Il diritto di sciopero non si tocca, ma dovrebbe essere intoccabile anche quello dei cittadini di potersi muovere liberamente nella propria città. E invece no. Invece nella giornata di oggi il secondo dei due diritti potrebbe andare a ramengo. Perché le solite mini sigle sindacali di base ( Usb, Sul, Faisa Confail) hanno proclamato un nuovo sciopero non paghi del caos provocato — soprattutto a Roma — già il 16 giugno scorso con il blocco di autobus, metro, tram.
Le ragioni della protesta sono le stesse ( fedeli evidentemente i promotori al detto repetita iuvant) e vanno dalla contrarietà al Jobs Act alla difesa del diritto di sciopero, passando per l’opposizione alle privatizzazioni e al rischio licenziamenti di massa. Vecchie e nuove parole d’ordine. Di tutto, di più. Contro il governo, contro le aziende municipalizzate (la maggior parte delle quali presentando bilanci in rosso finirà per risparmiare la giornata di lavoro) contro infine gli utenti.
Questa è la terziarizzazione del conflitto. In cui il terzo non ha alcuna responsabilità e non interpreta alcun ruolo nel gioco dei rapporti di forza, ma paga. Non solo le tasse per avere in cambio generalmente pessimi servizi. Paga il protagonismo velleitario di settori sindacali che cercano il facile consenso cavalcando il malessere, paga la compiacenza di manager perlopiù lottizzati che preferiscono galleggiare anziché decidere (lo scandalo dei conti profondamente in deficit dell’Atac, la società romana del trasporto, parla da solo), paga l’inettitudine della politica. E questa, per molti aspetti, sta diventando il più grave dei comportamenti.
All’indomani del “venerdì nero” del 16 giugno si sono tutti affrettati, dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio in giù, a dichiarare che non era più tollerabile vedere i cittadini (in particolare quelli che non possono permettersi il taxi) prigionieri di una incomprensibile agitazione sindacale promossa da sigle scarsamente rappresentative dell’intera categoria. Basta, hanno detto tutti in coro. Ricorrendo all’effetto annuncio come fanno spesso gli stessi sindacati sotto accusa: cambieremo in fretta le regole. C’era da aspettarsi, allora, una ripresa rapida dell’attività della Commissione Lavoro del Senato dove da circa un anno giace un testo piuttosto condiviso che rimette mano alla legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Invece non è successo nulla. A parte le rumorose chiacchiere. Con il ministro Delrio che ha dato la colpa all’inerzia del Parlamento, e con i partiti che si sono rinfacciati ritardi e opportunismi.
Qui non si tratta di imbrigliare il diritto di sciopero costituzionalmente protetto, si tratta di stabilire, dopo 27 anni dalla prima legge, che per proclamare uno sciopero che impatta ferocemente sulla vita di un’intera comunità bisogna essere rappresentativi in quel settore. Il diritto individuale di ciascun lavoratore di aderire o meno allo sciopero rimane intatto. Ci mancherebbe. Ma le scorribande di alcuni sindacati, che per questa via assurgono anche alla notorietà nazionale, verrebbero limitate. E forse anche le fasce orarie di garanzie, che rispecchiano un mondo del lavoro che sta ormai tramontando, andrebbero modificate. Serve, insomma, una legge sulla rappresentanza sindacale. È ora di conoscere quanti sono gli iscritti ai diversi sindacati, tanto più dopo che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha svelato che il tasso di sindacalizzazione nelle imprese aderenti a Confindustria (quelle peraltro dove storicamente è maggiore la presenza delle organizzazioni dei lavoratori) è solo del 25 per cento, molto meno di quel 40 per cento finora accreditato nei documenti dell’Ocse sulla base delle autodichiarazioni.
