseguenza che non potremmo più avere flessibilità di deficit e saremmo in difficoltà per disinnescare la clausola di salvaguardia da 19,5 miliardi che scatterà il 1° gennaio del 2018 a colpi di aumenti dell’Iva.
Il termometro di questa situazione si chiama spread, la differenza di rendimento tra i nostri titoli a dieci an-ni e gli omologhi Bund tedeschi: è volato a quota 192, ai massimi dal marzo del 2014 anche se poi è parzialmente ridisceso. Autorevoli osservatori del mercato dicono che la vendita di Btp italiani, cartina di tornasole del rischio Italia, ha due componenti che vanno scomposte. La prima e più importante è quella dei grandi investitori istituzionali, i money manager internazionali, che gestiscono con prudenza il risparmio dei pensionati: questi temono le conseguenze del no, ovvero una instabilità politica che porterebbe l’Italia ad una deriva dalla quale sarebbe difficile uscire. La seconda, più marginale, è la speculazione degli hedge fund: purtroppo non è un buon segnale perché chi si mette al ribasso conta comunque in una risalita delle quotazioni, di titoli o azioni, per poter lucrare la plusvalenza. In buona sostanza si conta su una prospettiva di turbolenza pre-referendum ma su una risalita in seguito ad una affermazione del sì che viene considerata un elemento di stabilità.
Il riflesso più pesante tuttavia si avrebbe sulle banche, a partire dal Monte dei Paschi, letteralmente appeso al risultato del referendum con annessa la questione, meno drammatica, ma sul tavolo degli aumenti di capitale Unicredit, della conclusione della vicenda Etruria, Ferrara, Marche e Chieti. Anche in questo caso la palla tornerebbe nelle mani del prossimo governo: allora le soluzioni sareb-bero tutte aperte dal definitivo bail in di Mps ad un ritorno delle ipotesi alternative di deroghe per instabilità finanziaria e intervento dello Stato. Intanto i più sofisticati analisti di mercato hanno abbandonato equazioni e modelli econometrici e la buttano in politica. Come l’autorevole Oxford Economics che sbatte in prima pagina del suo rapporto non un stima sull’andamento dei corsi azionari, nemmeno un sondaggio sull’esito del referendum, ma addirittura un toto-governo con tanto di probabilità dei vari esecutivi post-voto, da varie coalizioni al Renzi-bis.
“In Italia senza un governo non si rimane mai”, ha detto Matteo Renzi, affiancato da Pier Carlo Padoan, con l’intento di rassicurare. Ma fin dai primi due giorni della prossima settimana il ministro del Tesoro, comunque vadano le cose, dovrà partecipare all’appuntamento Eurogruppo-Ecofin che esaminerà il cartellino giallo già estratto dalla Commissione nei giorni scorsi sulla legge di bilancio italiana. L’istruttoria dice sì allo sconto per le spese per terremoto e migranti, ma aggiunge che mancano all’appello 0,3 punti di Pil, ovvero 5 miliardi: non tutti dovranno essere messi nella manovra ma un rafforzamento potrebbe dimostrarsi necessario nel passaggio al Senato. Soprattutto se si entrasse in una fase di instabilità politica e Renzi e Padoan, o chi per loro, fossero costretti ad una sterzata rigorista sui conti pubblici. Quella che Renzi evoca parlando di “governo tecnocratico” ma che al tempo stesso esorcizza quando dice che la legge di Bilancio “abbassa le tasse e non credo che nessuno possa rimetterla in discussione”.
Se poi si allarga l’orizzonte ai tre mesi successivi, come fanno gli analisti più attenti, si scorge la mina della procedura d’infrazione sul debito: siamo già stati avvertiti, nulla è scontato ma se a febbraio la Commissione decidesse di comminarci la sanzione andremmo incontro ad uno scenario complesso. Saremmo il primo paese europeo a subire il procedimento, avremmo le mani legate sulla politica economica con la conseguenza che non potremmo più avere flessibilità di deficit e saremmo in difficoltà per disinnescare la clausola di salvaguardia da 19,5 miliardi che scatterà il 1° gennaio del 2018 a colpi di aumenti dell’Iva.
Il termometro di questa situazione si chiama spread, la differenza di rendimento tra i nostri titoli a dieci an-ni e gli omologhi Bund tedeschi: è volato a quota 192, ai massimi dal marzo del 2014 anche se poi è parzialmente ridisceso. Autorevoli osservatori del mercato dicono che la vendita di Btp italiani, cartina di tornasole del rischio Italia, ha due componenti che vanno scomposte. La prima e più importante è quella dei grandi investitori istituzionali, i money manager internazionali, che gestiscono con prudenza il risparmio dei pensionati: questi temono le conseguenze del no, ovvero una instabilità politica che porterebbe l’Italia ad una deriva dalla quale sarebbe difficile uscire. La seconda, più marginale, è la speculazione degli hedge fund: purtroppo non è un buon segnale perché chi si mette al ribasso conta comunque in una risalita delle quotazioni, di titoli o azioni, per poter lucrare la plusvalenza. In buona sostanza si conta su una prospettiva di turbolenza pre-referendum ma su una risalita in seguito ad una affermazione del sì che viene considerata un elemento di stabilità.
Il riflesso più pesante tuttavia si avrebbe sulle banche, a partire dal Monte dei Paschi, letteralmente appeso al risultato del referendum con annessa la questione, meno drammatica, ma sul tavolo degli aumenti di capitale Unicredit, della conclusione della vicenda Etruria, Ferrara, Marche e Chieti. Anche in questo caso la palla tornerebbe nelle mani del prossimo governo: allora le soluzioni sareb-bero tutte aperte dal definitivo bail in di Mps ad un ritorno delle ipotesi alternative di deroghe per instabilità finanziaria e intervento dello Stato. Intanto i più sofisticati analisti di mercato hanno abbandonato equazioni e modelli econometrici e la buttano in politica. Come l’autorevole Oxford Economics che sbatte in prima pagina del suo rapporto non un stima sull’andamento dei corsi azionari, nemmeno un sondaggio sull’esito del referendum, ma addirittura un toto-governo con tanto di probabilità dei vari esecutivi post-voto, da varie coalizioni al Renzi-bis.