Cina, Xi dichiara guerra ai campi da golf: "Basta sport da milionari"
Angelo Aquaro, dal nostro corrispondente ANGELO AQUAROIn Cina sono improvvisamente scomparsi la bellezza di 111 campi: si è ridotto di un quinto un patrimonio che da quel centinaio di strutture all'inizio del 2000 si era triplicato sorpassando quota 600
PECHINO - L'ultimo imperatore rosso dichiara guerra ai campi più verdi della Cina: quelli da golf. Basta con lo "sport da milionari" già disprezzato da Mao Zedong. Sulla scia del Grande Timoniere anche Xi Jinping, l'uomo più potente dai tempi del fondatore della Repubblica popolare, vira dritto, e riporta l'attenzione del suo popolo su campi d'azione meno lussuosi: quelli di calcio, per esempio, lo sport che è la sua passione e che sta trasformando in un business nazionale. Il golf no: roba non solo da ricchi, ma più che altro da arricchiti.
Non è un caso che in Cina siano improvvisamente scomparsi la bellezza di 111 campi. Percorso netto, non c'è dubbio, che ha ridotto di un quinto un patrimonio che da quel centinaio di strutture all'inizio del 2000 si era triplicato sorpassando quota 600. Per la gioia dei nuovi ricchi, attratti più dallo status symbol che dallo sport: ma per la gioia,…
Non è un caso che in Cina siano improvvisamente scomparsi la bellezza di 111 campi. Percorso netto, non c'è dubbio, che ha ridotto di un quinto un patrimonio che da quel centinaio di strutture all'inizio del 2000 si era triplicato sorpassando quota 600. Per la gioia dei nuovi ricchi, attratti più dallo status symbol che dallo sport: ma per la gioia,…
PECHINO - L'ultimo imperatore rosso dichiara guerra ai campi più verdi della Cina: quelli da golf. Basta con lo "sport da milionari" già disprezzato da Mao Zedong. Sulla scia del Grande Timoniere anche Xi Jinping, l'uomo più potente dai tempi del fondatore della Repubblica popolare, vira dritto, e riporta l'attenzione del suo popolo su campi d'azione meno lussuosi: quelli di calcio, per esempio, lo sport che è la sua passione e che sta trasformando in un business nazionale. Il golf no: roba non solo da ricchi, ma più che altro da arricchiti.
Non è un caso che in Cina siano improvvisamente scomparsi la bellezza di 111 campi. Percorso netto, non c'è dubbio, che ha ridotto di un quinto un patrimonio che da quel centinaio di strutture all'inizio del 2000 si era triplicato sorpassando quota 600. Per la gioia dei nuovi ricchi, attratti più dallo status symbol che dallo sport: ma per la gioia, soprattutto, dei costruttori immobiliari, che attaccando il suffisso "golf club" a qualsiasi progetto speculativo avevano rivalutato terreni e complessi immobiliari vari.
Già da un paio d'anni il golf era, se non proprio vietato, caldamente sconsigliato agli 88 milioni di iscritti al partito comunista, che sono uno stato nello stato, mentre proibito era già l'accesso a particolari ritrovi: come quel Mission Hills Golf Club di Guanlan, vicino a Shenzhen, che guarda caso, come tutto qui, è il più grande del mondo. "Insieme ai liquori raffinati e al tabacco, alle macchine lussuose e ai villoni, il golf è uno strumento che gli uomini d'affari usano per accalappiare i funzionari pubblici", sermona il giornale dell'agenzia anticorruzione. E sull'ossessione rossa per i prati verdi Dan Washburn, l'americano che da Shanghai ha raccontato l'evoluzione dell'ex Celeste Impero per il Financial Times e l'Atlantic, chi ha scritto anche un libro, "Il gioco proibito, il golf e la Cina", in cui spiega che la repressione in fondo è normale visto che adesso "con Xi tutti sono vittime potenziali della lotta alla corruzione: e il golf", ha detto al New York Times, "è un obiettivo finanche troppo facile da colpire".
Sarà. Ma a parte il fatto che la corruzione qui esiste davvero, eccome, la novità è che ora per giustificare la sua crociata il governo sventola anche un'altra bandiera, quella dell'ambientalismo: i proprietari dei campi avrebbero infatti distorto l'uso di lotti altrimenti destinati al verde o alla coltivazione - buche rubate all'agricoltura, insomma. La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha infatti scoperto che i 111 campi sequestrati avrebbero utilizzato anche quantità spropositate di acqua e terreno: sarebbero dunque, prima ancora che espressione del più abietto capitalismo, veri e propri incubatori di anti-ecologismo, e per questo dichiarati fuorilegge da Pechino ormai in prima fila anche nella lotta al surriscaldamento globale.
