Economia

Elena Pozzi, dalle capsule d'acciaio ai modelli 3D. L'ortodonzia diventa 2.0

Donne impresa 52. Cinquantuno anni, è amministratore unico di Leone Spa, impresa leader negli impianti ortodontici e per l’implantologia. Un business nato negli anni 30 grazie al nonno Mario, artigiano argentiere

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Dalle capsule in acciaio inossidabile degli anni Trenta alla stampante 3D che ricostruisce l’identità di una mummia di quattromila anni fa. L’inventiva che trasforma le idee in business è alla base della storia della Leone spa, impresa leader negli impianti ortodontici e per l’implantologia. Elena Pozzi, nata a Firenze nel 1966, l’annus horribilis dell’alluvione, e laureata in Economia nel 1992, è il suo amministratore unico. Guida l’azienda metalmeccanica che oggi conta 142 tra operai, tecnici e ingegneri, più della metà donne, e fattura 17 milioni di euro. L’obiettivo del 2017 è arrivare a quota 20 milioni.  

A Mario Pozzi, suo nonno, che era un artigiano argentiere, un amico dentista chiese di provare a realizzare con l’acciaio inossidabile quelle capsule per cui di solito si adoperava l’oro, ma erano tempi di guerra e l’oro apparteneva ai ricchi. L’operazione riuscì e pure bene, l’artigiano così si ritagliò un buon mercato e allestì una gamma di produzione per il settore dentale unica in Europa. Il nome dell’azienda, all’epoca ancora piccola, deriva da un timbro con su impressa la testa leonina che il fondatore utilizzava per marcare il metallo che adoperava per le capsule. “A noi, ancora oggi, ci chiamano signori Leone”.

Il fondatore morì giovane a 50 anni e ne prese il posto il figlio Alessandro, papà di Elena. “Mio padre – racconta l’imprenditrice - si guardò intorno ed ebbe l’intuizione di dedicarsi all’ortodonzia che stava avendo un boom, con pezzi costruiti in acciaio inossidabile”. L’azienda cominciò a sfornare le viti a espansione che servono per raddrizzare i denti, o anche gli attacchi, quei quadratini che si incollano con un filo e alla lunga restituiscono un sorriso perfetto alle persone. Un mondo di prodotti di nicchia e praterie per crescere: “Abbiamo un catalogo con quattromila elementi diversi”. La produzione prese il volo, “per anni – ricorda Elena Pozzi - siamo stati solo in tredici nel mondo: noi in Italia, due aziende tedesche e dieci negli Stati Uniti, una delle quali produceva in Giappone. Ora ci sono produttori in tutto il mondo, Cina, Corea, Sud America. Ma fra le storiche che veramente producono solo quello e tutta la gamma dei prodotti siamo ancora pochi”.

Dagli anni Sessanta, Leone si è sviluppata e specializzata fino a diventare leader. Vicina all’aeroporto, a Sesto Fiorentino, ma in una strada che è confine tra Sesto e Firenze, due marciapiedi con due diversi Comuni, il 31 agosto ha inaugurato un altro capannone, un pezzo di fabbrica che serviva per far posto a nuovi impianti sempre più digital e ad alta tecnologia. “Il digitale sta diventando il futuro in odontoiatria, sia per la parte di diagnosi, sia per la chirurgia. Avere una pianificazione virtuale fatta al computer e vari strumenti per replicare quello che hai programmato nella bocca del cliente, dà sicurezza maggiore. In ortodonzia è l’ora delle mascherine invisibili sull’arcata dentale per il posizionamento degli attacchi che raddrizzano i denti, e per fare questo occorre prendere il modello della bocca, simulare il movimento dei denti sul computer e modellare le mascherine”.

Da anni alla Leone si investe in ricerca, si è dotata di stampanti 3D e di macchinari software che permettono di replicare dalle tac la mandibola e la bocca di un paziente per evidenziare sia la parte ossea che i denti”. Non per niente dal Museo egizio di Firenze, il secondo per importanza in Italia dopo quello di Torino, le è stato chiesto di replicare dalle tac il cranio di una mummia estratta dal suo sarcofago, Kent, un sacerdote appartenente alla XVIII dinastia, per rifargli il volto e ricostruirne l’identità.

