PECHINO - E nell'era delle fake news potevano mancare i fake data? O per dirla più terra terra: nel paese ingiustamente noto anche per le patacche potevano mancare le statistiche-patacca? Non è un segreto per nessuno che i cinesi un po' ci giocano sui dati della loro economia. I primi critici sono stati come sempre gli osservatori internazionali. Ma ultimamente a puntare il dito contro i ragionieri delle province dell'impero sono stati gli stessi imperatori. Perfino il signore di tutte le Cine, il presidente Xi Jinping in persona, che nell'applauditissimo discorso di Davos ha lodato le virtù della globalizzazione e degli scambi commerciali, è dovuto scendere in campo per fermare scambi molto più bassi: quelli appunto dei funzionari di periferia che per farsi belli di fronte alla capitale millantano magnifiche sorti e progressive della loro terra - salvo poi scoprire che i conti non tornano quasi mai. "È una pratica che deve finire" ha detto l'uomo qui potente dai tempi di Mao Zedong: si riferiva, nella fattispecie, al Liaoning, una provincia sulla quale per la verità ha già fatto sentire la sua frusta, scoperchiando uno degli scandali elettorali più grandi del paese.
Ma dei trucchi di questa ricca regione industriale si sapeva da tempo: almeno da quando l'allora capo del partito locale, quel Li Keqiang che è oggi premier a Pechino, ammise che le statistiche del Pil di lì sono pur sempre "man-made": cioè artificiali, messe insieme da uomini. Gli instancabili detective del Financial Times hanno però cercato di vedere al di là del dito del Liaoning: in cerca appunto della Luna dei conti cinesi. E mettendo a confronto la produzione di carbone, acciaio e petrolio in quella regione con quella in altre quattro grandi capitali dell'estrazione (Shanxi, Shaanxi, Hebei e Inner Mongolia) hanno scoperto, rapportando il tutto ai numeri dei vari Pil locali, che i conti, appunto, non tornano neppure lì.
Ad accorgersene, per la verità, è stato già lo stesso partito. Fino ad incaricare l'ufficio nazionale di statistica di prendersi cura d'ora in poi dei conti del paese: proprio per evitare di continuare a sfornare gaffe, visto che la somma dei Pil locali non combacia appunto mai, e guarda caso sempre eccede, il Pil di tutta la nazione. Prima del 2020, però, non se ne parla: i ragionieri, ha fatto sapere giusto domenica il direttore dell'Istituto, Ning Jizhe, hanno bisogno di lavorarci su, e che diamine. Nell'attesa, due consolazioni. La prima: i piedi per terra con cui sempre il povero Li Keqiang, memore della esperienza nel suo Liaoning, si è presentato due settimane fa all'apertura del Parlamento prevedendo una crescita al di sotto di quella attuale, 6,5% contro il 6,7% del 2016, perché bisogna "essere realistici" sulla situazione economica - e figuriamoci se la sgonfiamo dei numeri inflazionati. La seconda: ricordarsi sempre della superstizione che in Cina circonda il mondo dei numeri, dove la fortuna o la sfortuna che rappresentano è data dal significato della parola con lo stesso suono: l'8, per esempio, è di buon auspicio perché suona come 'ricchezza', mentre il 4 è di auspicio cattivissimo perché suona, tiè tiè, come 'morte'. I numeri, insomma, per i cinesi sono anche e soprattutto, come dicevano i filosofi nominalisti, "flatus vocis". Sono fiato che si disperderà nell'aria: che legame volete che abbiano con la realtà?
Ma dei trucchi di questa ricca regione industriale si sapeva da tempo: almeno da quando l'allora capo del partito locale, quel Li Keqiang che è oggi premier a Pechino, ammise che le statistiche del Pil di lì sono pur sempre "man-made": cioè artificiali, messe insieme da uomini. Gli instancabili detective del Financial Times hanno però cercato di vedere al di là del dito del Liaoning: in cerca appunto della Luna dei conti cinesi. E mettendo a confronto la produzione di carbone, acciaio e petrolio in quella regione con quella in altre quattro grandi capitali dell'estrazione (Shanxi, Shaanxi, Hebei e Inner Mongolia) hanno scoperto, rapportando il tutto ai numeri dei vari Pil locali, che i conti, appunto, non tornano neppure lì.
Ad accorgersene, per la verità, è stato già lo stesso partito. Fino ad incaricare l'ufficio nazionale di statistica di prendersi cura d'ora in poi dei conti del paese: proprio per evitare di continuare a sfornare gaffe, visto che la somma dei Pil locali non combacia appunto mai, e guarda caso sempre eccede, il Pil di tutta la nazione. Prima del 2020, però, non se ne parla: i ragionieri, ha fatto sapere giusto domenica il direttore dell'Istituto, Ning Jizhe, hanno bisogno di lavorarci su, e che diamine. Nell'attesa, due consolazioni. La prima: i piedi per terra con cui sempre il povero Li Keqiang, memore della esperienza nel suo Liaoning, si è presentato due settimane fa all'apertura del Parlamento prevedendo una crescita al di sotto di quella attuale, 6,5% contro il 6,7% del 2016, perché bisogna "essere realistici" sulla situazione economica - e figuriamoci se la sgonfiamo dei numeri inflazionati. La seconda: ricordarsi sempre della superstizione che in Cina circonda il mondo dei numeri, dove la fortuna o la sfortuna che rappresentano è data dal significato della parola con lo stesso suono: l'8, per esempio, è di buon auspicio perché suona come 'ricchezza', mentre il 4 è di auspicio cattivissimo perché suona, tiè tiè, come 'morte'. I numeri, insomma, per i cinesi sono anche e soprattutto, come dicevano i filosofi nominalisti, "flatus vocis". Sono fiato che si disperderà nell'aria: che legame volete che abbiano con la realtà?