Economia

Istat, la crescita del quarto trimestre allo 0,2%. Il crollo dell'agricoltura

Il valore aggiunto nei campi precipita del 7,5% sul quarto trimestre 2015: "Effetto deflazione". Rapporto competitività: l'economia tricolore resta a 7 punti dal pre-crisi. In quattro anni persi 800 mila addetti

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MILANO - Nel quarto trimestre del 2016 il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell'1% nei confronti del quarto trimestre del 2015. E' la revisione dei conti economici trimestrali diffusa dall'Istat, che corregge leggermente la stima preliminare diffusa il 14 febbraio, qunado aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e una crescita tendenziale dell'1,1%. Il quarto trimestre del 2016 ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e due in meno rispetto al quarto trimestre del 2015.

Nell'intero 2016 il Pil corretto per gli effetti di calendario è aumentato dell'1% (il 2016 ha presentato due giornate lavorative in meno rispetto al 2015): questo risultato, precisa l'Istat, è coerente con la stima del Pil diffusa il primo marzo (0,9% di crescita annua). In effetti, i dati diffusi oggi dall'Istituto riguardano i conti trimestrali. Significa che per i quattro periodi dell'anno gli statistici misurano la crescita italiana, correggendola per gli effetti del calendario (uniformando cioè i giorni lavorativi tra un periodo e l'altro, o tra gli stessi periodi di anni differenti) e per gli effetti della stagionalità. Sommando la crescita dei quattro trimestri 2016 e paragonandola con quella del 2015, si ha una espansione "corretta per i giorni lavorativi" appunto all'1%. E' un indicatore della crescita più aderente a quanto effettivamente si è mosso il Paese. Ma per i documenti di contabilità pubblica e ai fini dei calcoli per il rispetto di Maastricht e dei parametri europei, conta la variazione annua diffusa soltanto pochi giorni fa: l'Istat ha fatto sapere che nel 2016 il Prodotto interno lordo italiano in volume è cresciuto dello 0,9%, e questo è quel che conta a Bruxelles.

Per altro, annota l'Istituto questa volta nel rapporto sulla Competitività, nonostante la ripresa dell'ultimo biennio il livello del Pil del 2016 è ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco di inizio 2008, e solo nello stesso 2016 ha superato quello del 2000. In Spagna il recupero è quasi completo, mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l'8%. Il sistema delle imprese italiane ha sofferto questo shock non ancora recuperato: è uscito dalla seconda recessione ridimensionato nel numero di imprese. In quattro anni, tra il 2011 e il 2014, il sistema ha pero oltre 194.000 imprese (-4,6%) e quasi 800.000 addetti (-5%). Le costruzioni hanno maggiormente risentito della crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% di imprese, -6,8% di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7% e -3,3%), mentre i servizi della persona sono l'unico comparto che ha aumentato unità produttiva (+5,3%) e addetti (+5%).

Tornando alla pubblicazione sui conti trimestrali, i dati sottolineano che sul fronte interno la domanda è cresciuta: +0,2% dei consumi finali nazionali e +1,3% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono aumentate del 2,2% e le esportazioni dell'1,9%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito alla crescita per 0,4 punti percentuali, ma con un apporto nullo dai consumi delle famiglie. Il valore aggiunto è cresciuto dello 0,8% nell'industria, ha segnato una variazione nulla nei servizi ed è diminuito del 3,7% nell'agricoltura. Secondo Coldiretti è "l'effetto della deflazione nei campi che ha tagliato i prezzi riconosciuti agli agricoltori, che in alcuni casi come per il grano sono scesi ben sotto i costi di produzione". L'associazione sottolinea la zavorra dei prezzi pagati agli agricoltori, "che si sono ridotti del 5,2% con punte del -11,6% dei prezzi dei cereali nella media annua secondo Ismea". Esemplifica poi: "Gli agricoltori nel 2016 hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli".