Il presidente cinese, a sorpresa, va al World Economy Forum a Davos
dal nostro corrispondente ANGELO AQUAROL’ultimo comunista nell’ultimo salotto del capitalismo. Xi Jinping, sarà presente al summit che da quarant’anni funziona da supervertice della globalizzazione
PECHINO – L’ultimo comunista nell’ultimo salotto del capitalismo. Xi Jinping, il presidente della Repubblica popolare cinese, andrà a Davos, al World Economic Forum che da quarant’anni funziona da supervertice della globalizzazione, riunendo decine e decine di leader politici e finanziari da tutto il mondo. È la prima volta di un presidente cinese.
E la novità cade in un momento delicatissimo non solo per la Cina ma per l’intera comunità internazionale: proprio mentre Donald Trump, che con Pechino litiga su Taiwan e guerreggia su Twitter, sta salendo alla guida degli Stati Uniti d’America con tutto il carico di incertezza che la sua nomina comporta. Non solo: l’arrivo di Xi è anche l’ultima dimostrazione che il presidente e segretario del partito comunista vuole giocarsi personalmente la partita della leadership globale. Proprio mentre The Donald sembra volere abbandonare l’Asia al suo destino, s…
E la novità cade in un momento delicatissimo non solo per la Cina ma per l’intera comunità internazionale: proprio mentre Donald Trump, che con Pechino litiga su Taiwan e guerreggia su Twitter, sta salendo alla guida degli Stati Uniti d’America con tutto il carico di incertezza che la sua nomina comporta. Non solo: l’arrivo di Xi è anche l’ultima dimostrazione che il presidente e segretario del partito comunista vuole giocarsi personalmente la partita della leadership globale. Proprio mentre The Donald sembra volere abbandonare l’Asia al suo destino, s…
PECHINO – L’ultimo comunista nell’ultimo salotto del capitalismo. Xi Jinping, il presidente della Repubblica popolare cinese, andrà a Davos, al World Economic Forum che da quarant’anni funziona da supervertice della globalizzazione, riunendo decine e decine di leader politici e finanziari da tutto il mondo. È la prima volta di un presidente cinese.
E la novità cade in un momento delicatissimo non solo per la Cina ma per l’intera comunità internazionale: proprio mentre Donald Trump, che con Pechino litiga su Taiwan e guerreggia su Twitter, sta salendo alla guida degli Stati Uniti d’America con tutto il carico di incertezza che la sua nomina comporta. Non solo: l’arrivo di Xi è anche l’ultima dimostrazione che il presidente e segretario del partito comunista vuole giocarsi personalmente la partita della leadership globale. Proprio mentre The Donald sembra volere abbandonare l’Asia al suo destino, stracciando il Trattato Transpacifico che Barack Obama aveva disegnato per imporre la guida made in America anche in questa parte del mondo, Xi si presenta sul palcoscenico della globalizzazione, nel cuore dell’Europa, a ricordare che un altro mondo è possibile: ed è targato Made in China.
Non è neppure un caso che la sortita segua l’idea balenata nei giorni scorsi, e diffusa dai giornali di partito, di indire una sorta di anti G-20, un grande meeting dei paesi a cui Pechino fornisce già aiuti economici e protezione con il programma lanciato con il nome in codice OBOR, One Belt One Road, dove la Road, cioè la Strada, è la rivisitazione dell’antica Via della Seta che appunto riunisce in un’unica Cintura, Belt, Pechino e i suoi alleati.
Lo sbarco di Xi a Davos, che approfitterebbe della visita ufficiale in Svizzera per affacciarsi nel summit che si svolgerà dal 17 al 20 gennaio, non è stato ancora ufficializzato ma la notizia, data per primo dal Financial Times, è subito stata rilanciata dal South China Morning Post. Al giornale di Hong Kong non sfugge la lungimiranza del disegno di Xi, che con questa mossa intende rafforzare non solo la sua immagine internazionale ma anche quella interna, alla vigilia di questo 2017 che vedrà in autunno la sua riconferma alla guida del partito e dello stato, ma che si preannuncia cruciale anche per ridisegnare la mappa del potere comunista.
Xi Jinping è già il leader più potente dai tempi di Mao Zedong, ma nei grandi appuntamenti internazionali perfino lui si era finora piegato a quel che resta della logica decisionista collettivistica del partito. A Davos, per esempio, finora avevano partecipato Li Keqiang, il premier, o il suo predecessore Wen Jiabao, seguendo quella costituzione non scritta per cui al capo dell’esecutivo spetterebbe la gestione dell’economia.
