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Luca Zaia, Matteo Salvini e Roberto Maroni 

Ecco come Salvini lancia l'Opa sul Nord-Est

Il sogno proibito del leader della Lega è un asse verde da Torino a Trieste. E l'arma della sua campagna di primavera sarà la paura per i migranti
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TRIESTE. L'Opa leghista sul Nord Est è un'operazione in due fasi. La prima, presumibilmente a marzo, election day insieme alle Politiche, punta sulla conferma di Maroni alla guida della Lombardia. Obiettivo a portata di mano, salvo miracoli del candidato di centrosinistra Giorgio Gori. La seconda, probabilmente nella prima domenica di maggio, prevede la conquista della presidenza del Friuli Venezia Giulia. Di quell'ufficio d'angolo, nello splendido palazzo affacciato su piazza Unità d'Italia e sulla Riva del Mandracchio, occupato negli ultimi quattro anni e mezzo da Debora Serracchiani. Se l'Opa andasse a buon fine, la Lega di Salvini controllerebbe un asse verde di 420 chilometri, da Milano a Trieste, passando per il Veneto dove Luca Zaia nel 2015 è stato trionfalmente rieletto. Tre regioni, 16 milioni di residenti, quasi un terzo del Pil nazionale: l'area più ricca del Paese, quella che guarda all'Europa, la locomotiva dell…
TRIESTE. L'Opa leghista sul Nord Est è un'operazione in due fasi. La prima, presumibilmente a marzo, election day insieme alle Politiche, punta sulla conferma di Maroni alla guida della Lombardia. Obiettivo a portata di mano, salvo miracoli del candidato di centrosinistra Giorgio Gori. La seconda, probabilmente nella prima domenica di maggio, prevede la conquista della presidenza del Friuli Venezia Giulia. Di quell'ufficio d'angolo, nello splendido palazzo affacciato su piazza Unità d'Italia e sulla Riva del Mandracchio, occupato negli ultimi quattro anni e mezzo da Debora Serracchiani. Se l'Opa andasse a buon fine, la Lega di Salvini controllerebbe un asse verde di 420 chilometri, da Milano a Trieste, passando per il Veneto dove Luca Zaia nel 2015 è stato trionfalmente rieletto. Tre regioni, 16 milioni di residenti, quasi un terzo del Pil nazionale: l'area più ricca del Paese, quella che guarda all'Europa, la locomotiva dell'export.

Per centrare l'obiettivo Salvini ha calato, per il Friuli Venezia Giulia, la carta di Massimiliano Fedriga, veronese trasferito a Trieste, capogruppo del Carroccio a Montecitorio, alta esposizione televisiva. Forza Italia, attraverso la potente coordinatrice regionale Sandra Savino, ha messo sul tavolo il nome di Riccardo Riccardi - udinese di Codroipo, ex assessore nella giunta di Marcello Tondo - oggi capogruppo di Forza Italia in piazza Oberdan, sede del Consiglio regionale. Uomo macchina, conoscitore della burocrazia locale, rapporti fluidi con i colonnelli di FI, da Brunetta a Romani. Tra Fedriga e Riccardi si deciderà a Roma, forse ad Arcore: improbabile che Forza Italia ceda volentieri anche il Friuli (dopo Lombardia e Veneto), possibile che la trattativa si trasformi in un tavolo unico che comprende i collegi uninominali delle Politiche, la poltrona di sindaco di Udine e forse anche quella di governatore del Piemonte, in palio nel 2019. Pare che Giovanni Toti, da Genova, spinga per annettere a FI anche il Piemonte, per costruire un solido polo del Nord Ovest. E che, per questo risultato, sia disposto a lasciare Trieste agli alleati.
Massimiliano Fedriga (agf)
Sull'altro lato del campo, assodata la decisione della Serracchiani di non ricandidarsi, il Pd ha scelto Sergio Bolzonello, vicepresidente della giunta, liberale di centrosinistra, buoni rapporti con Renzi. Una candidatura che il Pd sta presentando al mondo civico e sta tentando di far digerire alla sinistra bersaniana. A completare il quadro, saranno in lizza un candidato dei 5 Stelle e la lista autonomista di Sergio Cecotti, ex Lega, già sindaco di Udine, con lo sguardo oggi rivolto verso il centrosinistra.

