Economia

Generali-Intesa quando il leone diventa la preda

Su Trieste aleggia lo spettro di un'operazione ancora di marca francese. E' una questione di sovranità

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SE TELECOM Italia è stata la preda perfetta per le ambizioni del finanziere Vincent Bolloré, le Generali sono uno di quei trofei tricolori che chiunque abbia la possibilità di conquistare può esporre a sua imperitura gloria finanziaria. Anche a costo di spaccare le ultime parvenze di educato equilibrio tra i protagonisti della finanza italiana, ormai anni luce distante dalle felpate manovre di quel normalizzatore che per anni è stato Enrico Cuccia dalla cabina di regia di via Filodrammatici.

La prima morale che si può trarre dalla mossa con la quale Generali ha di fatto sterilizzato le avance di Banca Intesa è che l’istituto guidato da Carlo Messina e che ha Gaetano Micciché come stratega continua nell’opera di assedio a Mediobanca. Dopo aver sconfitto Piazzetta Cuccia nella partita per il controllo di Rcs, Intesa si ripropone come il vero playmaker della finanza italiana. L’interesse trapelato per un ingresso nell’azionariato triestino o addirittura il lancio di un’offerta di scambio è quindi anche una sfida lanciata ad Alberto Nagel, che nel Leone è il maggiore azionista con il 13 per cento del capitale.

Alle voci Generali ha risposto usando il cannone, chiudendo la porta in faccia a Intesa. Perché rifiutare quell’azionista bancario, dal momento che Mediobanca ha più volte reso noto di voler ridurre la sua quota? Evidentemente avere Intesa tra gli azionisti “pesanti” non è cosa facile da digerire. Ma bastano ragioni personali a muovere Intesa verso una compagnia assicurativa che deve ancora uscire dagli anni bui di gestioni che ne hanno affondato i conti e depresso il titolo in Borsa? A marzo 2015 Generali valeva a Piazza Affari 19 euro, oggi ne quota poco più di 14, in due anni ha perso il 25 per cento del suo prezzo. Non sembra un grande affare, considerando che tutte le operazioni di bancassurance portate a termine hanno dato risultati più che deludenti sul fronte delle sinergie e dei profitti, e che sono state smontate una volta appurata la loro inutilità strategica e finanziaria. Dunque Intesa potrebbe non muoversi con una logica industriale.

C’è chi ipotizza che lo faccia per traghettare a Trieste importanti player del mercato assicurativo europeo, in particolare il gigante tedesco Allianz. Oppure, cosa più probabile, che lo faccia per bloccarne altri, poco graditi al sistema Italia dopo le incursioni di Vivendi su Mediaset. Se è questo l’obiettivo allora la rivalità con Mediobanca diventerà uno scontro al calor bianco. Perché sul Leone di Trieste aleggia lo spettro di un’operazione ancora di marca francese, con Axa nella veste di conquistatore. Un conquistatore a cui però qualcuno apre le porte. «Mediobanca — sussurrano negli ambienti di un importante azionista — fa il portage di interessi francesi, e qualcuno non vuole che questo accada». Intesa quindi sarebbe una diga, alzata per impedire che un’altra società italiana finisca in mani straniere, ripetendo l’affronto appena subito da Parigi e contro il quale il governo italiano ha opposto la forza della sua contrarietà, con risultati dagli esiti però incerti. Fare il bis sarebbe giudicato una provocazione politica. E trattandosi di Generali, l’effetto sarebbe deflagrante. «Chi controlla Generali controlla la finanza italiana», ricordava Cesare Geronzi quando sedeva in Mediobanca, citando — sosteneva — Enrico Cuccia, che la aveva tra le creature più care e protette, da affidare in mani esperte e soprattutto devote. Non c’è dubbio che sia la verità.

Dopo il dimagrimento di Unicredit, Trieste è rimasta l’unica grande compagnia finanziaria con respiro internazionale e, anche se non del livello dei concorrenti, è presente in 60 paesi con 470 società e quasi 80 mila dipendenti. Ed è una delle eccellenze italiane, anche se con uno smalto sbiadito nel tempo e guidata da un manager, guarda caso, francese. Ma l’importanza strategica di Generali non è solo nel suo polveroso prestigio. La compagnia triestina raccoglie 74 miliardi di premi, costituiti da polizze a monte delle quali ruotano titoli del debito pubblico italiano, e ha in pancia 500 miliardi di attivi gestiti. Portare il cuore decisionale delle strategie di Generali verso un paese straniero significa cedere la sovranità nella gestione del risparmio italiano. Sarebbe un colpo mortale dopo che Unicredit guidata da Jean Pierre Mustier ha ceduto il gestore di fondi Pioneer ai francesi di Amundi. Non è questione di bandiera, ma realisticamente, di sovranità e di sopravvivenza.