MILANO - Comunicazioni elettroniche al posto di costose raccomandate postali, archivi digitali in sostituzione di voluminosi raccoglitori cartacei. Per i bilanci della amministrazioni pubbliche, l'impatto della digitalizzazione è stato significativo e ha prodotto negli ultimi anni risparmi enormi. Meglio non bussare però alle porte dei singoli ministeri per chiederne conto. Anche se la legge prevede dal 2010 una ricognizione puntuale ogni anno, quasi nessun dicastero ha idea di quanto stia risparmiando.
È quanto ha scoperto la commissione parlamentare di inchiesta sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, istituita lo scorso anno e ora prossima ad elaborare la relazione conclusiva dei lavori. Tra i temi su cui ha provato a far luce c'è anche la mancata applicazione di alcuni punti del codice dell'amministrazione digitale, introdotto dalla Legge Brunetta di riforma della Pa e da poco aggiornato dalla Riforma Madia. A partire dalla quantificazione dei risparmi che ogni singola amministrazione ha ottenuto anno dopo anno, previsto dall'articolo 15 del testo. Non solo, due terzi di questi risparmi sarebbero dovuti finire ai dipendenti pubblici, nell'ambito dei premi previsti dalla Riforma Brunetta. Soldi che però hanno preso una destinazione diversa: il maxi salvadanaio della spending review con cui si sono finanziate le ultime manovre economiche.
La debacle del piano originario si deve a un intreccio di fattori. Prima di tutto il codice aveva previsto in tempi rapidi l'isttuzione di un responsabile per la trasformazione digitale. Le cose però non sono andate come previsto. "In commissione abbiamo potuto sentire soltanto alcuni ministeri perché gli altri in questi anni nemmeno avevano provveduto alla nomina, quindi non avevamo un interlocutore. Oppure erano state create più figure", spiega il presidente della Commissione Paolo Coppola, deputato Pd. Risultato, tra i dicasteri interpellati, hanno risposto all'appello soltanto alcuni. Non pervenuti, tra gli altri, Difesa e Interni. Persino il Mef, che una certa dimestichezza con i conti dovrebbe averla, ha fatto cadere nel vuoto l'invito della commissione.
Non è andata meglio a chi ci ha messo la faccia. Dei sette ministeri che si sono presentati, solo Giustizia e Sviluppo Economico hanno fornito cifre certificate. Gli altri, non nascondendo un certo imbarazzo, hanno fatto pubblicamente ammenda: nessuna idea di quanti soldi siano stati risparmiati e di conseguenza nessuna redistribuzione ai lavoratori. Ma anche i più virtuosi non hanno avuto performance migliori. "Il ministero della Giustizia ci ha comunicato che sono stati risparmiati 63 milioni di euro all'anno grazie alla digitalizzazione", sottolinea Coppola. "Almeno 40 sarebbero quindi spettati ai dipendenti. Ci è stato risposto che questi soldi non sono mai spesi così". Quindi dove sono finiti? "È molto probabile che siano rientrati all'interno dei risparmi della spending review", riflette ancora il presidente della Commissione. "Mi colpisce però il fatto che i lavoratori non ne abbiano mai chiesto conto".
Per i sindacati della Pa la questione è diversa e più semplice. "Molte parti della riforma Brunetta, compresa la questione generale dei premi, è stata di fatto rinviata al primo rinnovo della contrattazione nazionale e di secondo livello", spiega Michele Gentile, Coordinatore Dipartimento Settori Pubblici della Cgil. Una sospensione quindi che sarebbe dovuta terminare in tempi rapidi. Certo nessuno avrebbe potuto immaginare, con la crisi economica, che la questione sarebbe rimasta sospesa per otto anni, visto che l'ultimo rinnovo dei contratti è datato 2009. I premi pregressi intanto sono andati, prosciugati anno dopo anno dalle varie manovre all'interno delle varie tornate di revisione della spesa. Sul futuro, il codice dell'amministrazione digitale è stato aggiornato come detto dalla riforma Madia. Le prescrizioni originarie sono rimaste tale e quali. In attesa che qualcuno si ricordi di applicarle.
È quanto ha scoperto la commissione parlamentare di inchiesta sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, istituita lo scorso anno e ora prossima ad elaborare la relazione conclusiva dei lavori. Tra i temi su cui ha provato a far luce c'è anche la mancata applicazione di alcuni punti del codice dell'amministrazione digitale, introdotto dalla Legge Brunetta di riforma della Pa e da poco aggiornato dalla Riforma Madia. A partire dalla quantificazione dei risparmi che ogni singola amministrazione ha ottenuto anno dopo anno, previsto dall'articolo 15 del testo. Non solo, due terzi di questi risparmi sarebbero dovuti finire ai dipendenti pubblici, nell'ambito dei premi previsti dalla Riforma Brunetta. Soldi che però hanno preso una destinazione diversa: il maxi salvadanaio della spending review con cui si sono finanziate le ultime manovre economiche.
La debacle del piano originario si deve a un intreccio di fattori. Prima di tutto il codice aveva previsto in tempi rapidi l'isttuzione di un responsabile per la trasformazione digitale. Le cose però non sono andate come previsto. "In commissione abbiamo potuto sentire soltanto alcuni ministeri perché gli altri in questi anni nemmeno avevano provveduto alla nomina, quindi non avevamo un interlocutore. Oppure erano state create più figure", spiega il presidente della Commissione Paolo Coppola, deputato Pd. Risultato, tra i dicasteri interpellati, hanno risposto all'appello soltanto alcuni. Non pervenuti, tra gli altri, Difesa e Interni. Persino il Mef, che una certa dimestichezza con i conti dovrebbe averla, ha fatto cadere nel vuoto l'invito della commissione.
Non è andata meglio a chi ci ha messo la faccia. Dei sette ministeri che si sono presentati, solo Giustizia e Sviluppo Economico hanno fornito cifre certificate. Gli altri, non nascondendo un certo imbarazzo, hanno fatto pubblicamente ammenda: nessuna idea di quanti soldi siano stati risparmiati e di conseguenza nessuna redistribuzione ai lavoratori. Ma anche i più virtuosi non hanno avuto performance migliori. "Il ministero della Giustizia ci ha comunicato che sono stati risparmiati 63 milioni di euro all'anno grazie alla digitalizzazione", sottolinea Coppola. "Almeno 40 sarebbero quindi spettati ai dipendenti. Ci è stato risposto che questi soldi non sono mai spesi così". Quindi dove sono finiti? "È molto probabile che siano rientrati all'interno dei risparmi della spending review", riflette ancora il presidente della Commissione. "Mi colpisce però il fatto che i lavoratori non ne abbiano mai chiesto conto".
Per i sindacati della Pa la questione è diversa e più semplice. "Molte parti della riforma Brunetta, compresa la questione generale dei premi, è stata di fatto rinviata al primo rinnovo della contrattazione nazionale e di secondo livello", spiega Michele Gentile, Coordinatore Dipartimento Settori Pubblici della Cgil. Una sospensione quindi che sarebbe dovuta terminare in tempi rapidi. Certo nessuno avrebbe potuto immaginare, con la crisi economica, che la questione sarebbe rimasta sospesa per otto anni, visto che l'ultimo rinnovo dei contratti è datato 2009. I premi pregressi intanto sono andati, prosciugati anno dopo anno dalle varie manovre all'interno delle varie tornate di revisione della spesa. Sul futuro, il codice dell'amministrazione digitale è stato aggiornato come detto dalla riforma Madia. Le prescrizioni originarie sono rimaste tale e quali. In attesa che qualcuno si ricordi di applicarle.