Marco Patucchi
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Valentina Conte
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di VALENTINA CONTE e MARCO PATUCCHI
L'occupazione difficile dei rapporti professionali a durata breve. I contratti sono saliti da 3 a 4 milioni, durano anche pochi giorni
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
ROMA. In gergo tecnico si chiamano RB: rapporti di lavoro di breve durata, inferiore ai tre mesi. In pratica, sono la frontiera estrema del precariato in Italia. Più che mini jobs come in Germania, fast jobs: lavoretti lampo. Qualche giorno, anche uno o tre. Per i più fortunati una manciata di settimane. Quattro milioni di italiani nel 2016 hanno lavorato così, a strappi. Un milione in più del 2012. Nove milioni in 5 anni. In mezzo il decreto Poletti del 2014 che ha liberalizzato i contratti a tempo. E il Jobs Act del 2015, la riforma del lavoro di Renzi che doveva spingere tutti i nuovi assunti verso il nuovo modello di lavoro stabile: il contratto a tutele crescenti.
E invece, ad eccezione del 2015 trainato dagli sgravi totali sui contributi azzerati per tre anni a quanti assumevano in pianta stabile, la precarietà non solo &egrav…
ROMA. In gergo tecnico si chiamano RB: rapporti di lavoro di breve durata, inferiore ai tre mesi. In pratica, sono la frontiera estrema del precariato in Italia. Più che mini jobs come in Germania, fast jobs: lavoretti lampo. Qualche giorno, anche uno o tre. Per i più fortunati una manciata di settimane. Quattro milioni di italiani nel 2016 hanno lavorato così, a strappi. Un milione in più del 2012. Nove milioni in 5 anni. In mezzo il decreto Poletti del 2014 che ha liberalizzato i contratti a tempo. E il Jobs Act del 2015, la riforma del lavoro di Renzi che doveva spingere tutti i nuovi assunti verso il nuovo modello di lavoro stabile: il contratto a tutele crescenti.
E invece, ad eccezione del 2015 trainato dagli sgravi totali sui contributi azzerati per tre anni a quanti assumevano in pianta stabile, la precarietà non solo è dilagata, anziché il contrario: lavori a tempo, intermittenti, a chiamata, voucher, somministrazioni, collaborazioni. Ma si scopre ora - grazie al primo Rapporto annuale congiunto di Istat, Inps, Inail, Anpal e ministero del Lavoro - persino tracimata con la figura del super precario. Chiamato a giornata. Pagato in media 3 mila euro all'anno (12 miliardi totali nel 2016). Pochi diritti. Zero futuro. I nuovi numeri, per la prima volta messi nero su bianco, sono spiazzanti. Al punto che gli stessi autori definiscono questi RB, i fast jobs del nuovo Millennio, "una seria sfida per la regolazione". Un fenomeno "preoccupante", per il presidente Inps Tito Boeri. "Valutiamo se non sia il caso di riconsiderare la norma che permette sino a tre rinnovi", suggerisce.
Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
Il riferimento è al decreto Poletti, appunto. Che accanto ai pluri-rinnovi consente anche ben cinque proroghe. E che ha tolto la causalità, ovvero la motivazione dell'assunzione. Il ministro Giuliano Poletti riconosce l'opportunità di una "riflessione". Ma non vede una correlazione con il suo decreto. "Ad oggi non posso dire che c'è automatismo", tra il proliferare dei fast jobs e la liberalizzazione del 2014. Motivo per cui il governo Gentiloni non intende predisporre un emendamento per correggere quelle norme. Il motivo ufficiale è la fine legislatura. Quello ufficioso, le frizioni da evitare con il ministro. Alla Camera però una proposta c'è, dichiarata ieri ammissibile, per abbassare la durata dei contratti a tempo da 36 a 24 mesi. La firma Chiara Gribaudo, responsabile dem sui temi del lavoro e altri 30 deputati pd. Passerà? "Il consenso del partito dovrebbe esserci", dice lei. D'altro canto le comparazioni con gli altri paesi sono impietose. L'Ilo, l'organizzazione internazionale del lavoro, mostra ad esempio come l'Italia sia l'unico grande paese d'Europa ad avere cinque proroghe. In Francia e Spagna si arriva a due. In Germania a quattro. Non solo. Questi tre paesi non vanno oltre i 24 mesi per la durata. Noi siamo a 36. Come Bulgaria, Romania, Belgio, Indonesia, Algeria, Arabia Saudita e Afghanistan.
"IL FUTURO? Per me è solo il giorno dopo. Non so neanche cosa significa programmare la vita". Irene ha 32 anni e fa la maestra a Roma. La supplente. Che nel suo caso magari vuol dire lavorare uno, due giorni ogni tanto. Una specie di "cottimo della scuola". Se gli parli di "mini jobs" ti guarda di traverso: "Chiamatelo come vi pare. Io tutte le mattine mi sveglio, mi preparo e mi siedo in attesa di una telefonata dell'ufficio personale del municipio: se arriva entro le nove, vuol dire che quel giorno lavoro altrimenti torno ad essere una disoccupata e dovrò aspettare il mattino dopo. Vado avanti così, se questo si può chiamare andare avanti, da dieci anni".
La tortura del "giorno dopo". La maledizione del lavoro precario che nasconde il futuro a intere generazioni. E, in un certo senso, anche il passato perché chi oggi ha trent'anni sa poco dei diritti un tempo nel cuore del lavoro. Non li conosce, non li pretende e, così, si trasformano in privilegio degli altri, dei più tutelati, scatenando rancori generazionali. "Abbiamo una chat su WhatsApp - racconta Irene - chi di noi viene chiamata per prima avverte tutte le altre, calcoliamo fino a che punto della graduatoria c'è la possibilità di lavorare quel giorno. Così riusciamo ad organizzarci la vita". Irene ogni mattina davanti al telefono per lavorare qualche ora a settimana, per racimolare non più di 800 euro al mese quando va bene: "Incontro mio padre e nei suoi occhi vedo una pena infinita, anche perché quando sono andata in banca per chiedere un mutuo non me lo hanno dato dicendomi che la garanzia della sua pensione non bastava".
Fonte: Uniemens e Dmag
Dal "cottimo della scuola" alla precarietà nelle fabbriche. "Ieri mi hanno telefonato alle nove di sera per il turno notturno, che comincia alle dieci. Non ne posso più. Sul lavoro stagionale i patti erano chiari, ci facevano contratti a termine che duravano da agosto a ottobre, poi il resto dell'anno c'era l'indennità di disoccupazione. Dall'anno scorso la musica è cambiata, adesso ci chiamano anche per un solo giorno". Valentina ha il doppio degli anni di Irene, ma la precarietà non ha età. Lavora alla Nestlé di Ferentino o, meglio, è sotto contratto con una società di lavoro in somministrazione, la Randstad, che fornisce mano d'opera allo stabilimento della multinazionale alimentare. "Ci sono differenze sulle chiamate e le durate delle missioni - spiega Claudio Panfili, del NidiL-Cgil-. A fine stagione alcuni operai hanno lavorato con continuità nei mesi e altri hanno lavorato solo pochi giorni. Il tutto a discrezione dei capireparto". Perché il lavoro nell'era della precarietà significa anche essere uguali ma diversi.