A partire dal Duemila, tuttavia, la Leone si è aperta la sua strada nell’era del titanio, commercializzando nuovi materiali per l’implantologia, come le viti che si innestano nell’osso per la completa ricostruzione di un dente. “Una produzione diversa, forse più facile, in Italia è parecchio diffusa, – spiega Elena Pozzi – ma noi non ci siamo messi a copiare, molte delle nostre macchine per l’ortodonzia sono auto progettate”. Da questi macchinari escono oltre venticinque milioni di pezzi all’anno, viti, perni, quadratini, ognuno diverso, basati su 6500 codici.

“Abbiamo sempre avuto un trend in aumento, vendiamo in 110 paesi del mondo, mandiamo all’estero più del 40 per cento dei nostri prodotti, gli sbocchi principali sono Europa, Nord e Sud America attraverso distributori che hanno le nostre esclusive”. Nel 2017 nuovo balzo in avanti e impegno economico per varare il progetto ‘Leone 2020’: l’acquisizione di una società distributrice negli Stati Uniti e nel contempo l’incremento della diffusione sul mercato francese.

“La mia propensione a continuare a crescere è un imprinting che mi arriva da mio padre, morto nel 2015. Era convinto che bisognasse andare avanti e sviluppare l’attività. L’ho riproposto nella mia gestione con la formula di una crescita coscienziosa. Non sono di quelli che si muovono per apparire, per me significa piccoli passi se ne ho la forza, una struttura adeguata e capacità; voglio essere sicura che chi cura un settore in azienda abbia il tempo da dedicare a un nuovo progetto, e se non dovesse andare bene, mi riservo sempre la possibilità di passare oltre, senza aver creato un danno irreparabile alla mia società. Con molta prudenza ho deciso l’acquisizione del distributore Usa e l’ampliamento della fabbrica, ho speso un milione e settecentomila euro per spostare parte della produzione, comprare nuove macchine e fare altre assunzioni: due anni fa eravamo 120”.

Tra famiglia e azienda in casa Pozzi c’è sempre stato un rapporto molto stretto. “Ricordo il mio babbo con le mani tutto il giorno ad armeggiare con gli impianti, con gli strumenti da lavoro. Pur essendo nel dentale questa è un’azienda metalmeccanica, e ricordo che il profumo che sentivo quando mi teneva in braccio era quello dell’olio lubrificante”. Clara Dumini, sua madre e socia, è sempre stata una presenza, “anche oggi che ha 80 anni viene spesso, conosce tutti i dipendenti di persona, ci tiene a mantenere un legame”.

Entrare in fabbrica per Elena è stata quasi una scelta obbligata. “Nel 1990 è morto mio fratello, sono rimasta solo io, ed è stato abbastanza naturale che andassi ad aiutare il babbo. Sapevo che il mio futuro era lì”. Ma siccome parte della famiglia era all’estero, un fratello di suo padre si era trasferito a Santa Barbara in California, la manager dopo la maturità ha trascorso anche lunghi periodi di vacanza studio negli States.  

“Nel 92 ho cominciato a lavorare, dall’ufficio acquisti fino a diventare il braccio destro di mio padre, l’azienda nel frattempo era cresciuta, cominciavamo ad avere una struttura più articolata e un certo numero di dirigenti”. In quello stesso periodo si è sposata con Valerio Viti che alla Leone cura il settore commerciale, ed è diventata mamma tre volte, e oggi i suoi figli hanno 23, 20 e 17 anni. “Ci sono stati momenti difficili, nella fase di cambio generazionale avevo idee divergenti da quelle di mio padre. Ammetto di aver anche pensato che sarebbe stato meglio intraprendere un’attività per conto mio, ma con il passare del tempo e soprattutto negli ultimi anni, siamo approdati a una visione molto comune. È stato anche bello. Mi piace molto portare avanti la tradizione di famiglia”.

