ROMA - Evasori a parte, il peso del fisco sulle piccole imprese italiane è rimasto invariato nel 2016. Tra contributi (che in realtà non c'entrano molto con l'imposizione fiscale) artigiani, commercianti e quant'altro, le tasse peseranno quest'anno per il 61,2% sul reddito dei titolari. Così il Tax free day, il giorno in cui gli imprenditori inizieranno a lavorare solo per sé stessi e la famiglia, cadrà il 10 agosto, come nel 2015. Solo che quell'anno c'era stato un balzo indietro di ben 3,6 punti sul 2014. Una svolta che nel 2016 non s'è vista. Anzi, sostiene la Cna, l'associazione dei piccoli imprenditori italiani che questa mattina ha presentato il Rapporto 2016, si prevede un nuovo aumento dello 0,3% per il 2017. Così che il Total tax rate, tutto ciò che pesa sul reddito dei piccoli, salirà al 61,2.
Acque ferme dunque sul lato della tassazione di quei 2 milioni di piccole imprese, che hanno perso terreno dopo la crisi e ancora faticano a rimanere a galla. Ma non va allo stesso modo per tutti. Dall'Osservatorio della Cna, dal titolo "Comune che vai, fisco che trovi", emerge che un negozio o un'attività di parrucchiere a Trento viene tassato meno che a Reggio Calabria, dove il fisco prosciuga la cassa dei piccoli imprenditori. Sotto i riflettori l'impresa tipo italiana, con annesso laboratorio e negozio, ricavi per 421mila euro, un impiegato e quattro unità di personale, 50mila euro di reddito. Individuata la dimensione dell'attività, la Cna è andata a vedere come la tassazione si distribuisce in 135 città italiane compresi tutti i capoluoghi di provincia. E soprattutto ha avanzato le sue proposte per farla scendere..
Ma perché c'è questa differenza tra città e città? Semplice: ogni comune è libero di fissare i livelli di tassazione sui rifiuti, sull'occupazione del suolo pubblico e soprattutto sugli immobili strumentali, quelli cioè che servono all'impresa. E qui le differenze possono essere elevate. Non solo. Senza la Riforma del catasto, tanto annunciata, ma mai realizzata, accade che i valori catastali siano scollegati dal valore di mercato del bene. E' da qui che nasce una delle richieste della Cna: rendere l'Imu pagata sugli immobili strumentali all'attività totalmente deducibile dal reddito d'impresa. Ma non solo: ridurre la tassazione sul reddito delle impresi personali e sul lavoro autonomo utilizzando le risorse provenienti dalla spending review e dalla lotta all'evasione. Fare in modo che più il reddito d'impresa si avvicina a quello dichiarato dai nuovi indicatori sintetici di affidabilità (che hanno sostituito gli studi di settori), più scende l'aliquota Irpef. Una sorta di premio a chi non evade. Trasformare le detrazioni per lavori edili in crediti d'imposta cedibili a intermediari finanziari, agevolare il passaggio generazionale (niente tasse sulle cessioni d'azienda).
E a leggere le tabelle non ci sono dubbi, conviene aprire una qualunque attività a Trento dove il Ttf, cioé la tassazione totale, pesa per 54,1% a Gorizia (54,6) o a Cuneo (54,7), le città più virtuose, piuttosto che a Reggio Calabria, la peggiore (73,4%), seguita però da Bologna (72,1%), Roma e Firenze che sono alla pari (69,3%) o Napoli (68%). E rischiare un po' ,spingendosi all'estero? Dipende da dove si va. Il miglior posto è Londra, dove il Total fax free è al 32,5%, quindi Varsavia (43,2) o Madrid (46,6). Più caro aprire un'attività a Berlino (66,%), perché qui i contributi previdenziali versati da un imprenditore sono alti (pesano per il 28% contro il 20,3 dell'Italia). Parigi è la più cara (70,8%) e qui a far impennare la tassazione è l'imposta sui beni immobili strumentali. Le tasse sugli immobili a Parigi sono alte, sia che che possegga una casa, che i muri di una negozio.
