Economia

Usa e Cina alla guerra dei cereali: l'amministrazione Obama contro Pechino

Nuovo capitolo nella saga del commercio internazionale. La Casa Bianca sferra un nuovo attacco alla seconda economica del mondo davanti al Wto chiedendo di eliminare le restrizioni su riso, mais e frumento. Pechino risponde mettendo nel mirino le auto

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MILANO - Soltanto quattro giorni fa la Cina ha citato gli Stati Uniti e l'Unione europea dinanzi al Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio, per la soluzione "dell'approccio del Paese surrogato per calcolare le misure anti-dumping" sul suo export. Di fatto, Pechino ha chiesto di essere riconosciuta come economia di mercato. Un atto che giudica "dovuto" a 15 anni di distanza esatti dal suo ingresso nel Wto. Ma in tre lustri la normalizzazione dei rapporti commerciali tra le prime due economie del mondo (con l'area della moneta unica come terzo polo della diatriba) è tutt'altro che realizzata. E anzi, un nuovo capitolo si apre sul fronte dei cereali per mano dell'amministrazione Obama, che pure ha un solo mese di orizzonte rispetto all'avvio della presidenza di Donald Trump. Sul capitolo cinese, pur con toni nettamente diversi, un po' di continuità si vede. Le idee del tycoon sono ben chiare: chiusura totale e guerra dichiarata, almeno stando a quanto predicato in conferenza stampa e confermato dopo l'elezione di inizio novembre.

Washington ha così portato a termine il quindicesimo attacco alla Cina davanti all'Organizzazione mondiale del commercio, chiedendo di eliminare le restrizioni cinesi alle importazioni di cereali. Infatti secondo l'amministrazione Obama le tariffe poste da Pechino su riso, mais e frumento prodotti negli Usa ne limiterebbero le esportazioni verso il paese asiatico.

Soltanto la settimana scorsa, come accennato, la Cina aveva attaccato l'organizzazione mondiale del commercio, perché dopo quindici anni dal suo ingresso non era ancora considerata una economia di mercato. Ma secondo la Casa Bianca, se da una parte Pechino da tempo vorrebbe cambiare il proprio status, cosa che diminuirebbe le tariffe imposte sul colosso orientale alle esportazioni, dall'altra parte sta cercando di mettere i bastoni tra le ruote alle aziende americane che intendono fare affari nello Stato.

Il sistema del Wto usa i costi di produzione in un Paese terzo per il calcolo del valore dei prodotti da economie non di mercato. Di fatto, Pechino chiede il riconoscimento dello status di economia di mercato, ritenuto un passaggio automatico alla scadenza dei 15 anni transitori concordati. "Sfortunatamente, Ue e Usa non hanno ancora soddisfatto questa obbligazione", ha scritto nei giorni scorsi il ministero del Commercio cinese, secondo cui l'uso del criterio del Paese surrogato "ha influito seriamente sull'export e sull'occupazione in alcune industrie cinesi". Pechino "si riserva la tutela dei suoi diritti" nelle norme del Wto e lo "farà con decisione".

Una posizione che ha chiamato la risposta di Bruxelles: "Deploriamo che la Cina stia lanciando questa disputa nonostante il fatto che la Commissione Ue abbia già fatto una proposta per emendare la legislazione in questione", ha detto un portavoce dell' esecutivo comunitario. Bruxelles, per evitare di essere davanti al Wto ma tenendo allo stesso tempo i dazi anti-dumping, aveva adottato un mese fa la proposta di eliminare le liste dei Paesi a economia di mercato e non, a favore di un meccanismo neutrale basato sulle distorsioni di mercato per settore. Il Giappone ha negato venerdì scorso il riconoscimento dello status di economia di mercato, mentre gli Usa hanno puntato il dito contro le riforme di Pechino incapaci di produrre effetti: dal taglio dell'eccesso di produzione industriale, acciaio in testa, alle lamentele sulle asimmetrie negli investimenti.

Con il presidente eletto Trump, i conflitti sono destinati ad aumentare. Le ragioni sono tutte nei numeri: nel 2015, l'interscambio Usa-Cina si è attestato a 599,2 miliardi di dollari, secondo il Census Bureau, con un deficit americano di 367,2 miliardi. Tra Pechino e Bruxelles, nei calcoli della Commissione Ue, gli scambi bilaterali sono stati 520,8 miliardi di euro, con un disavanzo europeo di 170,3 miliardi. Con la partita dei cereali, le nuove ritorsioni non sono da escludere: Pechino ha già annunciato il lancio imminente di una inchiesta anti-monopolio su un produttore di auto americani attivi in Cina. La Borsa l'ha letto come un attacco diretto a General Motors.