Economia

Fmi, la crescita si rafforza. L'Italia migliora, ma il protezionismo di Trump fa paura

Il Fondo alza le stime per l'Italia: crescita dello 0,8% quest'anno e il prossimo, comunque sotto il livello indicato dal governo. Il debito va meglio delle attese. All'orizzonte non si esclude una guerra commerciale

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"Dalla metà dello scorso anno la crescita si è rafforzata, permettendoci di confermare stime per una ripresa leggermene migliore quest'anno e il prossimo". Le parole dell'economista del Fmi, Maurice Obstfeld, introducono il rapporto del Fondo monetario sullo stato dell'economia mondiale. Una salute in miglioramento, con la ripresa che sta guadagnando spinta. "Per ora", titola sibillino lo stesso discorso introduttivo di Obstfeld.

Infatti il Fmi ha alzato la stima globale di crescita al 3,5% per il 2017, dal 3,1% dell'anno scorso (e 0,1 punti in più delle ultime stime), e al 3,6% per il 2018 (stabile sul report precedente). Stando alle tabelle pubblicate da Washington, l'Italia è accreditata di una espansione dello 0,8% quest'anno e il prossimo: anche in questo caso si tratta di un modesto miglioramento (0,1 punti) per l'anno in corso, anche se il ritmo complessivo è ancora inferiore a quel +1,1 e +1% che il governo ha messo nero su bianco nel Def per il biennio. Anche il debito pubblico italiano, resta sopra il 130% ma migliora: dopo al 132,6% del 2016, il Fmi lo prevede al 132,8% del pil nel 2017 e al 131,6% nel 2018, in deciso calo rispetto alle stime di ottobre, quando aveva previsto un debito al 133,4% per quest'anno e al 132% nel 2018. Nonostante il miglioramento, le stime del Fmi restano superiori di qualche decimale rispetto a quelle contenute nel Def, dove è previsto un debito al 132,5% nel 2017 e al 131,0% nel 2018.
 
La cresita mondiale secondo il Fmi
        Differenze su Weo di gennaio 2017
  2016 2017 2018 2017 2018
MONDO 3.1 3.5 3.6 0.1 0.0
ECONOMIE AVANZATE 1.7 2.0 2.0 0.1 0.0
USA 1.6 2.3 2.5 0.0 0.0
EUROZONA 1.7 1.7 1.6 0.1 0.0
Germania 1.8 1.6 1.5 0.1 0.0
Francia 1.2 1.4 1.6 0.1 0.0
Italia 0.9 0.8 0.8 0.1 0.0
Spagna 3.2 2.6 2.1 0.3 0.0
Giappone 1.0 1.2 0.6 0.4 0.1
UK 1.8 2.0 1.5 0.5 0.1
Canada 1.4 1.9 2.0 0.0 0.0
Altre 2.2 2.3 2.4 0.1 0.0
ECONOMIE EMERGENTI 4.1 4.5 4.8 0.0 0.0

Ma come accennato fin dal titolo del discorso del capoeconomista di Christine Lagarde, sono molte le preoccupazioni che aleggiano sui tavoli di lavoro di Washington. Sintetizzati nei classici "rischi al ribasso" che pesano sulla ripresa economica. Non è un caso che il primo capitolo del rapporto sia interamente dedicato a questi problemi. E che la madre di tutti loro richiami direttamente l'impostazione economica della nuova Casa Bianca. "Un punto saliente, tra le minacce", dice la sintesi introduttiva del rapporto, "è una virata verso il protezionismo che conduca a una guerra commerciale. Soprattutto nelle economie avanzate, molti fattori - la bassa crescita dalla crisi del 2010-2011, una crescita ancora più bassa dei redditi medi e ritardi strutturali nel mercato del lavoro - hanno fecondato il supporto per politiche che possono minare i rapporti commerciali internazionali, insieme alla più generica cooperazione multilaterale". Insomma, il mondo più chiuso che anche Christine Lagarde ha citato come spada di Damocle sulla ripresa, in una intervista pubblicata stamane su Repubblica, nella quale si citano in particolare i casi di Francia e Usa come possibili mine vaganti.

Tra i fattori della ripresa, il documento del Fmi cita il miglioramento delle economie emergenti e in via di sviluppo, in particolare quelle che si affidano all'esportazione di materie prime (grazie alla ancora incompleta risalita dei prezzi delle commodity). La Cina resta "robusta", mentre nel mondo avanzato il traino viene tutto dagli Stati Uniti, dove le stime migliorano assumendo una politica fiscale più favorevole alla crescita da parte dell'amministrazione Trump e una fiducia ritrovata - "specialmente dopo le elezioni di novembre - che, se persisterà, rafforzerà il ciclo di ripresa", dice il Fmi.

Il tributo al neo presidente non deve però trarre in inganno. Le prime voci di "rischio", infatti, sono tutte imputabili alle posizioni espresse fin dalla campagna elettorale dal Tycoon. In primo luogo, ricorda il Fmi, bisogna sperare che gli allentamenti fiscali degli Usa non si rivelino insostenibili per i conti pubblici. E poi, a livello globale, le maggiori minacce sono un protezionismo che blocchi i flussi tra Paesi, una accelerazione nella stretta monetaria della Federal Reserve, una forte de-regolamentazione del settore finanziario, col rischio di ritrovarsi impreparati alla prossima crisi per aver assunto rischi senza controlli. Insomma, tre campanelli ben precisi rispetto a quello che è il programma di Trump.