Per pagare meno tasse però un'opzione ci sarebbe. Optare per il nuovo regime previsto dall'introduzione dell'Iri (che allegerisce il peso del fisco alle imprese che lasciano parte del reddito in azienda). Una possibilità riservata però solo a persone o società di persone in contabilità ordinaria. Sceglieno l'Iri, si paga il 24%. Per ora hanno aderito 300mila piccole imprese, anche perché, sostiene la Cna, non tutti possono lasciare parte del raddito in azienda. Bisogna avere ottime entrate per farlo; chi da un'attività guadagna 50mila euro rischia di non poter più mettere insieme il pranzo con la cena.
Acque ferme dunque sul lato della tassazione di quei 2 milioni di piccole imprese, che hanno perso terreno dopo la crisi e ancora faticano a rimanere a galla. Ma non va allo stesso modo per tutti. Dall'Osservatorio della Cna, dal titolo "Comune che vai, fisco che trovi", emerge che un negozio o un'attività di parrucchiere a Trento viene tassato meno che a Reggio Calabria, dove il fisco prosciuga la cassa dei piccoli imprenditori. Sotto i riflettori l'impresa tipo italiana, con annesso laboratorio e negozio, ricavi per 421mila euro, un impiegato e quattro unità di personale, 50mila euro di reddito. Individuata la dimensione dell'attività, la Cna è andata a vedere come la tassazione si distribuisce in 135 città italiane compresi tutti i capoluoghi di provincia. E soprattutto ha avanzato le sue proposte per farla scendere..
Ma perché c'è questa differenza tra città e città? Semplice: ogni comune è libero di fissare i livelli di tassazione sui rifiuti, sull'occupazione del suolo pubblico e soprattutto sugli immobili strumentali, quelli cioè che servono all'impresa. E qui le differenze possono essere elevate. Non solo. Senza la Riforma del catasto, tanto annunciata, ma mai realizzata, accade che i valori catastali siano scollegati dal valore di mercato del bene. E' da qui che nasce una delle richieste della Cna: rendere l'Imu pagata sugli immobili strumentali all'attività totalmente deducibile dal reddito d'impresa. Ma non solo: ridurre la tassazione sul reddito delle impresi personali e sul lavoro autonomo utilizzando le risorse provenienti dalla spending review e dalla lotta all'evasione. Fare in modo che più il reddito d'impresa si avvicina a quello dichiarato dai nuovi indicatori sintetici di affidabilità (che hanno sostituito gli studi di settori), più scende l'aliquota Irpef. Una sorta di premio a chi non evade. Trasformare le detrazioni per lavori edili in crediti d'imposta cedibili a intermediari finanziari, agevolare il passaggio generazionale (niente tasse sulle cessioni d'azienda).
E a leggere le tabelle non ci sono dubbi, conviene aprire una qualunque attività a Trento dove il Ttf, cioé la tassazione totale, pesa per 54,1% a Gorizia (54,6) o a Cuneo (54,7), le città più virtuose, piuttosto che a Reggio Calabria, la peggiore (73,4%), seguita però da Bologna (72,1%), Roma e Firenze che sono alla pari (69,3%) o Napoli (68%). E rischiare un po' ,spingendosi all'estero? Dipende da dove si va. Il miglior posto è Londra, dove il Total fax free è al 32,5%, quindi Varsavia (43,2) o Madrid (46,6). Più caro aprire un'attività a Berlino (66,%), perché qui i contributi previdenziali versati da un imprenditore sono alti (pesano per il 28% contro il 20,3 dell'Italia). Parigi è la più cara (70,8%) e qui a far impennare la tassazione è l'imposta sui beni immobili strumentali. Le tasse sugli immobili a Parigi sono alte, sia che che possegga una casa, che i muri di una negozio.
Per pagare meno tasse però un'opzione ci sarebbe. Optare per il nuovo regime previsto dall'introduzione dell'Iri (che allegerisce il peso del fisco alle imprese che lasciano parte del reddito in azienda). Una possibilità riservata però solo a persone o società di persone in contabilità ordinaria. Sceglieno l'Iri, si paga il 24%. Per ora hanno aderito 300mila piccole imprese, anche perché, sostiene la Cna, non tutti possono lasciare parte del raddito in azienda. Bisogna avere ottime entrate per farlo; chi da un'attività guadagna 50mila euro rischia di non poter più mettere insieme il pranzo con la cena.