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Elisabetta Canepa, la regina della seta che punta tutto sull'Eco-fashion

Donna impresa 30. A capo di un'azienda da oltre 800 dipendenti e 107 milioni di euro di ricavi Canepa si è impegnata a creare entro il 2020 tessuti 100% liberi da sostanze tossiche: "Si può se si vuole, anche se per molti la coscienza ecologica è più di facciata che di sostanza"
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Ha risposto alla sfida di Greenpeace e la sua è stata la prima impresa tessile al mondo a impegnarsi pubblicamente per arrivare entro il 2020 a una moda più pulita, senza sostanze chimiche tossiche. La scelta di Elisabetta Canepa che produce sete e cachemire di prima qualità per il fashion più luxury si conferma ogni giorno nei suoi stabilimenti industriali a partire dalla sede storica di San Fermo della Battaglia, sulle rive del lago di Como.

L’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera. Partendo da questo, l’imprenditrice ha deciso che bisognava fare qualcosa. “Si può, se si vuole – afferma - altrimenti si continua sempre per la stessa strada. I miei clienti mi dicono brava e punto. Per molti la coscienza ecologica è più di facciata che di sostanza”.

Gli eco brevetti sono il suo punto di forza. Elisabetta Canepa, 70 anni, nata a Como, guida un gruppo fam…
Ha risposto alla sfida di Greenpeace e la sua è stata la prima impresa tessile al mondo a impegnarsi pubblicamente per arrivare entro il 2020 a una moda più pulita, senza sostanze chimiche tossiche. La scelta di Elisabetta Canepa che produce sete e cachemire di prima qualità per il fashion più luxury si conferma ogni giorno nei suoi stabilimenti industriali a partire dalla sede storica di San Fermo della Battaglia, sulle rive del lago di Como.

L’industria tessile è la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera. Partendo da questo, l’imprenditrice ha deciso che bisognava fare qualcosa. “Si può, se si vuole – afferma - altrimenti si continua sempre per la stessa strada. I miei clienti mi dicono brava e punto. Per molti la coscienza ecologica è più di facciata che di sostanza”.

Gli eco brevetti sono il suo punto di forza. Elisabetta Canepa, 70 anni, nata a Como, guida un gruppo familiare con 800 dipendenti, il 25 per cento dei quali sono tecnici creativi grazie ai quali si realizzano ogni anno oltre 25mila disegni originali di prodotto. Gli impianti con i marchi Fiorio, La Rana, Gallieni e Tino Cosma producono circa tre milioni di metri lineari di tessuti jacquard, uniti e stampati su oltre 160 telai e stamperie di proprietà. Tutto made in Italy al 100 per cento. I ricavi nel 2015 sono stati di oltre 107 milioni di euro.

“La mia è una famiglia di tessitori, partiti per cravatte jacquard e che si sono evoluti nel tempo; la bisnonna possedeva una filanda – racconta -, mio padre Giovanni con suo fratello aveva i telai già prima della seconda guerra mondiale, nel 1976 si sono divisi. Io, sempre abbastanza ribelle a scuola, dopo il liceo classico ero una scapestrata e l’unica mia mira era fare la bella vita. Mi hanno mandato a Parigi a studiare il francese. Quando sono tornata non sapevo cosa fare; mi sono iscritta a lingue alla Bocconi, ma al primo esame, a una domanda sul Manzoni che odiavo, ho restituito il foglio bianco e ho mollato tutto. Mio padre aveva investito tutti i suoi averi nella ditta che allora era piccolissima, e sono entrata per dargli un aiuto. Mia madre Rosalba, laureata in matematica, era del ‘17. Sono morti a cento anni, siamo una genia longeva. Noi cinque figli ci siamo messi tutti a lavorare”. E continua: “All’inizio aiutavo ad arrotolare le pezze, facevamo stoffa per cravatte a disegni jacquard, man mano mi sono occupata dei clienti, poi del prodotto e poi di tutto. Man mano i miei fratelli hanno smesso e si sono dedicati ad altre attività. Ora ci sono io e i miei due ragazzi, Alfonso che ha 39 anni e si occupa della supply chain e Carlotta 36 anni, mamma di due bambine, che sta facendo una sua piccola linea di prodotti che piace, utilizzando solo tessuti Canepa. Poi abbiamo un archivio favoloso, dell’Ottocento, una biblioteca con 15mila volumi antichi con disegni per abbigliamento e accessori che offre possibilità di ispirazione unica nel suo genere”.

Come prima impresa tessile al mondo ad aver firmato il Detox solution commitment di Greenpeace, l’impegno a eliminare le sostanze nocive dal ciclo produttivo, Canepa ha aperto la strada a nuovi brevetti industriali proprietari in ambito green. Canepa Evolution, il centro ricerche della società, ha ideato e realizzato il progetto “Save the water Kitotex”, che utilizzando il chitosano, una sostanza di origine naturale, atossica e biodegradabile ottenuta dalla chitina contenuta nell’esoscheletro dei crostacei, contribuisce a una produzione priva di alcol polivinilico, fissatori e cloraggi, nonché a un risparmio di acqua nel lavaggio dei tessuti quasi del 90 per cento e di energia del 25 per cento, specie nel denim e nel tessile per la casa. Nel denim si utilizzano normalmente per un metro di tessuto mille litri d’acqua a 70-80 gradi che immettono co2 e pva, alcol polivinilico nella discarica. Il pva altro non è che plastica disciolta che viene usata per rinforzare il filo al telaio per evitare che si rompa. Per ottenere questo risultato prima si usavano fecole e materiali più naturali. Ora si adopera pva in maniera massiccia. Quando viene sciolto nell’acqua finisce in mare i pesci se lo mangiano con senso di sazietà. Arriva al corpo umano che non riconosce la plastica come cosa nemica e la immagazzina, e finisce nei tessuti connettivi. “Contro la plastica disciolta non si può fare nulla – avverte la manager -. Gli ecologisti pensavano che zone più profonde degli oceani non fossero ancora attaccate, non è così, ora i danni arrivano anche a 7-8 mila metri. Candiani, il più importante produttore italiano di denim, ha adottato il nostro brevetto, come in precedenza ha fatto anche Italdenim che ha già venduto ad un'importantissima griffe italiana del lusso.