I sondaggi misurano le forze in campo nelle proporzioni approssimative del 40% (centrodestra), 35% (centrosinistra, ma il 4-5% è di Mdp e altre forze minori della sinistra), 20% (M5S) e 5% agli autonomisti. Nelle amministrative dello scorso anno il centrosinistra ha perso Pordenone (il feudo di Bolzonello) e Monfalcone e il centrodestra si è confermato a Gorizia, a Codroipo, a Cordenons. Insomma, risultati a senso unico. Ma non è solo questione di cifre. È l'aria che si respira a Trieste, a Monfalcone, a Gorizia, a Pordenone e perfino a Udine (dove ha governato per due mandati Furio Honsel, centrosinistra) a far pensare che tutto sia apparecchiato per il ribaltone anche in Regione. I maldipancia rispetto ai cinque anni della Serracchiani sono diffusi: le si imputa l'alta esposizione nazionale, la si accusa di aver inteso far da sponda, da Trieste, alle politiche dei governi renziani, si addebitano alla sua amministrazione i malumori per le due riforme fondamentali della Regione: quella della sanità e quella delle Uti, gli enti territoriali che sostituiscono le (quattro) ex province con ben 18 distretti. Riforme ruvide, che graffiano l'acuta sensibilità di giuliani, friulani e pordenonesi per la propria identità storica e culturale. E poi non è difficile prevedere che la campagna elettorale ruoterà intorno al tema dell'immigrazione: leghisti e Fratelli d'Italia parlano del Friuli Venezia Giulia come della "Lampedusa del Nord". I numeri raccontano una verità diversa: 400 migranti a Gradisca, 800-900 alla caserma Cavarzerani di Udine, poche centinaia a Pordenone e Gorizia. Nulla di drammatico, su una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di residenti. "Ma rispetto al passato - spiega Bolzonello - anche queste poche migliaia di immigrati, che entrano da Est ma anche da Nord, respinti da Austria e Germania, sono uomini soli, giovani o giovanissimi, senza famiglia: l'integrazione è più complicata, e diventa facile soffiare sul fuoco della diffidenza e delle paure".

Eppure gli anni di amministrazione Serracchiani (anche grazie al suo ruolo nazionale) hanno coinciso con un fermento economico esenza precedenti. Si sono sbloccati progetti fermi da anni: la terza corsia della A4, la stazione ferroviaria che collegherà l'aeroporto di Ronchi dei Legionari con Venezia in un'ora. Il porto di Trieste è rifiorito, la gestione dei punti franchi è stata trasferita dalla Prefettura all'Autorità portuale, c'è finalmente un progetto per il Porto vecchio di Trieste. Le imprese stanno meglio: alcune delle grandi crisi industriali degli anni scorsi si sono risolte, le esportazioni del mobile nella zone di Pordenone crescono a tassi superiori al 10%, vanno forte i vini, i coltelli e le forbici di Maniago, il prosciutto San Daniele. Le merci corrono verso la Francia, gli Stati Uniti, la Svezia.

Non basterà, tutto questo movimento, per garantire una corsa elettorale sul velluto al governo uscente di centrosinistra. La campagna sarà politica e sconterà gli effetti dell'ondata antirenziana, in una Regione governata da una fedelissima che ha deciso di combattere al fianco del suo leader piuttosto che finalizzare il suo lavoro di amministratore locale. Forza Italia e Lega scaldano i motori. Più passano le settimane e più l'immagine del blocco del Nord Est, un terzo del Paese, che picchia i pugni sul tavolo del governo o della Conferenza Stato-Regioni si fa nitida. Per il Pd e gli alleati di centrosinistra sarà una battaglia durissima, contro il pronostico, perfino contro la statistica: in Friuli Venezia Giulia, nelle ultime Regionali, la maggioranza uscente ha sempre perso.