Una legge farebbe chiarezza e un vincolo rappresentativo per indire uno sciopero sarebbe del tutto legittimo. C’è, sotto varie forme, in tutti i Paesi del Nord Europa che certo non possono essere considerati a bassa democrazia sindacale. La questione è diventata urgente e anche per questo non è ammesso lo sciopero del legislatore. Nessuna norma lo tutela. A meno che non si voglia lasciare la legge com’è. Ma allora lo si dica.
Le ragioni della protesta sono le stesse ( fedeli evidentemente i promotori al detto repetita iuvant) e vanno dalla contrarietà al Jobs Act alla difesa del diritto di sciopero, passando per l’opposizione alle privatizzazioni e al rischio licenziamenti di massa. Vecchie e nuove parole d’ordine. Di tutto, di più. Contro il governo, contro le aziende municipalizzate (la maggior parte delle quali presentando bilanci in rosso finirà per risparmiare la giornata di lavoro) contro infine gli utenti.
Questa è la terziarizzazione del conflitto. In cui il terzo non ha alcuna responsabilità e non interpreta alcun ruolo nel gioco dei rapporti di forza, ma paga. Non solo le tasse per avere in cambio generalmente pessimi servizi. Paga il protagonismo velleitario di settori sindacali che cercano il facile consenso cavalcando il malessere, paga la compiacenza di manager perlopiù lottizzati che preferiscono galleggiare anziché decidere (lo scandalo dei conti profondamente in deficit dell’Atac, la società romana del trasporto, parla da solo), paga l’inettitudine della politica. E questa, per molti aspetti, sta diventando il più grave dei comportamenti.
All’indomani del “venerdì nero” del 16 giugno si sono tutti affrettati, dal ministro dei Trasporti Graziano Delrio in giù, a dichiarare che non era più tollerabile vedere i cittadini (in particolare quelli che non possono permettersi il taxi) prigionieri di una incomprensibile agitazione sindacale promossa da sigle scarsamente rappresentative dell’intera categoria. Basta, hanno detto tutti in coro. Ricorrendo all’effetto annuncio come fanno spesso gli stessi sindacati sotto accusa: cambieremo in fretta le regole. C’era da aspettarsi, allora, una ripresa rapida dell’attività della Commissione Lavoro del Senato dove da circa un anno giace un testo piuttosto condiviso che rimette mano alla legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Invece non è successo nulla. A parte le rumorose chiacchiere. Con il ministro Delrio che ha dato la colpa all’inerzia del Parlamento, e con i partiti che si sono rinfacciati ritardi e opportunismi.
Qui non si tratta di imbrigliare il diritto di sciopero costituzionalmente protetto, si tratta di stabilire, dopo 27 anni dalla prima legge, che per proclamare uno sciopero che impatta ferocemente sulla vita di un’intera comunità bisogna essere rappresentativi in quel settore. Il diritto individuale di ciascun lavoratore di aderire o meno allo sciopero rimane intatto. Ci mancherebbe. Ma le scorribande di alcuni sindacati, che per questa via assurgono anche alla notorietà nazionale, verrebbero limitate. E forse anche le fasce orarie di garanzie, che rispecchiano un mondo del lavoro che sta ormai tramontando, andrebbero modificate. Serve, insomma, una legge sulla rappresentanza sindacale. È ora di conoscere quanti sono gli iscritti ai diversi sindacati, tanto più dopo che il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha svelato che il tasso di sindacalizzazione nelle imprese aderenti a Confindustria (quelle peraltro dove storicamente è maggiore la presenza delle organizzazioni dei lavoratori) è solo del 25 per cento, molto meno di quel 40 per cento finora accreditato nei documenti dell’Ocse sulla base delle autodichiarazioni.
Una legge farebbe chiarezza e un vincolo rappresentativo per indire uno sciopero sarebbe del tutto legittimo. C’è, sotto varie forme, in tutti i Paesi del Nord Europa che certo non possono essere considerati a bassa democrazia sindacale. La questione è diventata urgente e anche per questo non è ammesso lo sciopero del legislatore. Nessuna norma lo tutela. A meno che non si voglia lasciare la legge com’è. Ma allora lo si dica.