L’applicazione e industrializzazione dei brevetti è realizzata nell’insediamento pugliese di Canepa a Melpignano, in provincia di Lecce. “Abbiamo studiato con il Cnr di Biella, dove ci sono scienziati bravissimi, non finanziati da nessuno. Ci hanno aiutato a sperimentare, fare e disfare, i brevetti sono nostri, però senza di loro non l’avremmo fatto. E produciamo in Puglia. Dal filo al capo finito, tutto fatto da noi. Dovevamo internalizzare la produzione, nella zona c’erano piccole fabbriche tessili, il sindaco si è speso e ci ha convinti, inoltre abbiamo potuto usufruire dei finanziamenti europei per l’acquisto dei telai. Potevamo scegliere tra Romania e Italia, abbiamo scelto l’Italia. Al momento c’è una tessitura con 120 persone. Altri hanno chiuso tutto, chi è andato in Bulgaria, chi in Romania”.

Il chitosano viene usata da sempre in Giappone. Le donne nipponiche nella notte dei tempi tritavano il carapace dei granchi e lo mettevano sulle ferite. Essendo un batteriostatico naturale, impedisce la formazione di germi, guarisce la lesione e non la fa infettare. In medicina oggi viene usato anche per le diete dimagranti perché aiuta a trattenere i grassi e c’è chi lo studia come veicolo nel sangue per combattere il tumore. “Il chitosano è il nostro mantra – dice Elisabetta Canepa -. Uno scarto alimentare dalle proprietà meravigliose, batteriostatico, sanificante, anti acaro, lenitivo. Indossare questi jeans con il reticolato al chitosano, che rimarrà per sempre, significa mettere pantaloni sani che impediscono la produzione di batteri.  La stessa cosa avviene se ci si infila in un letto con delle lenzuola batteriostatiche. Io spingo, ma la gente va un po’ troppo con i piedi di piombo. Insieme con due produttori italiani stiamo realizzando tessuti per arredo casa. Oggi tutto arriva dal Bangladesh, e non è un caso che siano in aumento le malattie della pelle e gli eczemi. Se un industriale manda un prodotto in Cina deve superare un vaglio pazzesco e costoso. In Italia invece arriva tutta roba free, perché la legge non ci tutela. La libera circolazione è a senso unico”.
Il gruppo Canepa è leader mondiale nella tessitura della seta pregiata a cui affianca altri tessuti di fibre naturali, come il cachemire, la lana, il cotone, il lino, la canapa. “Le nostre creazioni vanno soprattutto all’estero, la vendita alle maison è diretta, tutto fatto e studiato con il cliente, tagliato su misura. Siamo presenti quasi ovunque: America, Francia, Germania, Giappone, un po’ meno in Cina. Siamo artigiani industriali, privilegiamo la qualità e lo studio del disegno. Sono tenace, se ho un’idea la realizzo”.

Elisabetta Canepa vive a San Fermo, nella cascina che ha ristrutturato. Sportiva appassionata della montagna di Pontresina, ha girato l’Europa in bicicletta con un club di amici. “Andiamo per strade non asfaltate, nei boschi, per paesini, sono andata nei centri ora terremotati, Bisso, Norcia, Castelluccio. Proibito vestirsi da ciclisti”.

La fabbrica per lei “è una grande famiglia. Per fare le cose nuove bisogna avere molto entusiasmo e tanti collaboratori. Così viene gestita questa azienda, con senso di rispetto delle persone, aiutandole quando occorre, io tengo a questo rapporto umano, vengono, mi parlano, senza filtri né segretarie, vivo l’azienda con loro. Persone che qui hanno iniziato questo lavoro che si impara sul campo, bisogna conoscere bene le lingue. C’è una scuola a Como che si chiama Setifici ma è soltanto un’infarinatura, bisogna avere buon gusto e quello è un dono di natura. Sono positiva per il futuro. Sicuramente la concorrenza estera cinese si sente ma bisogna tener duro e innovarsi”.  

La sua ansia di eco brevetti l’ha spinta adesso a studiare il capoc, una specie di bambagia lanuggine che deriva dall’omonima pianta tropicale, grande come un baobab, con spine lunghe 15 centimetri. “Stiamo facendo studi in accordo con la Regione Puglia, se ne ricava un filato vuoto, sottilissimo e ultraleggero con una sezione più piccola del cachemire, molto delicato, che si schiaccia e non si gonfia. Progettiamo di infilarvi il chitosano, in maniera elicoidale, per farlo diventare resiliente. Sarebbe adattissimo per le imbottiture al posto delle piume d’oca, non so se riuscirà. La macchina imbozzimatrice per inserire il chitosano costa 700 mila euro. Questa è la scommessa che stiamo facendo e su questa investiamo”.