Economia

Petrolio superstar con l'accordo Opec. Milano tiene alle vendite in Europa

I listini europei chiudono deboli, Piazza Affari +1% con banche e comparto energetico. Lo spread tra Btp e Bund tedeschi sotto 170 punti base in vista del referendum di domenica. L'effetto-Trump ha sconvolto i mercati globali: -1.700 miliardi per i bond, mentre la capitalizzazione delle azioni è salita di oltre 600 miliardi. Accelera il Pmi manifatturiero italiano, la sterlina si rafforza

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MILANO - Il balzo del petrolio ha reso vivaci le Borse asiatiche, mentre i listini europei chiudono deboli dopo la crescita della vigilia. Milano riesce a spuntare un rialzo dello 0,99% con banche e comparto energetico, mentre Parigi arretra dello 0,39%, Francoforte dell'1% e Londra dello 0,45%. Chiusura contrastata per Wall Street, reduce da un novembre di corsa con l'effetto-Trump: il Dow Jones fa registrare un nuovo primato guadagnando lo 0,36% mentre in Nasdaq perde l'1,36% e l'indice S&P500 scivola dello 0,35%.

Il prezzo del greggio si mantiene in rialzo dopo l'intesa firmata dal cartello Opec: dopo 8 anni, i Paesi produttori capitanati dall'Arabia Saudita sono tornati ad accordarsi per tagliare la produzione giornaliera di 1,2 milioni di barili a quota 32,5 milioni. Ulteriori sforzi sono chiesti a Paesi esterni al cartello, ma vicini ad esso, come la Russia. Il petrolio di qualità Wti, riferimento per gli Usa, sale del 4% sopra 51 dollari. Variazione simile per il Brent, che si porta a 54 dollari al barile.

Ricca l'agenda macroeconomica di giornata, a partire dall'Italia dove l'Istat segnala il calo del tasso di disoccupazione all'11,6% a ottobre, cui si aggiunge la revisione al rialzo della crescita del Pil. Importanti poi i dati Pmi sul settore manifatturiero dalle principali economie: un indice sopra 50 punti indica la fase di espansione. In Germania, l'indicatore scende a novembre da 55 a 54,3 punti, mentre in Italia si rafforza da 50,9 a 52,2 punti: per le industria del Belpaese si tratta del maggior incremento di ordini e produzione degli ultimi cinque mesi. Positivo nel complesso l'andamento del manifatturiero dell'Eurozona, con il relativo Pmi in progresso a 53,7 punti, da 53,5. Negli Usa, infine, si segnala la crescita superiore alle attese dei sussidi per la disoccupazione a 268mila unità nell'ultima settimana censita.

L'euro resta in rialzo sopra 1,06 dollari, il biglietto verde frena dopo il rally di ieri e la sterlina avanza sopra 1,26 sul dollaro, dopo le dichiarazioni di David Davis, il ministro per la Brexit di Theresa May, che nel Parlamento britannico ha detto che Londra è pronta a pagare per "far avere il miglior accesso possibile suol mercato europeo ai beni e ai servizi britannici".
Il lento recupero del petrolio dopo il tracollo avviato nell'estate del 2014. Dove può arrivare il greggio dopo l’accordo Opec per il taglio alla produzione? Secondo gli analisti, non bisogna attendersi un gran rally. Secondo Morgan Stanley, la ripresa dei prezzi porterà ad attivare più trivelle nei campi shale negli Usa e quindi più investimenti asiatici nel Mar del Nord: la produzione tornerà abbondante e potrebbe sorprendere i mercati nella seconda parte del 2017. Secondo Goldman Sachs, nella prima parte del prossimo anno si arriverà a superare quota 60 dollari al barile, ma è poi possibile che scatti un elastico che riporterà il greggio in area 50 dollari a fine 2017.
Sono d’accordo dalla giapponese Mitsui & Co.: “Il petrolio può salire fino a 60 dollari, ma poi i produttori di shale verranno fuori e quindi probabilmente il prezzo scenderà di nuovo, dice il cfo della casa di trading asiatica a Bloomberg.
  
Si restringe ancora un poco, in chiusura di giornata, lo spread Btp-Bund, sensibile nelle passate sedute all'incertezza in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre. Il differenziale tra titoli di Stato italiani e tedeschi a dieci anni si attesa sotto quota 170 punti, mentre il rendimento staziona intorno al 2%. Bloomberg nota che il mese di novembre  è stato disastroso per l'anamento delle obbligazioni: il Bloomberg Barclays Global Aggregate Total Return Index ha perso il 4 per cento lost 4 percent in November, il maggior ribasso dall'avvio del paniere nel 1990. L'accresciuta fiducia verso la crescita americana e la promessa di Trump di mettere in campo mille miliardi di dollari di tagli fiscali e investimenti infrastrutturali ha riportato in alto i rendimenti, insieme al fatto che la Federal Reserve alzerà i tassi a dicembre. A livello globale, la fuga dall'obbligazionario ha eroso 1.700 miliardi di dollari dal valore dell'indice di novembre, mentre la capitalizzazione delle azioni è salita di 635 miliardi.

In precedenza alcuni dati erano affluiti da Oriente: l'indice Pmi di novembre ha segnato in Cina un allungo a quota 51,7, da 51,2 di ottobre, ai massimi da luglio 2014. Il dato, che è un primario indicatore dell'attività manifatturiera soprattutto delle grandi imprese a controllo statale, è superiore alle stime degli analisti di 51. L'indice calcolato dalla rivista finanziaria Caixin, tarato più sulle piccole e medie imprese private, registra un calo e si attesta pur sempre un passo robusto: 50,9 dal 51,2 di ottobre. Anche in Giappone il manifatturiero è stato oggetto d'indagine: il Pmi è rimasto sostanzialmente fermo al 51,3 a novembre rispetto al 51,4 di ottobre, che era stato il dato più alto da gennaio; il risultato è al di sopra delle previsioni di 51,1. La Borsa di Tokyo ha chiuso in mattinata in netto rialzo con l'indice Nikkei in progresso dell'1,12% a 18.513,12 punti: si tratta dei livelli massimi dell'anno, alimentati dal recupero del petrolio. Chiusura allineata e in moderato rialzo per Shanghai e Shenzhen, in Cina: +0,7%.

Da ultimo, non si arresta oggi l'indebolimento dell'oro: il metallo con consegna immediata cede terreno sotto 1.170 dollari l'oncia.