Economia

Ricchezza, servizi, pace sociale. Resiste il sogno della Svezia

Il Paese continua nella sua crescita impetuosa. Merito di alcune aziende nazionali che sono all'avanguardia nell'innovazione. Ma il forte flusso di migranti viene cavalcato dai partiti della ultra-destra che sperano di conquistare il potere

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STOCCOLMA - Disoccupazione a un tasso di appena il 4,1 per cento, crescita l'anno scorso al 3,60 per cento del pil, in anni precedenti a punte del 4,1 e poi addirittura 4,7 per cento. E ora nelle previsioni 2017 - pur sullo sfondo di prognosi generali di rallentamento mondiale - probabilmente al 2,8 per cento. Cioè quasi il doppio di quella tedesca. Conti pubblici in ordine: debito sovrano poco sopra il 40 per cento del pil, disavanzo tenuto per scelta al 2 per cento e non a zero ma per finanziare istruzione, infrastrutture, ricerca scientifica ed eccellenze. Tutto questo riesce grazie a una politica di tassi repo centrali negativi da tempo, e a un massiccio quantitative easing, cioè acquisto di titoli pubblici da parte della Banca centrale.

Di quale Paese parliamo? Sorry, Herr Schaeuble, sorry Herr Bundesbankspraesident Jens Weidmann: parliamo della Svezia. Da anni, per consenso bipartisan chiunque governi nella bella Stoccolma, crescita e stabilità si inseguono e si garantiscono così. Cioè con una politica monetaria in stile Mario Draghi, welfare solido, fisco implacabile come la polizia segreta d'un regime autoritario, e priorità all'export di qualità.

Il lato ridicolo di questa realtà è che in molti libri di testo di Paesi europei centrali (Germania, Austria, ma non solo, lo sa chi scrive avendo figli cittadini federali) viene ancora insegnato che il grosso dell'export svedese sono legname e carta. Come negli anni Venti, insomma. Poveri contribuenti centroeuropei e di altri Paesi, pagano autori di libri di testo incapaci di aprire gli occhi davanti alla realtà: il 50 per cento di crescita e pil del Regno delle tre corone viene dall'export manifatturiero ad alta tecnologia e da eccellenze d'ogni tipo, elettronica, Internet, musica online. Che volete di più?

I dati usciti oggi lunedì confermano appunto la solidità del sistema-paese Svezia nel cruciale anno elettorale: già, in novembre 2018 si andrà alle urne per il rinnovo del Riksdag, il Parlamento. I populisti anti-migranti (Sverigedemokraterna) volano, i conservatori (Nya Moderaterna) vogliono sdoganarli, ma per questo cadono nei sondaggi. Comunque è in forse l'appoggio esterno della coalizione dei 4 partiti del centrodestra "per bene" che tiene in vita il governo rossoverde-migliorista del premier socialdemocratico Stefan Loefvén e dei suoi alleati Verdi.
Stoccolma 
La disoccupazione al 4,1 per cento comunque fa invidia anche alla forte Bundesrepublik, così come i dati sul debito sovrano e le cifre sulla percentuale di ruolo di export d'eccellenza in prodotto interno e crescita. Tanto più che appunto chiunque governi, e la Sveriges Riksbank, la banca centrale, con la loro stabile valuta nazionale (la corona) seguono una politica monetaria opposta all'ortodossia teutonica. Nonostante il lieve rialzo (1,6 per cento) dell'inflazione e i pericoli di bolle immobiliari dovute alla difficoltà di trovare casa, ai pochi terreni adibili a licenze, ai prezzi del mattone in salita, la Riksbank ha confermato tassi negativi e aumento dell'acquisto di titoli sovrani.

Come andrà domani, dipenderà da molti fattori, dai trend dell'economia globale da cui la Svezia come pochi altri paesi. Al momento alcuni dati la dicono lunga. Primo, l'enorme afflusso di migranti (il maggiore pro-capite nell'Unione europea) ha creato tensioni politiche ed etniche rafforzando i populisti, ma anche rafforzato domanda interna e crescita. Secondo, alcuni dati per settore indicano la natura postmoderna del modello svedese.

Prendiamo Volvo, il marchio premium storico simbolo dell'intera Scandinavia, con azionista di riferimento cinese (Geely) che però lascia fare in tutto e per tutto manager, ingegneri, designer svedesi. Nel 2016 gli utili sono aumentati di quasi il 70 per cento rispetto all'anno precedente, e dopo il nuovo impianto negli Usa verranno costruite una fabbrica in Svezia e forse altre in Cina ma dirette da svedesi secondo i loro principi di qualità. Gli ultimi modelli della casa, dalla superlimousine 90 all'ultimo maxisuv - tutti modelli mutanti, oggi a combustione o ibridi, domani solo ibridi o plug in - fanno tremare Bmw, Mercedes e Lexus.

O guardiamo al caso di Saab aviazione: il piccolo ma temibile supercaccia JAS 39 Gripen, in continua evoluzione, costa un terzo rispetto a un Eurofighter o a un Rafale, e si vende in tutto il mondo. Come gli aerei-radar Saab Argus. Tutti velivoli già oggi in grado di volare con carburanti avio civili, più economici e meno sporchi, e domani con biocarburanti. O agli imminenti sottomarini invisibili di Saab-navale, per affrontare le continue provocazioni di Putin e per vendere. Ma secondo export etico: armi solo a Paesi democratici e che non discriminano le donne. O infine ma non ultimo, l'elettronica e Internet: da Ericsson a Skype e Spotify.

Se Parigi val bene una messa, simili successi valgono bene un po' di disavanzo. Ma forse un segreto del successo svedese è anche l'autoironia, l'incapacità di complessi di superiorità arroganti in stile francese o trumpista. Basti dire che in visita in Iran il premier Loefvén ha sfidato la nuova Washington promettendo un boom di affari alla Repubblica islamica. Mentre la sua ministra delle Finanze, violando dogmi e valori iperfemministi scandinavi, sedeva al tavolo negoziale con il velo. O basti ricordare che la regina Silvia ha deliziato il mondo narrando che a Drottningholm, castello-residenza dinastico, "ci sono fantasmi, carini e simpatici". Un brand-paese si rafforza anche così.