Sulla scia di The Donald che ha intenzione di ridurre da sette a tre le aliquote fiscali sulle quali è articolata la tassa sui redditi Usa, riprende quota il dibattito su flat tax e dintorni. Renzi ha proposto a Porta a Porta del 27 aprile di ridurre da cinque (ora sono 23, 27, 38,41 e 43 per cento) a tre le nostre aliquote Irpef. Non è chiaro quali saranno le scelte future dell’ex presidente del Consiglio e dei suoi tecnici e a che livello si collocherà ciascuna delle tre aliquote, sempre ammesso che si trovino le risorse, ma certo è un segnale. C’è da dire che l’idea di Renzi non è uscita dal cappello all’ultimo momento esclusivamente seguendo l’effetto-Trump: da presidente del Consiglio, il 12 maggio del 2016 sempre a Porta a porta, accennò ad un intervento sulla struttura a cinque dei nostri scaglioni: “Sarebbe interessante ridurli…”, si limitò a dire ma è conferma che si tratta di una idea ben strutturata.
La competizione sul campo delle tasse è agguerrita e il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta ha subito rilanciato: “I tempi sono maturi per l’adozione anche in Italia di una flat tax”. La flat tax è qualcosa di ancora più radicale delle tre aliquote: in linea teorica si tratterebbe di una aliquota unica, dunque proporzionale, che sostituirebbe la progressività su cui fanno perno più scaglioni. Insomma tutti pagherebbero in proporzione al reddito e non progressivamente, cioè con aliquote crescenti al crescere del reddito. A questo proposito si ricorda sempre la frase di Einaudi che spiegava come 10 lire non avessero lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e il benestante che ci acquista la poltrona al teatro.
Non è detto che la nuova proposta di Forza Italia sia una flat ad una aliquota (che invece propone Salvini avanzando l’idea di un 15 per cento per tutti): si ricorderà del resto il tentativo di Berlusconi nel Contratto con gli italiani nel 2001 di introdurre due aliquote, del 23 e del 33 per cento, sotto e sopra i 100 mila euro di reddito imponibile. Fu presentato un disegno di legge che tuttavia non raggiunse mai l’approvazione. I costi erano elevatissimi.
Del resto anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l'aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l'aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l'aliquota unica proposta dal miliardo Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. Ora si torna alla carica.
La competizione sul campo delle tasse è agguerrita e il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta ha subito rilanciato: “I tempi sono maturi per l’adozione anche in Italia di una flat tax”. La flat tax è qualcosa di ancora più radicale delle tre aliquote: in linea teorica si tratterebbe di una aliquota unica, dunque proporzionale, che sostituirebbe la progressività su cui fanno perno più scaglioni. Insomma tutti pagherebbero in proporzione al reddito e non progressivamente, cioè con aliquote crescenti al crescere del reddito. A questo proposito si ricorda sempre la frase di Einaudi che spiegava come 10 lire non avessero lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e il benestante che ci acquista la poltrona al teatro.
Non è detto che la nuova proposta di Forza Italia sia una flat ad una aliquota (che invece propone Salvini avanzando l’idea di un 15 per cento per tutti): si ricorderà del resto il tentativo di Berlusconi nel Contratto con gli italiani nel 2001 di introdurre due aliquote, del 23 e del 33 per cento, sotto e sopra i 100 mila euro di reddito imponibile. Fu presentato un disegno di legge che tuttavia non raggiunse mai l’approvazione. I costi erano elevatissimi.
Del resto anche i falchi americani delle tasse non hanno mai avuto vita facile. Milton Friedman consigliò la flat tax a Reagan che tuttavia non la adottò e nel 1986 si limitò a tagliare l'aliquota massima con il celebre Tax Reform Act. Più tardi, lo specialista Alvin Rabushka, tentò di dare consigli a George W. Bush: ma persino George junior si limitò a limare l'aliquota più alta in vigore negli Usa di circa 5 punti portandola al 35 per cento e rifiutò di introdurre l'aliquota unica proposta dal miliardo Steve Forbes (che per questo lo attaccò duramente). Obama la riportò all’attuale 39,6 nel 2013. Ora si torna alla carica.