Imprese-Stato-sindacati: serve un'alleanza per rilanciare la produttività
Roberto Petrini
Gli ordinativi delle aziende produttrici di robot hanno registrato un boom del 68%: gli incentivi funzionano. Ma il gap rispetto ai competitor europei rimane. Ecco perché ci vuole l'impegno politico e del mondo del lavoro. L'ipotesi di una Concertazione 4.0
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ROMA - Gli ultimi consuntivi resi noti dalla Confindustria dei robot, cioè l'Ucimu, meritano di essere sottolineati. Per quanto sta accadendo oggi e per quello che succederà nel futuro. Dimostrano che gli incentivi opportunamente avviati quest'anno nell'ambito del piano Industria 4.0 del ministro Carlo Calenda hanno funzionato: il portafoglio di ordini delle imprese che producono macchine in grado di lavorare da sole è cresciuto nel terzo trimestre di quest'anno, rispetto a dodici mesi prima, del 68,2 per cento. Un boom che fa pensare come le nostre imprese si siano decise finalmente a cavalcare la nuova ondata di innovazioni tecnologiche che sta investendo il pianeta.
Si spera che il processo vada avanti, anche dopo il rinnovo degli incentivi nella nuova legge di Bilancio in discussione in Parlamento, visto che ormai da tempo è noto che il vero problema dell'Italia è la caduta della produttività che ormai va avanti dall'inizio degli Anni Novanta. Lo dicono tutti gli organismi internazionali, dall'Ocse all'Fmi, lo riconosce il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Il rischio è evidente: senza produttività non c'è crescita e senza crescita non c'è la possibilità di ammortizzare il nostro enorme debito pubblico.
Per questo anche in vista della prossima legislatura e dei relativi programmi, soprattutto a sinistra, sarebbe opportuno avere le idee chiare. Cominciando con lo sfatare un mito abbastanza radicato: che aumentare la produttività significa spremere di più i lavoratori. Spesso infatti quando si parla di produttività la mente va all'alienato Charlie Chaplin di Tempi Moderni, reso pazzo per l'intensificarsi dei ritmi alla catena di montaggio di una fabbrica dell'America degli Anni Trenta.
Niente di più sbagliato. Oggi gli economisti hanno a disposizione metodi molto più sofisticati di misurazione della produttività, che non si limitano a calcolare quanto Pil per ogni ora lavorata si riesce a strizzare: se fosse così, basterebbe licenziare e far lavorare più intensamente quelli che restano per mettere il segno più alla produttività.
Oggi invece la variabile centrale si chiama Total factor productivity, ovvero produttività totale dei fattori. Non è un concetto difficile: esprime la produttività complessiva di un paese, che non riflette lo sforzo fisico dell'operaio al tornio, ma il capitale umano, la burocrazia, il sistema giudiziario, la corruzione. E' questo il terreno sul quale l'Italia dovrà misurarsi: dal 2001 la crescita della nostra TFP è negativa, ma storicamente siamo sotto Germania, Francia e il resto dell'Europa. Qui il compito è del governo.
Alle imprese, l'altro protagonista della vicenda, abbiamo già fatto cenno. Hanno sfruttato gli incentivi e stanno rinnovando i macchinari. Bisogna considerare gli ostacoli: solo le grandi, da noi scarse, possono produrre innovazioni al proprio interno, ma è pur vero che le piccole possono seguire lo "sciame" delle invenzioni e accodarsi copiando. Comunque uno sforzo va fatto perché i dati più recenti degli investimenti in macchinari, prodotti dal centro studi Ref, che paesi come Francia, Germania e Spagna nel 2016 hanno raggiunto i livelli pre crisi, mentre l'Italia è ancora sotto del 16 per cento. Per questo secondo problema, in un ipotizzabile tavolo di confronto, sarebbe opportuna la presenza anche delle banche con i loro problemi di sofferenze che ostacolano l'erogazione del credito.
Terzo protagonista, il mondo del lavoro e del sindacato. Se allo Stato spettano le infrastrutture e alle imprese gli investimenti in nuove tecnologie, il mondo del lavoro deve porsi altri problemi. Il primo riguarda i settori avanzati che crescono e fanno nuovi profitti: in questa fase gli investimenti in tecnologie fanno saltare posti di lavoro, che la McKinsey valuta nel 15-20 cento delle professionalità basse o intermedie all'attuale stato di progresso scientifico. Questo scenario comporta la disponibilità a ripensare e rinnovare il Welfare per far fronte alla nuova disoccupazione e di "governare l'algoritmo" pretendendo forme di formazione per adeguare chi resta fuori del lavoro ai nuovi profili richiesti dalle imprese accanto alla necessità di contrastare le inedite forme di precarietà.
La vecchia regola dice che un aumento della produttività dovrebbe corrispondere ad un aumento dei salari: questione che ormai propongono tutti, persino il presidente della Bce, Mario Draghi, come indispensabile per ridare fiato alla domanda e rilanciare inflazione e Pil. La parola spetta ai tre protagonisti, ma forse il futuro programma degli schieramenti progressisti dovrà occuparsi della faccenda. Proponendo magari un tavolo di Concertazione 4.0.