Il lavoro delle donne alla Leone è tenuto in grande considerazione. “In alcune produzioni della micromeccanica, in taluni assemblaggi nella gamma dei pezzi minuscoli, oltre alle macchine è richiesta una lavorazione manuale che richiede tanta pazienza, costanza e precisione e le donne in questo sono assai brave, oltre ad avere mani più piccole. Siamo nel medicale, le donne sono le più adatte al controllo qualità, abbiamo standard rigidissimi e non possiamo permetterci di sbagliare”.

Una sua iniziativa per le lavoratrici, forte anche della propria esperienza personale, è stata la proposta alle mamme, finito il periodo di allattamento e concluso l’anno in cui per il contratto metalmeccanico la giornata in fabbrica è di sei ore, di lavorare sette ore al giorno anziché otto fino ai tre anni del bambino. Con la possibilità di entrare un po’ più tardi o uscire un poco prima: “Ha fatto piacere e ho visto che molte se ne avvalgono perché quell’ora permette di gestire meglio la situazione a casa”.

Per lavoro Elena Pozzi viaggia, va a fiere e congressi in America del Nord o in Europa per aggiornarsi e sapere in che direzione va il mondo ortodontico. “Quella di Colonia, per esempio, è un expo a cui non si può mancare”. Orgoglio e responsabilità. “I nostri addetti non sono numeri ma persone, in tanti siamo cresciuti insieme qui dentro, per diverse generazioni. Io sono qui e gli altri accanto a me”.

Passato il periodo in cui il tempo libero era solo dedicato ai figli, giochi e compiti, alle sette del mattino Elena Pozzi va in palestra “un’ora tutta mia quasi tutti i giorni”; cucina volentieri, quando può si concede una vacanza e qualche svago, “mi piace molto il mare della Maremma”.
È la ‘dura’ della famiglia, quella che pretende di più. La prima figlia, laureata in Biologia, segue la specialistica a Copenaghen, “non so se ritornerà in Italia. Qui ho i due più piccoli, la seconda studia Ingegneria meccanica, il nonno ne era orgoglioso, l’ultimo vedremo, forse vuole diventare un calciatore. Non mi piacerebbe che l’azienda rappresentasse per loro un vincolo, voglio lasciarli liberi di fare altre esperienze”. Come mamma ha qualche rimpianto, “avrei potuto stargli più vicina quando erano piccoli, dedicargli più tempo ora che me li vedo cresciuti lo penso spesso. Per fortuna sono allegri, le due ragazze con Intercultura hanno frequentato un anno di scuola in Australia e in Canada, il maschio invece è più casalingo”.

Leone edita due riviste semestrali, Exacone news, un bollettino di informazioni ortodontiche, aggiornamento sui prodotti e sui casi clinici dei suoi specialisti, tirate in 15 mila copie e distribuite ai clienti. Una volta all’anno riunisce a convegno  specialisti di rango, per il meeting ventennale sono stati relatori a Firenze l’americano Larry White e il britannico Kevin O’Brein, e promuove corsi di formazione.  

E poi c’è il museo. “Mio padre aveva bisogno di spazio per conservare strumenti di lavoro che via via aveva accumulato, ma quando la voce si è sparsa tra i dentisti, si è ritrovato una collezione di pezzi unici e un piccolo repertorio di curiosità”. Nel museo Leone, aperto in occasione dei convegni, ci sono le poltrone del dentista nel corso del tempo, dagli anni Trenta ai Sessanta, un ‘adjiutor’ della Siemens, poltrona e accessori accorpati per permettere al dentista seduto sulla sua seggiolina di avere tutti gli strumenti di lavoro a portata di mano, la prima seduta mobile elettrica costruita in Italia, un’altra con le gambe a zampa di leone, un trapano a pedale di 100 anni fa ancora funzionante e persino una scacchiera americana con le pedine a forma di dente dove il Re è il sesto.