Leopoldo Pirelli, a dieci anni dalla scomparsa, il ricordo della sua visione internazionale
Ettore Livini
A soli 40 anni diventa il numero uno della Bicocca e punta all'internazionalizzazione del gruppo. Quando fallisce la scalata alla Continental decide di farsi da parte. E' lui a gestire l'autunno caldo del '68
3 minuti di lettura
MILANO - Oggi, a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, si può dirlo senza paura di sbagliare: Leopoldo Pirelli, a modo suo, aveva visto lontano. E se la sua lezione imprenditoriale (termine che a lui, timido e riservato, non sarebbe certo piaciuto) avesse messo radici più profonde, l’industria italiana non si troverebbe forse nelle condizioni in cui è ora: costretta a veder migrare all’estero i grandi gruppi, a lottare con i denti per salvare tante medie imprese rimaste troppo piccole e a fare i conti con il vecchio capitalismo familiare e di relazioni travolto dalla globalizzazione.
Leopoldo Pirelli, l'imprenditore dalla visione internazionale. A dieci anni dalla sua scomparsa
Lui è stato per 33 anni – dal 1959 al 1992 – al timone della Pirelli lottando con passione perché non finisse così. Ha vinto molte battaglie, ne ha persa qualcuna. Ma con la bussola – che un velista come lui sapeva bene come usare – sempre puntata nella stessa direzione: la ricerca ostinata dell’internazionalizzazione della Bicocca (una scelta non proprio ovvia negli anni ’70) e la volontà di metterci sempre la faccia. Gestendo in prima persona l’autunno caldo in fabbrica del ’68, costruendo i nuovi modelli di relazioni industriali che hanno rottamato l’era dell’imprenditoria paternalistica e prendendosi le responsabilità – nel bene e nel male – delle sue scelte. Al punto di decidere da sé – dopo il fallimento della scalata alla Continental - di farsi da parte e passare la guida dell’azienda di famiglia a Marco Tronchetti Provera, senza mai più intervenire nelle vicende dell’azienda. Un’altra rarità in un Italia dove le poltrone, nello stato come nelle imprese private, non le molla quasi nessuno.
Leopoldo Pirelli prende il timone della dinastia familiare nel 1959, quando il padre Alberto è colpito da una paresi. Alto, elegante, riservato come quel Gianni Agnelli che negli stessi anni, un centinaio di chilometri più a ovest, impugna il volante della Fiat dopo il ventennio di Valletta. Il suo stile è molto diverso da quello di chi l’ha preceduto. L’Italia sta cambiando rapidamente. Bisogna voltar pagina, aprire le finestre e fare un passo avanti rispetto a quella generazione di imprenditori per cui “è meglio sempre non dire troppo”, come dice Leopoldo. Non che lui parli molto. Rilascia interviste con il contagocce, è riservatissimo. Ma quando nel 1965 - a soli 40 anni - diventa presidente e prende possesso dello storico ufficio al 30esimo piano del Pirellone l’azienda ha già cambiato volto. Più trasparente, più concentrata su ricerca e innovazione.
Il suo primo vero grande test è però quello del ’68. Le fabbrica della Pirelli (con quelle dei Marzotto) sono il cuore della contestazione operaia. “Pirelli, Agnelli, ladri gemelli”, gridano gli slogan dei cortei. Lui – uno dei pochi imprenditori in Italia a non aver provato a difendersi con un sindacato “giallo” interno - lavora a riforme innovative come la settimana di cinque giorni. I rapporti aziendali si rompono lo stesso. Leopoldo (”un provocatore”, dice un volantino trovato in azienda) entra nel mirino delle Brigate Rosse. Alla fine dopo anni di scontri in piena crisi degli penumatici, è lui a trovare la quadra proponendo i prepensionamenti in alternativa ai licenziamenti. “Una soluzione figlia della cultura imprenditoriale di un uomo con un’idea molto alta del ruolo sociale delle imprese”, gli riconoscerà Sergio Cofferati, leader Cgil e dipendente Pirelli seduto all’epoca al tavolo dei negoziati.
Le tensioni interne (sommate alla morte tra ’71 e ‘73 del padre e del fratello Giovanni) non distraggono però Leopoldo da quello che è il suo pallino: Pirelli è già presente da anni in Sudamerica ma lui intuisce, con preveggenza, che il futuro in settori come quello delle gomme sarà solo per chi si internazionalizza davvero a 360° gradi. Ci prova prima con la fusione con la Dunlop, fallita a fine anni ’70. Ritenta con un’Opa a Wall Street sulla Firestone che perde dopo un lungo braccio di ferro con i giapponesi di Bridgestone. Compra negli Stati Uniti la Armstrong. Poi va all’assalto della tedesca Continental. La scalata però fallisce (complice un dietrofront improvviso della Deutsche Bank che lo affiancava nell’operazione) lasciando la Pirelli coperta di debiti. E lui si prende tutte le responsabilità, dando le dimissioni e lasciando nel ’92 l’azienda a Tronchetti Provera.
E’ una scelta definitiva. Torna a occuparsi degli affetti, del mare, della barca a vela. La Pirelli viene risanata, scala Telecom. Lui non interviene mai né si presenta in assemblea (“se mio padre fosse venuto in prima fila quando ero presidente io mi sarei imbarazzato”, confesso con il solito stile). “La sera prima di morire stava progettando un viaggio a Marrakech” ha ricordato Rosellina Archinto, sua compagna per 40 anni. Non ha visto i cinesi prendere il controllo della Bicocca. Ma certamente, se anche gli fosse dispiaciuto, se lo sarebbe tenuto per sé. Cinque anni fa fuori dall’azienda qualcuno ha esposto uno striscione “Leopoldo, per favore, torna tra noi”. Di sicuro a lui, non fosse altro per il garbo, avrebbe fatto piacere.