La nuova dichiarazione di guerra non prevede prigionieri: il golf non solo corrompe, adesso inquina pure, e va quindi sradicato dalla faccia della Cina. Fin troppo tempo è passato da quando, gennaio 2004, il governo aveva vietato la costruzione di nuovi campi: tra un trucchetto e l'altro, i costruttori ne avevano approfittato, e le strutture si sono moltiplicate. Tan Janxiang, professore di sociologia dello sport all'Università di Guangzhou, dice adesso a China Daily che il governo dovrebbe almeno cercare di fare chiarezza e stabilire, una volta per tutte, quando è legale costruire un campo e quando no: senza trincerarsi, insomma, dietro alla guerra alla corruzione o all'inquinamento. Ma non ci vuole mica un piano quinquennale per far capire ai costruttori di golf che la partita, adesso, è davvero finita.
E pensare che proprio su un campo da golf, e senza nemmeno sferrare un colpo, Jack Ma riuscì a strappare il contratto con Yahoo che fece la fortuna di Alibaba. Per non dire che il golf resta lo sport preferito dell'ultimo grande leader della sinistra, diciamo così, mondiale: Barack Obama, l'uomo che ha speso tutte le sue restanti energie presidenziali per tentare di fermare l'ascesa di quel Donald Trump che oggi è il nemico pubblico numero della Cina. Niente. Del resto, come sappiamo, alla fine anche a Barack gli è andata buca. E adesso ci meravigliamo che la pallina sia tutta nel campo di Xi Jinping?
Non è un caso che in Cina siano improvvisamente scomparsi la bellezza di 111 campi. Percorso netto, non c'è dubbio, che ha ridotto di un quinto un patrimonio che da quel centinaio di strutture all'inizio del 2000 si era triplicato sorpassando quota 600. Per la gioia dei nuovi ricchi, attratti più dallo status symbol che dallo sport: ma per la gioia, soprattutto, dei costruttori immobiliari, che attaccando il suffisso "golf club" a qualsiasi progetto speculativo avevano rivalutato terreni e complessi immobiliari vari.
Già da un paio d'anni il golf era, se non proprio vietato, caldamente sconsigliato agli 88 milioni di iscritti al partito comunista, che sono uno stato nello stato, mentre proibito era già l'accesso a particolari ritrovi: come quel Mission Hills Golf Club di Guanlan, vicino a Shenzhen, che guarda caso, come tutto qui, è il più grande del mondo. "Insieme ai liquori raffinati e al tabacco, alle macchine lussuose e ai villoni, il golf è uno strumento che gli uomini d'affari usano per accalappiare i funzionari pubblici", sermona il giornale dell'agenzia anticorruzione. E sull'ossessione rossa per i prati verdi Dan Washburn, l'americano che da Shanghai ha raccontato l'evoluzione dell'ex Celeste Impero per il Financial Times e l'Atlantic, chi ha scritto anche un libro, "Il gioco proibito, il golf e la Cina", in cui spiega che la repressione in fondo è normale visto che adesso "con Xi tutti sono vittime potenziali della lotta alla corruzione: e il golf", ha detto al New York Times, "è un obiettivo finanche troppo facile da colpire".
Sarà. Ma a parte il fatto che la corruzione qui esiste davvero, eccome, la novità è che ora per giustificare la sua crociata il governo sventola anche un'altra bandiera, quella dell'ambientalismo: i proprietari dei campi avrebbero infatti distorto l'uso di lotti altrimenti destinati al verde o alla coltivazione - buche rubate all'agricoltura, insomma. La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme ha infatti scoperto che i 111 campi sequestrati avrebbero utilizzato anche quantità spropositate di acqua e terreno: sarebbero dunque, prima ancora che espressione del più abietto capitalismo, veri e propri incubatori di anti-ecologismo, e per questo dichiarati fuorilegge da Pechino ormai in prima fila anche nella lotta al surriscaldamento globale.
La nuova dichiarazione di guerra non prevede prigionieri: il golf non solo corrompe, adesso inquina pure, e va quindi sradicato dalla faccia della Cina. Fin troppo tempo è passato da quando, gennaio 2004, il governo aveva vietato la costruzione di nuovi campi: tra un trucchetto e l'altro, i costruttori ne avevano approfittato, e le strutture si sono moltiplicate. Tan Janxiang, professore di sociologia dello sport all'Università di Guangzhou, dice adesso a China Daily che il governo dovrebbe almeno cercare di fare chiarezza e stabilire, una volta per tutte, quando è legale costruire un campo e quando no: senza trincerarsi, insomma, dietro alla guerra alla corruzione o all'inquinamento. Ma non ci vuole mica un piano quinquennale per far capire ai costruttori di golf che la partita, adesso, è davvero finita.
E pensare che proprio su un campo da golf, e senza nemmeno sferrare un colpo, Jack Ma riuscì a strappare il contratto con Yahoo che fece la fortuna di Alibaba. Per non dire che il golf resta lo sport preferito dell'ultimo grande leader della sinistra, diciamo così, mondiale: Barack Obama, l'uomo che ha speso tutte le sue restanti energie presidenziali per tentare di fermare l'ascesa di quel Donald Trump che oggi è il nemico pubblico numero della Cina. Niente. Del resto, come sappiamo, alla fine anche a Barack gli è andata buca. E adesso ci meravigliamo che la pallina sia tutta nel campo di Xi Jinping?