Il nuovo Mao ora scardina anche quest’ultima certezza, imponendosi come l’uomo forte e del momento. E proprio all’indomani della sfida a distanza con gli Usa, dopo la telefonata tra Trump e Tsai Ing-wen, la presidente di Taiwan, che Pechino considera una sua provincia, e dei tweet anti-Cina di The Donald, finora snobbati dal potere di qui, che non vuole cadere nella trappola della provocazione, neppure quando il presidente-eletto attacca – come ha fatto l’altro giorno – accusando i cinesi di manipolare lo yuan, tassare i prodotti Usa e occupare militarmente le isole contese nel Mar della Cina. Perché nell’ultima fortezza comunista sanno benissimo che un conto sono le parole, le telefonate, i tweet e le provocazioni elettorali: un conto sono i fatti. Che si discutono nel posto giusto e al momento giusto: a Davos, per esempio?
E la novità cade in un momento delicatissimo non solo per la Cina ma per l’intera comunità internazionale: proprio mentre Donald Trump, che con Pechino litiga su Taiwan e guerreggia su Twitter, sta salendo alla guida degli Stati Uniti d’America con tutto il carico di incertezza che la sua nomina comporta. Non solo: l’arrivo di Xi è anche l’ultima dimostrazione che il presidente e segretario del partito comunista vuole giocarsi personalmente la partita della leadership globale. Proprio mentre The Donald sembra volere abbandonare l’Asia al suo destino, stracciando il Trattato Transpacifico che Barack Obama aveva disegnato per imporre la guida made in America anche in questa parte del mondo, Xi si presenta sul palcoscenico della globalizzazione, nel cuore dell’Europa, a ricordare che un altro mondo è possibile: ed è targato Made in China.
Non è neppure un caso che la sortita segua l’idea balenata nei giorni scorsi, e diffusa dai giornali di partito, di indire una sorta di anti G-20, un grande meeting dei paesi a cui Pechino fornisce già aiuti economici e protezione con il programma lanciato con il nome in codice OBOR, One Belt One Road, dove la Road, cioè la Strada, è la rivisitazione dell’antica Via della Seta che appunto riunisce in un’unica Cintura, Belt, Pechino e i suoi alleati.
Lo sbarco di Xi a Davos, che approfitterebbe della visita ufficiale in Svizzera per affacciarsi nel summit che si svolgerà dal 17 al 20 gennaio, non è stato ancora ufficializzato ma la notizia, data per primo dal Financial Times, è subito stata rilanciata dal South China Morning Post. Al giornale di Hong Kong non sfugge la lungimiranza del disegno di Xi, che con questa mossa intende rafforzare non solo la sua immagine internazionale ma anche quella interna, alla vigilia di questo 2017 che vedrà in autunno la sua riconferma alla guida del partito e dello stato, ma che si preannuncia cruciale anche per ridisegnare la mappa del potere comunista.
Xi Jinping è già il leader più potente dai tempi di Mao Zedong, ma nei grandi appuntamenti internazionali perfino lui si era finora piegato a quel che resta della logica decisionista collettivistica del partito. A Davos, per esempio, finora avevano partecipato Li Keqiang, il premier, o il suo predecessore Wen Jiabao, seguendo quella costituzione non scritta per cui al capo dell’esecutivo spetterebbe la gestione dell’economia.
Il nuovo Mao ora scardina anche quest’ultima certezza, imponendosi come l’uomo forte e del momento. E proprio all’indomani della sfida a distanza con gli Usa, dopo la telefonata tra Trump e Tsai Ing-wen, la presidente di Taiwan, che Pechino considera una sua provincia, e dei tweet anti-Cina di The Donald, finora snobbati dal potere di qui, che non vuole cadere nella trappola della provocazione, neppure quando il presidente-eletto attacca – come ha fatto l’altro giorno – accusando i cinesi di manipolare lo yuan, tassare i prodotti Usa e occupare militarmente le isole contese nel Mar della Cina. Perché nell’ultima fortezza comunista sanno benissimo che un conto sono le parole, le telefonate, i tweet e le provocazioni elettorali: un conto sono i fatti. Che si discutono nel posto giusto e al momento giusto: a Davos, per esempio?