Svizzera, la Marina costretta a vendere 13 navi. Il governo interviene con 200 milioni
Franco Zantonelli, di FRANCO ZANTONELLILa Confederazione mantiene ancora 49 imbarcazioni in partnership con armatori privati. Ma i debiti accumulati costrngono Berna a metter mano al portafoglio. L'esperto: "Un'eredità della seconda guerra mondiale"
LUGANO - Una repubblica marinara senza accesso al mare. La Svizzera, nonostante sia sinonimo di banche, orologi e splendidi paesaggi alpini, possiede una flotta mercantile di tutto rispetto, con ben 49 navi che battono la bandiera rossocrociata. Una flotta mercantile che, oggi, naviga in cattive acque. “Stiamo parlando di un’eredità della seconda guerra mondiale”, spiega a Repubblica l’economista Remigio Ratti, esperto nel campo dei trasporti e docente all’Università della Svizzera Italiana di Lugano. “Bisogna, infatti, risalire al 1941, quando si chiuse l’approvvigionamento da nord e i porti italiani, in particolare Genova, salvarono l’import-export elvetico”.
Insomma, una vera e propria questione di sicurezza nazionale. Va detto però che, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, all’origine della sovracapacità del sistema del trasporto marittimo, le velleità marittime della Confede…
Insomma, una vera e propria questione di sicurezza nazionale. Va detto però che, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, all’origine della sovracapacità del sistema del trasporto marittimo, le velleità marittime della Confede…
LUGANO - Una repubblica marinara senza accesso al mare. La Svizzera, nonostante sia sinonimo di banche, orologi e splendidi paesaggi alpini, possiede una flotta mercantile di tutto rispetto, con ben 49 navi che battono la bandiera rossocrociata. Una flotta mercantile che, oggi, naviga in cattive acque. “Stiamo parlando di un’eredità della seconda guerra mondiale”, spiega a Repubblica l’economista Remigio Ratti, esperto nel campo dei trasporti e docente all’Università della Svizzera Italiana di Lugano. “Bisogna, infatti, risalire al 1941, quando si chiuse l’approvvigionamento da nord e i porti italiani, in particolare Genova, salvarono l’import-export elvetico”.
Insomma, una vera e propria questione di sicurezza nazionale. Va detto però che, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, all’origine della sovracapacità del sistema del trasporto marittimo, le velleità marittime della Confederazione sono costate, alle casse pubbliche, l’equivalente di un miliardo di euro in fidejussioni. E i costi continuano se si pensa che, per venire in soccorso di due armatori, costretti a vendere 13 navi, Berna deve, nuovamente, metter mano al portafogli, per poco meno di 200 milioni di euro. “A mio avviso - dice ancora Remigio Ratti - non c’è più spazio e ragione per continuare con una propria flotta per la sicurezza nazionale. Per esempio le nuove vie della seta, lanciate dalla Cina, con la visione One Belt One Road, offrono altre possibilità, aprendo al traffico più vie terrestri euro-asiatiche”.
Tuttavia, nei giorni scorsi, il Parlamento svizzero ha ribadito la necessità di continuare il finanziamento della marina mercantile quale “garanzia di approvvigionamento per il Paese. Come se la questione della sicurezza nazionale, invocata per decenni, fosse diventata, in alcuni casi, un alibi per impiantare, in Svizzera, magari a Ginevra, un’attività armatoriale, esattamente come avviene con le società specializzate nel trading delle materie prime. Anche perché, si sa che operare in Svizzera è fiscalmente un atout. “Ginevra è in grado di offrire condizioni quadro compatibili con le regole istituzionali mondiali - osserva il docente - e, soprattutto, una serie di servizi essenziali e competenze umane specialistiche tali per cui non si può parlare di un solo fattore d'attrattività. Ricordiamo - conclude Ratti - che, proprio a Ginevra, è nata Alinghi, emblema di un Paese vincente che, grazie a Ernesto Bertarelli, svizzero di passaporto ma italiano di origine, ha portato per la prima volta la Coppa America di vela in Europa. Se vogliamo la marina mercantile è l’altra faccia di questa realtà”.
Insomma, una vera e propria questione di sicurezza nazionale. Va detto però che, dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008, all’origine della sovracapacità del sistema del trasporto marittimo, le velleità marittime della Confederazione sono costate, alle casse pubbliche, l’equivalente di un miliardo di euro in fidejussioni. E i costi continuano se si pensa che, per venire in soccorso di due armatori, costretti a vendere 13 navi, Berna deve, nuovamente, metter mano al portafogli, per poco meno di 200 milioni di euro. “A mio avviso - dice ancora Remigio Ratti - non c’è più spazio e ragione per continuare con una propria flotta per la sicurezza nazionale. Per esempio le nuove vie della seta, lanciate dalla Cina, con la visione One Belt One Road, offrono altre possibilità, aprendo al traffico più vie terrestri euro-asiatiche”.
Tuttavia, nei giorni scorsi, il Parlamento svizzero ha ribadito la necessità di continuare il finanziamento della marina mercantile quale “garanzia di approvvigionamento per il Paese. Come se la questione della sicurezza nazionale, invocata per decenni, fosse diventata, in alcuni casi, un alibi per impiantare, in Svizzera, magari a Ginevra, un’attività armatoriale, esattamente come avviene con le società specializzate nel trading delle materie prime. Anche perché, si sa che operare in Svizzera è fiscalmente un atout. “Ginevra è in grado di offrire condizioni quadro compatibili con le regole istituzionali mondiali - osserva il docente - e, soprattutto, una serie di servizi essenziali e competenze umane specialistiche tali per cui non si può parlare di un solo fattore d'attrattività. Ricordiamo - conclude Ratti - che, proprio a Ginevra, è nata Alinghi, emblema di un Paese vincente che, grazie a Ernesto Bertarelli, svizzero di passaporto ma italiano di origine, ha portato per la prima volta la Coppa America di vela in Europa. Se vogliamo la marina mercantile è l’altra faccia di questa realtà”.